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Acqui-hiring

John Akwood

30 Aprile 2013

[Tempo di lettura: 6 minuti]

L’A-Team

acqui-hireSteve Jobs era ossessionato con l’“A-team”, cioè un gruppo di lavoro costituito da talenti, le persone di provata eccellenza che poi hanno firmato i prodotti della mela che conosciamo. Gli altri erano dei “bozo”. Un giorno John Sculley – Jobs lo aveva prelevato dalla Pepsi-Cola per farsi aiutare in Apple così come i due fondatori di Google si sono rivolti a Eric Schmidt — si era ferocemente stizzito con Steve perché gli erano giunte delle voci che riportavano che Jobs gli si era riferito usando l’epiteto “bozo”. I due non si sono parlati più da quel momento, mentre Schmidt è ancora presidente esecutivo di Google a prova che l’innesto di un manager tradizionale in una compagnia tecnologica della Silicon Valley non è sempre destinato al rigetto.

Mark Zuckerberg, che venera Steve Jobs, ha costituito con altri leader della Silicon Valley (Eric Schmidt, Marissa Meyer, Reid Hoffman) FWD.us, un gruppo di pressione imbottito di 50 milioni dollari per convincere (ma la parola di moda oggi è “nudge”) i parlamentari di Capitol Hill ad allentare le politiche sui permessi di lavoro agli immigrati specializzati. Solo così si potranno attrarre spontaneamente talenti da tutto il mondo senza doverli sottoporre alle forche caudine delle procedure d’immigrazione e di rilascio dei visti che, si dice, è un’esperienza che somiglia a quella del Canto XVIII della Divina Commedia.

Il Congresso teme che la diaspora di questi talenti, nutriti a bread-and-butter americano, contribuisca all’abbattimento dell’egemonia degli Stati Uniti che è la maggiore preoccupazione dei politici di Washington di qualsiasi colore. Per il momento il Congresso sta discutendo un disegno di legge  per portare da 85 mila a 135/205 mila il numero annuale di visti H1B e di carte verdi  (greed card, permessi di soggiorno permanente) per gli stranieri che si sono laureati in discipline scientifiche negli USA.

I talenti scarseggiano in Silicon Valley e chi è stato dotato dal Signore di un talento viene ricoperto d’oro. Ci dice l’“Economist” che lo stipendio medio ad Apple è di 100mila dollari, a Google di 130mila e a Facebook ancora più alto. Si parla di salario medio, non di quello dell’A-team.

A.Team
A-Team è una serie televisiva andata in onda negli anni Ottanta. Grazie alle qualità tecniche e umane dell’A-Team ogni episodio si risolve positivamente.
Il safari delle start-up ancora in bozzolo

La caccia ai talenti nella Valle è diventato un vero e proprio safari. Si è spinta a un punto tale da condurre le società maggiori ad acquisire il controllo d’intere start-up al solo scopo di cooptare l’intera squadra di ingegneri e sviluppatori nel proprio team. Il business della start-up acquisita viene subito abbandonato, gi uffici chiusi, gli eventuali brevetti incorporati, gli investitori liquidati e il personale trasferito armi e bagagli nel campus dell’acquirente. In grandissima parte si tratta di start-up senza alcun ricavo, senza alcun utente e in alcuni casi senza neppure un prodotto. Neanche hanno avuto il tempo di presentare un bilancio d’esercizio. L’unico patrimonio è dato le persone che ci lavorano e sono proprio quelle che interessano.

Race against the machine
Race against the machine, oggi dispobibile come anche in Italiano

È così fiorito un commercio delle teste con tanto di valore di mercato per ogni cranio. Si potrebbe sorridere di questo fenomeno e consolarci pensando che è una delle ennesime eccentricità di quella striscia di terra ex agricola che va da San Francisco a San José dove al tempo di Steinbeck crescevano le prugne.

