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La discesa agli inferi

streamLa musica è il laboratorio dei nuovi media da cui si propagano tutte le innovazioni, buone o cattive che siano. E che laboratorio! Se c’è qualche esperimento audace o rischioso è qui che avviene. L’altro grande laboratorio dei nuovi media sono i videogiochi, ma qui si tratta di un’industria ancora adolescente e del tutto nativa digitale. La turbolenza è fisiologica e tutto il settore è in uno stato magmatico. L’industria della musica ha pagato un prezzo altissimo a questo suo particolare status. Dal 1999 ad oggi i ricavi dell’industria si sono quasi dimezzati, dai 27 miliardi di dollari di allora ai 16 di oggi.

Nel frattempo, però, i consumatori si sono decuplicati. Che un’industria potesse soffrire atrocemente della crescita della domanda era un fenomeno che non si era mai visto nelle economie moderne. Si stenta a credere al grafico elaborato da due studiosi della MIT Initiative on the Digital Economy della Sloan School of Management: la linea di consumi si impenna quanto quella dei ricavi si inabissa. Se non fosse cresciuta robustamente l’attività degli eventi dal vivo, per l’industria della musica saremmo, oggi, a recitare un de profundis definitivo. Siamo arrivati al paradosso che la musica registrata è diventata una sorta di attività promozionale e ancillare per gli eventi dal vivo.

Disruptio Music

La curva dei consumi e quella dei ricavi corrono in direzioni opposte.

Il giornalista Stephen Witt, prima sul New Yorker e poi in un libro dal titolo How Music Got Free: The End of an Industry, the Turn of the Century, and the Patient Zero of Piracy, segnalato e ripreso dalla grande stampa mondiale, ha descritto la discesa agli inferi e la decimazione della musica. Tra il 1999 e il 2003 l’industria è stata investita dagli effetti, paragonabili a quelli di un meteorite, di un cambio radicale di paradigma tecnologico (dal CD al formato digitale MP3) a cui si è sommata l’incapacità delle case discografiche di reagire appropriatamente alle mutate condizioni e la crescita della pirateria su scala industriale alimentata, paradossalmente, da soggetti appartenenti all’industria stessa.

Ancor forse più infausta per l’industria è stata la narrazione che si è affermata tra i giovani intensivi consumatori di musica, la cosiddetta Napster generation, intorno al diffondersi dei servizi peer-to-peer: “scaricare musica non è rubare, è piuttosto accedere a un patrimonio negato da un’industria avida e cinica”.

Eroi del nostro tempo
Kim Dotcom con la moglie Mona in una delle sue pose preferite. Notate la targa con la scritta

Kim Dotcom con la moglie Mona in una delle sue pose preferite. Notate la targa con la scritta “GOD”.

Kim Dotcom, un corpulento trentottenne di origini tedesche stabilitosi in Nuova Zelanda e arrestato con una spettacolare operazione antipirateria in relazione alle attività di Megaupload (il portale peer-to-peer fondato dal Kim nel 2005), è diventato una sorta di eroe popolare, come certi narcotrafficanti dell’America Latina. Una volta rilasciato, Kim ha fondato un partito, l’Internet Party, che si è presentato, con scarsi risultati, alle elezioni politiche in Nuova Zelanda tenutesi nel 2014. L’Internet Party aveva una piattaforma analoga a quella del Piratenpartei tedesco, ormai anch’esso defunto. Kim ha dichiarato di assumersi tutta la responsabilità dell’insuccesso. Un gesto tipico del selfismo compulsivo del nostro tempo.

Thom Yorke, voce solista del gruppo rock Radiohead, ha usato delle espressioni molto colorite per apostrofare le piattaforme di streaming della musica.

Thom Yorke, voce solista del gruppo rock Radiohead, ha usato delle espressioni molto colorite per apostrofare le piattaforme di streaming della musica.

Poi è venuto Apple iTunes e quindi Spotify a metterci davvero una pezza. Una bella pezza, anche se ci sono già dei pentiti. Alcuni executive dell’industria musicale non fanno più mistero nel dire che forse era meglio quando c’era Pirate Bay. Si sapeva contro chi combattere e fare lobby, oggi con il modello freemium dello streaming (quello di Spotify, Pandora e YouTube), una sorta di “pirateria autorizzata”, non si sa più con chi prendersela se il 70% della musica ascoltata produce ricavi irrisori.

