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Un’innovazione che serve a tutti

AutoRipAbbiamo detto in un precedente post che Netflix è la punta di diamante dell’innovazione nell’industria del media e de divertimento. Amazon però ribatte colpo su colpo: sembra di assistere alla finalissima di Wimbledon.

Amazon, con Amazon prime, sta gettando le basi di quello che sarà il modello distributivo dei contenuti del futuro sui new media. Un unico grande “parco” dove sarà possibile reperire qualsiasi contenuto e riceverlo in streaming o come file da scaricare nelle librerie dei dispositivi. Ci sarà da pagare un biglietto d’ingresso che tutti potranno permettersi e per alcuni contenuti super ci saranno degli extra, esattamente come avviene a Disneyland. Le tazze che ruotano sono gratis, ma per salire sul galeone arrembato dai Pirati dei Caraibi ci vuole un supplemento. Amazon Prime sarà un parco della cultura e del divertimento che farà la gioia dei bambini e dei grandi; sarà la reificazione del visionario progetto Memex di Vannevar Bush, Douglas Engelbart (scomparso da pochi giorni) e Ted Nelson.

Questa roba è, però, da venire, per cui conviene occuparci dell’oggi. L’istrionico Jeff Bezos ne ha inventata un’altra semplicemente collegando dei puntini dispersi, come suggeriva di fare Steve Jobs. E che invenzione! Si chiama AutoRip e non è un tablet o un computer da indossare. È un servizio tanto semplice quanto geniale che per ora è confinato alla musica, ma farà, si spera, parecchia strada. Quando un cliente di Amazon acquista un album in vinile o in CD, sul suo account viene resa disponibile gratuitamente e istantaneamente la versione digitale dello stesso album a cui si può accedere attraverso Cloud Player che è l’iTunes di Amazon. I file si possono anche scaricare. Il cliente che ha comprato un disco, potrà ascoltarlo anche sul suo iPhone o su una qualsiasi cosa collegata a Internet, anche il frigorifero. Sono 250mila gli album interessati da AutoRip che si applica retroattivamente a tutti gli acquisti avvenuti a partire dal 2010. Somiglia a iMatch di Apple, ma è meglio. iMatch costa 24,99 euro l’anno e sa molto di condono.

AutoRip è super anche per il principio che incorpora: consente il consumo dei contenuti a prescindere da qualsiasi forma fenomenologica; è l’idea platonica di contenuto nella sua natura universale che si manifesta in forme differenti a seconda della circostanza, della geografia e dell’umore del suo utilizzatore.

Autorip

Perché AutoRip è così importante

Perché rafforza l’attrattività del prodotto tradizionale (con “compri uno e prendi due”) aiutando così il business dell’industria della musica che ha sofferto tantissimo il passaggio al digitale e solo adesso riesce a elaborare strategie adeguate. Dall’altro lato della medaglia promuove, come nessun’altra iniziativa, l’alfabetizzazione al contenuto digitale. Se acquistando un disco in vinile, mi viene consegnato di default l’accesso al file musicale, può darsi che mi venga la voglia di utilizzarlo quando viaggio su Italo tra Roma e Napoli. Il “Guardian” l’ha definito un “gentle bridge” tra fisico e virtuale, tra possesso e accesso.

Mp3

Dal disco al file senza sforzo.

Ora l’industria musicale è un’industria matura dal punto di vista del passaggio al digitale, quello che doveva succedere è successo e molte cose sono andate come sono andate. I consumatori interessati ai file già effettuavano il CD ripping, cioè convertivano i brani dei Cd in mp3 con un semplice clic e pertanto AutoRip non cambierà la loro vita. Ma lo farà per quelli che prendevano ancora il vinile e non potevano fare gli mp3 con un clic. C’è da considerare poi che, mentre per il single il digitale rappresenta il 97% del mercato, per gli album la situazione è differente: il 70% degli album viene ancora acquistato in CD o in vinile contro 34% come file. I dati sono relativi al Regno Unito come li riferisce il “Guardian”.

Facciamo però uno sforzo d’astrazione. Pensiamo ai libri che sono ancora nella curva ascendente della parabola digitale. Che cosa potrebbe significare acquistare un libro e ricevere detto fatto anche l’ebook all’interno del Kindle Cloud o di iBooks? Quanto aiuterebbe lo sviluppo del mercato sia di quello del libro, sia di quello dell’ebook? Un’enormità. Che cosa costerebbe all’editore autorizzare questa operazione, cioè includere l’ebook nell’acquisto del libro senza un supplemento di prezzo o con un supplemento simbolico. Niente, perché chi prende un libro non lo prende anche in ebook, è più vero viceversa. Quanto mercato si mangerebbe l’editore con questa offerta, lo 0,5%? Quanto mercato guadagnerebbe, forse un bel 20%? Ma questo non si può sapere, certo è che il mercato inizierebbe a correre.

Ecco come Amazon “ruba” l’acquisto alle librerie. Semplicemente con un app che porta il proprio nome.