Ma non è così. Il problema della spasmodica ricerca di personale specializzato come condizione per restare nella serie A del mercato globale è un problema planetario ed è l’unica area occupazionale che cresce e crea valore nei paesi sviluppati come dimostra “Race against the machine”, il fondamentale studio di due economisti del MIT, Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee, oggi disponibile anche nella traduzione italiana.

Acqui-hire

Un fenomeno analogo si era manifestato nella parte più flatulente della bolla del 2000 quando le società quotate al Nasdaq o in cerca di quotazione imminente davano la caccia ai siti web che avevano un cospicuo numero di visitatori non paganti, più bulbi oculari colpivano le pagine di quei siti più il valore cresceva. Quando Broadcast.com fu comprata da Yahoo! nella primavera del 1999, la “purple company”, A-Team in acquisizioni pazze, pagò la bellezza di 10mila dollari a utente. Un record di stoltezza ancora insuperato. Oggi gli utenti valgono molto meno e non è più quello il criterio principale per valutare una dot.com.

Come scrive Nick Bilton, il simpatico media columnist del “New York Times”, alla parola “acquire” occorre aggiungere una “h” così da farla diventare “acqui-hire”: questa “h” ci dà la chiave per descriptare la stima del valore delle start-up della Valle dell’Eden. Quell’“hire” che in italiano vuol dire “assumere” è l’unità di valore.

Ecco come si esprime Sam Hamadeh, uno specialista in compravendite di attività, in un passo riportato da Bilton sul NYT: “se una società non ha ricavi né utenti, allora si valuta il prezzo di ciascun ingegnere che può oscillare tra 750mila e 1,5milioni di dollari a testa”. Se una start-up ha una dozzina di ingegneri il suo valore può variare tra 12 e 18 milioni di dollari a cui l’acquirente deve aggiungere una cifra analoga per chiudere l’attività, compensare gli investitori e liberarsi di tutte le attività impiantate in precedenza.

Questo tipo di acquisizione è cresciuto del 91% in un solo anno e il pioniere di questa nuova ondata è proprio Facebook che ha iniziato a comparare società per togliere di mezzo un potenziale concorrente oppure sottrarle alle mire di un concorrente effettivo come Google o Twitter. Sono dodici le acquisizioni “acqui-hire” realizzate da Facebook nel corso del 2012. Sempre nel corso del 2012 Twitter ne ha totalizzate otto e anche Airbnb, Apple, Google, Yahoo! e LinkedIn hanno comprato società con l’unico scopo di assicurarsi il personale che vi lavorava.

Dropobox ha acquisto per una cifra intorno ai 100 milioni di dollari Mailbox, un’iniziativa di cui c’era solo l’idea e neppure era operativa. Dropbox ha un fatturato di 240 milioni di dollari e 100 milioni sono un’enormità.

Vignetta social media

È conveniente l’“acqui-hire”?

Riferisce Bilton che secondo Chris Dixon del fondo Andreessen Horowitz, che è uno dei maggiori insider nel campo degli investimenti tecnologici, queste acquisizioni hanno un senso se rimangono nella ragionevolezza. Se ripartiamo in quattro anni il costo procapite dell’acquisizione si ottiene lo stesso importo del salario di ingegnere/sviluppatore assunto attraverso i canali standard.

La considerazione è anche un’altra: quanto tempo occorrerebbe a Facebook o Twitter a costruire da zero un servizio quando è possibile prelevare dal mercato il team che l’ha già realizzato o portato a un discreto stato d’avanzamento?

Tutto sta a vedere se all’amo abbocca un A Team o qualche bozo di troppo? Nel ronzio assordante che corre nella valle è difficile prevederlo prima di accorgersene. E non c’è neppure più Steve Jobs a cui telefonare.

Steve Jobs e Dropbox
Steve Jobs aveva pensato di acquisitre Dropbox una start-up che era molto in alto nella sua considerazione. In effetti Dropbox ha fatto un sacco di strada. Jobs se ne intendeva di A-Team

 

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