Un’opinione sempre più condivisa dai musicisti: Thom Yorke (46 anni) dei Radiohead ha definito lo streaming “l’ultimo disperato peto di un cadavere”. Anche David Byrne (63 anni), una delle voci più equilibrate e autorevoli del panorama musicale globale, in una intervista al “Financial Times” ha paventato un possibile esaurimento della materia prima della musica, gli artisti. Colpa delle royalty misere, ma anche della cultura del blockbuster che premia la superficialità, precisa il musicista scozzese. Ma il cruccio più grande è che Internet non ha portato alcuna innovazione creativa nella musica; si è limitato a sconvolgerne l’assetto distributivo.

David Byrne è relativamente ottimista anche se lamenta che l'innovazione portata da Internet alla musica è stata minima e ha coinvolto solo l'aspetto distributivo e non quello creativo. Un'osservazione acuta da vera testa parlante (Talking Head).

David Byrne è relativamente ottimista anche se lamenta che l’innovazione portata da Internet alla musica è stata minima e ha coinvolto solo l’aspetto distributivo e non quello creativo. Un’osservazione acuta da vera testa parlante (Talking Head).

Il modello freemium, per quanto indigesto possa essere ai musicisti e ai loro agenti e ai manager delle case discografiche, non sparirà come una brutta sbronza. Prima di tutto la gente lo vuole e in secondo luogo, grazie ad esso, la pirateria è alle corde. Il traffico di Bit Torrent, che esigeva oltre il 30% della banda complessiva consumata giornalmente nel mondo, oggi ne chiede solo il 5% e le persone che dichiarano di scaricare illegalmente la musica sono scese dal 50% al 20%. Metà degli abbonati a Spotify ha meno di 27 anni; è la Napster generation che ha scoperto che Spotify è meglio di Torrent. Fors’anche per questo, lo streaming legale della musica è il settore più caldo di tutta l’industria dei media.

L’economia dello streaming è sostenibile?
La giovane cantautrice county Taylor Swift sta diventando il simbolo della riscossa degli artisti per ottenere un ritorno economico superiore dal loro lavoro. Un suo tweet ha fatto cambiare politica alla Apple, una cosa che non si era mai vista.

La giovane cantautrice county Taylor Swift sta diventando il simbolo della riscossa degli artisti per ottenere un ritorno economico superiore dal loro lavoro. Un suo tweet ha fatto cambiare politica alla Apple, una cosa che non si era mai vista.

Sarà anche il settore più caldo dell’industria dei media, ma lo streaming è tutto fuorché perfetto. Si discute, addirittura, della sua sostenibilità per tutti gli attori dell’industria comprese le piattaforme. Esclusi i consumatori, tutti stanno perdendo qualcosa nella migliore tradizione del web. Gli artisti sono in modalità mugugno (alcuni considerano le royalty dello streaming un insulto), le etichette sono in subbuglio perché vogliono togliere di mezzo il livello freemium che è poi il perno dell’azione antipirateria, le piattaforme sono ancora molto lontane dal punto di pareggio che si individua nebulosamente nei 35-40 milioni di utenti paganti, la popolazione di un paese come il Canada.

Sembra uno scenario da ultimi giorni di Pompei. Ma non è affatto così per un semplice dato di fatto: lo streaming piace ai consumatori e oltre 100 milioni di persone lo usano quotidianamente. 29 dei 30 video più visualizzati su YouTube sono clip musicali prodotte professionalmente da musicisti o etichette musicali. YouTube è diventato il jukebox del mondo. Il meccanismo di YouTube si è raffinato a tal punto che gli artisti possono ricevere dei pagamenti passivi automatici anche su brani postati illegalmente o a loro insaputa.

Ed è questo innamoramento dei consumatori, sedotti dai servizi come quelli di YouTube, che motiva gli investitori a mettere denaro nel settore. È proprio il capitale di rischio che tiene in piedi l’economia dello streaming della musica.