E perché allora questa cosa così auspicabile non succede?

Amazon l’incendiaria

Amazon è un concorrente spietato, al limite della decenza. Il grido di battaglia di Jeff Bezos è “Il tuo margine è la mia opportunità”. Jeff però è anche molto caritatevole. Senza neppure disporre di una libreria o di un negozio che si affacci su una strada, Amazon sta trasformando librerie e negozi in proprie succursali. Le persone si recano nelle librerie e con il telefonino, tramite l’applicazione gratuita Amazon Mobile, scannerizzano il codice a barre di un libro che automaticamente restituisce lo stesso articolo su Amazon a un prezzo sicuramente migliore. Vanno in strada e lo comprano, giusto per senso di pudore, perché se la libreria avesse il Wi-fi lo potrebbero fare all’interno dei locali. Qualche libreria, come Waterstone e Hoepli, già lo consente con tanto di sorriso da parte dei commessi. Il (mal)costume “Amazon” si è talmente diffuso che la responsabile di Hachette America si è spinta a dire che presto occorrerà introdurre un biglietto d’ingresso per entrare in libreria. Che sia un’idea per rivitalizzarne il business? Lo stesso avviene con le scarpe: le persone si recano nel negozio, scelgono il modello, lo provano, ringraziano, prendono i dati del modello e poi effettuano l’acquisto su Zappos, acquisita da Amazon.

L’innovazione sfuggita di mano

Agli occhi dell’industria costituita (da cui escluderei quella musicale che ha già compiuto il suo cammino) la fama di piromane che accompagna Amazon richiama la stessa maledizione che perseguita il giovane incendiario Paul Newman in La lunga estate calda, un film del 1958 con grandissimi attori e una grande sceneggiatura. Anche a causa di Amazon, gli editori, che hanno in mano i contenuti importanti, percepiscono l’innovazione come un processo ostile, distruttivo. Ecco che le uniche strategie che riescono a esprimere sono difensive e sono tutte volte a riprendere il controllo del business e respingere Amazon. Perché Random House e Penguin si sono unite? C’è qualche piano di sviluppo, nuovo servizio, nuovo prodotto? No! Si sono unite perché così sono una bestia più grande per affrontare il duello con Amazon e proteggere la casa dall’incendio appiccato da quest’ultima. Ma quanto interessano queste cose ai consumatori? Zero. I consumatori vogliono l’innovazione e questa la dà Amazon. Se cerco di ricordare un’innovazione da parte dell’industria dei media che abbia avuto un senso per il grande pubblico, mi viene in mente solo hulu (che riguarda la televisione), la cui vicenda però ha un riscontro inquietante in quella di Ugolino della Gherardesca come abbiamo visto anche su ebookextra. Per l’industria della musica il discorso è diverso e per loro le cose stanno migliorando.

Nel comparto dei libri, l’industria costituita ha espresso una grandissima innovazione solo nell’elaborare politiche protezionistiche di cui sono occupati anche i regolatori antitrust in Europa e negli USA. L’industria del libro è un’attività secolare che reitera i propri riti con la regolarità delle maree, è gelosa delle proprie competenze al limite di un insopportabile snobismo e pensa sempre in termini conservativi. È forse proprio questa cultura che la rende incapace di tenere il passo con una realtà che è assetata di innovazione radicale. Gli editori devono liberarsi dal mantra del “controllo del business”. Questo se n’è andato e non tornerà: nessuno avrà più il controllo del business che è passato ai consumatori. Gli editori possono però specializzarsi su un segmento fondamentale della filiera dell’industria dei media, quello della produzione dei contenuti lasciando ai soggetti tecnologici il compito di distribuirli e portarli alla massa dei consumatori.

Potrà mai un editore o un cartello di editori costituire una proposta distributiva online capace di competere con Amazon o Apple? Potrà mai un editore costruire una risorsa social capace di competere con Facebook, Twitter o Goodreads? La risposta pare ovvia, eppure si vedono ancora in giro progetti faraonici che regolarmente falliscono. L’unico terreno sul quale gli editori non hanno veramente concorrenti e possono essere davvero i padroni del serraglio sono i contenuti. I contenuti prodotti dai gruppi tecnologici, se si esclude Netflix, sono roba da apprendisti a confronto di quelli pensati ed elaborati dall’industria tradizionale. Allora perché gli editori non lasciano andare il resto e focalizzano il proprio business sui contenuti, che alla fine è anche quello che porta più valore agli azionisti? Questo passo sarebbe la più grande innovazione. E allora, perché non è questa la risposta? E allora perché non si autorizza Amazon ad Apple a dare anche l’ebook a chi acquista un libro?

The answer is blowin’ in the wind.

La lunga estate calda

Ecco il manifesto di La lunga estate calda di Martin Ridd  tratto da un soggetto di William Faulkner e prodotto nel 1958 dalla 20th Century Fox. Un film da non perdere. Disponibile in Italia anche in Blue Ray, ma non in streaming. Quanto dobbiamo ancora attendere?

 

 

 

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