[Tempo di lettura: 6 minuti]

adblockL’altro giorno sull’icona di AdBlock è apparsa la scritta “New”. Strano, penso. Ci clicco e leggo questo messaggio: “AdBlock is buying Ads . . . for AdBlock!”. Per un plugin che servea bloccare gli annunci pubblicitari sui siti Internet è davvero il colmo. Clicco di nuovo sul link e mi si illuminano gli occhi.

AdBlock ha messo in piedi una campagna di crowdfunding per convincere le persone a installare il plugin e togliere di mezzo la pubblicità dai siti web. L’iniziativa si concluderà il 21 settembre e ad oggi sono stati raccolti quasi 45.000 dollari. Quanto basta per dare il via ad una serie di advertising online contro la pubblicità. Insomma, degli anti-advertising che dicano, più o meno, “smettetela di subire la pubblicità su Internet”. 

Secondo AdBlock, il 70% delle persone che navigano su Internet vede una qualche forma di pubblicità: banner, video promozionali su YouTube, annunci sponsorizzati su Facebook, Twitter e così via. Il plugin ideato da Michael Gundlach permette di fare piazza pulita sulla finestra del browser e godersi un Web totalmente ripulito dagli annunci pubblicitari. L’aggettivo giusto è sublime. Ti strega e allo stesso tempo terrorizza chi di advertising online ci campa. 

La pubblicità online morirà nel 2018 

Oggi AdBlock vanta circa 20 milioni di utenti, a cui vanno aggiunti i circa 200 milioni di download di AdBlock Plus (il progetto open source originale creato per Firefox da Wladimir Palant nel 2006). Per l’Internet globale sono ancora noccioline, ma secondo Forbes il fenomeno di filtri contro la pubblicità online sta crescendo. 

Il servizio di monitoraggio PageFair ha analizzato il traffico di 220 siti web per 11 mesi, rilevando una percentuale media di ad-blocking del 22,7%. In pratica, quasi un utente su quattro userebbe plugin o estensioni per filtrare gli annunci pubblicitari sui siti considerati dallo studio. Le stime del report 2013 parlano addirittura di circa 500.000 dollari di pubblicità persi in media ogni anno per ognuno di questi siti Web.

PageFair ipotizza una crescita annua del numero di utenti di AdBlock e simili del 43%. Significa che entro il 2018 tutti gli utenti campionati dallo studio useranno un ad-blocker. Sono stime forse un po’ esagerate, ma il fatto che l’estensione per il blocco pubblicitario sia sbarcata anche su dispositivi mobile (a patto che si utilizzi Firefox su tablet e smartphone) fa intravedere il fronte della tempesta all’orizzonte.

L’età dell’oro sta finendo?

I dati 2012 forniti da ClarityRay, un’azienda che fornisce servizi anti-AdBlock a pagamento, parlano di un tasso medio di pubblicità filtrate del 9,26% (USA e Europa). I siti web più colpiti sarebbero quelli di tecnologia, con un tasso di ad-blocking del 17,79%, seguiti da quelli di notizie con 15,58%. Secondo l’azienda, alcuni siti perderebbero addirittura la metà degli annunci pubblicitari online.

blocking-rates ClarityRay

I paesi con gli utenti che bloccano più annunci pubblicitari sarebbero Austria (22,5%), Ungheria (21,52%) e Germania (19,44%). Gli Stati Uniti sono a metà classifica con 8,72% e l’Italia è nel terzetto di chiusura della top 16 con il 7,3%. Ultime della serie sono Svezia (7,05%) e Danimarca (6,92%). La situazione sembra preoccupante, ma dare retta alle stime di ClarityRay è un po’ come chiedere all’oste se il vino è buono. O meglio, è come chiedergli se il suo vino vi salverà da una situazione che si prospetta catastrofica.

La jungla divora i più piccoli

Un breve ma interessante scambio di opinioni su Y Combinator individua i punti cruciali dell’ascesa di AdBlock e il destino che attende i siti web che vivono grazie ai ricavi degli annunci pubblicitari. Inutile dire che le realtà più piccole sono quelle che soffrono di più a causa dei mancati clic sugli Ad, spazzati via dai filtri di Gundlach e Palant. Vedersi tagliare l’unica fonte di sostentamento economico costringe inevitabilmente gli admin a chiudere bottega, mentre i giornali online possono contare sulle spalle più forti di un gruppo editoriale. 

La verità è che le soluzioni che soddisfino tutti (utenti e admin) esistono già. AdBlock può essere acceso e spento automaticamente sulle pagine web che scegliamo e ancheAdBlock Plus vanta una funzione whitelist che permette di decidere chi e che cosa bloccare. Dopo tutto, un compromesso è sempre possibile: gli ad-blocker possono essere tarati manualmente per eliminare solo i banner più vistosi e ingombranti, che tra l’altro incidono negativamente anche sul consumo di banda e i tempi di caricamento delle pagine.

Ancora meglio, gli inserzionisti potrebbero decidersi una volta per tutte a mandare in pensione le forme di pubblicità troppo invasive e optare per annunci più “soft” e personalizzati. Poi, c’è ance chi apre il portafoglio e paga per non essere bloccato: Google lo ha fatto con lo scopo di inserire alcuni dei suoi annunci nella whitelist di AdBlock Plus.

AdBlock è anarchia pura?

Diversamente dalla community di AdBlock Plus, Gundlach non sembra così intenzionato a scendere a compromessi. I suoi 20 milioni di utenti non fanno ancora paura e la campagna anti-pubblicitaria per cui sta raccogliendo fondi potrebbe spingere molti nuovi utenti nelle braccia più morbide di AdBlock Plus. Tuttavia, se AdBlock riuscirà a superare la soglia dei 50.000 dollari di donazioni, la campagna uscirà da Internet per approdare sui tabelloni di Times Square a New York. Con 150.000 arriverà sulle pagine del New York Times, e con 4.2 milioni allo spot TV in diretta durante il Super Bowl del 2014.

no ad here - adblock campaign

Tutto molto americano, non c’è dubbio. In realtà, la campagna di Gundlach ha un peso globale: prima o poi l’ad-blocking potrebbe diventare una minaccia seria per i siti web. Finora ne parliamo come se fosse un caso di costume, un passatempo per smanettoni che vogliono fregare gli inserzionisti e godersi un Web pulito. Quando a installare AdBlock saranno anche gli utenti “a bassa tecnologia” il fenomeno sarà trattato molto diversamente.

La domanda sorge spontanea: è davvero solo una questione di soldi? Asfissiare il mercato degli annunci online con un solo plugin sembra fantascienza, ma Internet ha il vantaggio di poter essere monitorata 24 ore su 24. Se le cose si mettono male per gli Ad, i siti web se ne accorgeranno subito. Pochi clic e visualizzazioni uguale tanta preoccupazione. A quel punto, dare tutta la colpa ad AdBlock non servirà a nulla, perché è un servizio perfettamente legale. Forse è arrivato il momento di ridiscutere i canoni della pubblicità online. Prima che arrivi un nuovo plugin a cancellare tutto.

Disclaimer: chi scrive ha appena donato 25 dollari a favore della campagna di AdBlock. I siti che campano grazie ai profitti degli Ad forse mi odieranno. Come se non bastasse, ci ho guadagnato pure una bella maglietta.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>