Recentemente Spotify, che ha perduto nel 2014 qualcosa come 162 milioni di dollari, ha beneficato di uno nuovo round di investimenti di 400 milioni di dollari (il settimo in nove anni). Oggi la valutazione complessiva della piattaforma è di 8,4 miliardi di dollari, sei volte e mezzo il valore dei suoi ricavi di 1,3 miliardi nel 2014. Secondo il “Financial Times” l’81% di questi ricavi sono trasferiti direttamente a possessori dei diritti sui brani musicali ascoltati dagli abbonati al servizio. Cosa possa restare alla piattaforma è un mistero.

Secondo Deloitte la spesa procapite della popolazione USA in musica è inferiore a 50 dollari, quella dei millenial però sale a 125 dollari. Per arrivare a 50 milioni di abbonati paganti al servizio di streaming è necessario un sostenuto allargamento della domanda.

Secondo Deloitte la spesa procapite della popolazione USA in musica è inferiore a 50 dollari, quella dei milleniall però sale a 125 dollari. Per arrivare a 50 milioni di abbonati paganti al servizio di streaming è necessario un sostenuto allargamento della domanda.

C’è un altro ostacolo non da sottovalutare nella marcia dello streaming musicale verso la forma dominante di consumo di musica: l’allargamento della domanda. Si tratta di portare i consumatori a investire più denaro nella musica di quanto facciano adesso. Secondo Deloitte, negli USA la spesa pro-capite per anno in musica registrata è di 48 dollari, quando la spesa per aderire a un qualsiasi servizio di streaming è di 119,88, tre volte tanto. La bottiglia mezza vuota diventa mezza piena se guardiamo al dato dei millennial (18-34 anni) che stanno iniziando a investire qualche soldo, infatti spendono in musica 125 dollari l’anno.

Molti osservatori però concordano nel rilevare che per molti utenti medi il livello gratuito con pubblicità, come quello offerto da Spotify, è più che sufficiente e ci vorrà qualcosa di veramente speciale per convincerli a pagare 9,99 al mese per liberarsi della pubblicità. Se però guardiamo all’esperienza della TV a pagamento negli Stati Uniti, dove sono 100 milioni i clienti paganti, si può inferire che la crescita della qualità e dei servizi dell’offerta a pagamento può stimolare efficacemente la crescita rapida di una domanda qualificata. Forse la sfida più robusta sta proprio qui e forse tutti gli attori dell’industria musicale dovrebbero guardare all’esperienza della TV a pagamento come viatico della propria.

Verso il sovraffollamento

In ogni caso lo streaming della musica è destinato a crescere come business. Secondo Midia Research, una società di ricerche di mercato nel settore media, il valore dello streaming che è stato di 3,3 miliardi di dollari nel 2014 salirà a 8 miliardi nel 2019. A prova definitiva che lo streaming è qui per restare, c’è la Apple che ha appena avviato Apple Music  che sicuramente con i suoi 30 milioni di brani finirà con il cannibalizzare iTunes Store, il negozio per il download a pagamento dei pezzi musicali, lanciato da Steve Jobs nel 2003.

La Apple, che 12 anni fa aveva rivoluzionato questa industria e godeva di un vantaggio apparentemente incolmabile sui servizi concorrenti, oggi si trova a rincorrere questa nuova rivoluzione che non ha iniziato lei e che rischia di marginalizzarla. Apple si propone di convincere l’11% degli 800 milioni di utenti registrati ad iTunes ad autorizzarla a prelevare 9,99 dollari o 7,99 euro al mese dalla propria carta di credito per ascoltare Apple Music. Con 100 milioni di abbonati, Apple Music salverebbe la leadership della mela raccogliendo l’eredità di iTunes. Un’impresa non impossibile, ma audace e rischiosa come tutte le imprese di Ethan Hunt.

A settembre 2015 arriverà anche un altro grande cetaceo come YouTube con un servizio a pagamento, denominato Music Key, che darà accesso a 30 milioni di video musicali. La piscina si affolla, ma l’acqua resta la stessa. Stephen Witt ha contato almeno una dozzina piattaforme di streaming, solo nel comparto musicale, che offrono la stessa merce allo stesso prezzo. Come dice Witt l’unica cosa certa, adesso, è che un consumatore può sottoscrivere solo un abbonamento alla volta. Ne consegue che chi aspira a restare nel business deve avere lo stesso assortimento della concorrenza sopportandone i costi correlati.

Un affollamento che il mal di testa. il capo di AT&T ha dichiarato che lo streaming gli toglie il sonno, come lo toglie alle grandi compagnie di telecomunicazioni, agli studios di Hollywood e alle grandi catene televisive.

Adesso anche gli editori di libri iniziano a interrogarsi se lo streaming andrà a mettere a soqquadro il loro placido business, proprio adesso che sono riusciti a contenere l’effetto distruttivo degli ebook. Certamente lo metterà a soqquadro.

Per chi cerca qualcosa di nuovo oggi è più facile esplorare la scena musicale londinese, una delle più vivaci del pianeta. C’è Jukely, l’app per abbonarsi ai concerti dal vivo e con 25 sterline al mese staccare un free pass per partecipare illimitatamente a qualsiasi evento musicale dal vivo riportato nella app. La app infatti si definisce la “Netflix della musica dal vivo”. Peter Aspden, il corrispondente culturale del “Financial Times” in un esteso articolo sul supplemento del weekend “Life&Style” ha descritto bene l’effetto di questo strumento sui comportamenti di chi va in cerca di musica nella capitale della musica contemporanea. Ed è proprio qui il punto dello streaming. È anche la sua forza motrice.

La fiera della scoperta
La scoperta casuale e fortuita che innesca un processo di allargamento dei propri orizzonti è l'apporto più importante delle piattaforme di musica all'industria culturale.

La scoperta casuale e fortuita che innesca un processo di allargamento dei propri orizzonti è l’apporto più importante delle piattaforme di streaming all’industria culturale.

L’affermazione di Martin Heidegger che le “conseguenze della tecnica sono tutt’altro che tecniche” sembra coniata a misura per quello che lo streaming sta producendo nei comportamenti individuali.

Come succede spesso con le innovazioni, lo streaming musicale, iniziato per combattere la pirateria sul suo stesso terreno, ha finito per servire un altro bisogno stimolato dalla voracità dei consumatori: aprire le mente delle persone a nuove conoscenze.

Lo streaming sta infatti diventando una tecnologia destinata a cambiare i comportamenti di acquisto e soprattutto di consumo dei prodotti dell’industria culturale e del divertimento. Qui sta la superiorità dello streaming sulla pirateria e anche il suo valore per il “consumatore tutto-subito-tutto-gratis”. Quando qualcuno entra in Bit-Torrent deve avere le idee chiare su cosa intende fare: deve avere individuato una parola-chiave, altrimenti può andare al parco. Qualcuno che entra in una piattaforma di streaming finisce per seguire un differente percorso rispetto a quello che aveva in animo intraprendere. Su questo differente percorso lo porta la proattività del servizio che non si limita a ricevere ed eseguire passivamente gli input della persona, ma su ogni input sommerge l’utente di nuove proposte che iniziano in prossimità dell’input e si dipanano come una matassa. All’inizio sembra una fastidiosa molestia da venditore ambulante, ma ben presto si prende coscienza del valore di tale attività e si finisce con il seguire la narrazione che sviluppa il sistema. È un cammino certamente interattivo. Un cammino di scoperte, di esclusioni ed inclusioni, di conoscenze e anche di condivisioni e di azioni.

Se una qualsiasi piattaforma di streaming lascia il visitatore come l’ha trovato, vuol dire che il software è fallace. Infatti, quello che fa la differenza non è tanto l’offerta commerciale o quella musicale, ma il software che gestisce il meccanismo di suggerimenti, di socialità e d’interazione.

L’inclusività come nuovo parametro del gusto
Lo streaming è una porta aperta verso nuovi orizzonti di gusto.

Lo streaming è una porta aperta verso nuovi e imprevisti orizzonti di gusto.

Bene, gli abbonati entreranno in Spotify o in Apple Music con dei gusti precisi, vi cercheranno i suoni preferiti e consumeranno quelli come facevano su Bit-Torrent o su iTunes. Ma la storia non finisce qui: progressivamente si accorgeranno che questa iniziale esclusività, determinata dalla loro personale e rispettabile storia culturale, andrà addolcendosi per far posto all’inclusività, alla scoperta felice, all’allargamento delle conoscenze e infine all’abbattimento delle barriere del gusto stesso e all’apertura verso nuovi ascolti, nuovi generi e nuovi artisti. È un meccanismo formidabile anche di promozione degli artisti indipendenti o di musicisti non-mainstream o di quelli più sperimentali che potrebbero essere accolti nelle playlist o nei sistemi di raccomandazione.

A proposito di quest’ultimi, c’è ormai consapevolezza che al layer algoritmico deve essere aggiunto un layer “umano” che, attraverso scelte mediate dall’intelligenza emotiva, può effettuare delle selezioni più prossime a un pubblico in fase di transizioni dai propri gusti verso l’ignoto. Apple Music, per esempio, ha una redazione che crea delle playlist bilanciate. Io in genere comincio da quelle per esplorare un genere o un artista che non conosco. E in genere funzionano. È come iniziare a giocare a tennis con il maestro, piuttosto che respingere le palle lanciate dalla macchina lanciapalle.

Per esempio Spotify, che lavora ancora con il solo layer algoritmo, nella nuova app per iPhone, si propone di creare delle playlist non tanto per generi e per artisti quanto per brani adatti alla situazione della giornata o agli stati d’animo: relax, attività fisica, trasferimenti, cucina e via dicendo.

Se Timothy Leary fosse ancora in vita non avrebbe bisogno di una sostanza chimica piuttosto dannosa per allargare gli orizzonti della propria mente. Piuttosto potrebbe abbonarsi a un qualsiasi servizio di streaming e porsi di fronte come ad esso un bicchiere d’acqua pronto a colorarsi a seconda del colore della polverina che vi viene versata dal software di raccomandazione.

Farhad Manjoo, il media columnist del “New York Times”, che, al pari del compianto David Carr sa cogliere anticipatamente le tendenze profonde dell’industria culturale, sulle colonne del quotidiano di New York ha descritto bene, osservando anche i propri comportamenti, quella dimensione diciamo antropologica dello streaming. Qui di seguito vi proponiamo il suo articolo, Spotify Wants Listeners to Break Down Music Barriers, nella traduzione italiana di Ilaria Amurri.

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Missione: rompere gli schemi
Simon & Garfunkel, l'ultima compulsiva scoperta dei figlii di 4 e 3 anni di Farhad Manjoo.

Simon & Garfunkel, l’ultima compulsiva scoperta dei figlii di 4 e 2 anni di Farhad Manjoo.

Negli ultimi tempi i miei figli di due e quattro anni hanno sviluppato una vera ossessione per Simon & Garfunkel e ormai in macchina siamo costretti ad ascoltare solo il duo folk anni ’60. Il maschio, il più grande, conosce a memoria buona parte di The Sound of Silence, un pezzo che era primo in classifica quasi mezzo secolo prima che lui nascesse. I bambini sono approdati al folk dopo una lunga fase Maroon 5, il gruppo pop arcinoto e fastidiosamente orecchiabile, e dopo mesi e mesi di passione maniacale per Michael Jackson, a cui si alternavano infatuazioni temporanee per una vasta gamma di singoli di ogni epoca e genere.

Se due bambini piccoli hanno orizzonti culturali così ampi il merito è soprattutto della tecnologia e in particolare di Spotify, il servizio di musica digitale più diffuso al mondo, grazie al quale è possibile conoscere artisti sempre diversi. Secondo i dirigenti di Spotify i miei figli offrono uno scorcio sul futuro del consumo musicale, in cui sarà dato sempre meno spazio alle distinzioni nette tra generi grazie a un sistema di streaming online che ci consente di ascoltare quello che ci pare in qualsiasi momento, proponendoci ogni giorno qualcosa di nuovo.

Oltre a Spotify, di cui è disponibile la nuova applicazione, ci sono molte altre piattaforme di musica in streaming, come Pandora, un sito radiofonico gratuito che vanta quasi 80 milioni di ascoltatori, o Rapsody, un servizio a pagamento che di recente ha dichiarato di avere 2,5 milioni di utenti; c’è poi Radio, che offre abbonamenti a $4 al mese, oltre al piano standard di $10, e infine il criticatissimo Tidal, un sito creato da Jay Z in società con altre star miliardarie. Anche Google e Amazon distribuiscono musica su abbonamento e l’anno scorso YouTube, di Google, per molti versi il juke box più grande del mondo, ha lanciato un servizio gratuito di video in streaming.

Playlist situazionali
Ecco la playlist proposta dalla app per iPhone di Spotify durante l'attività di correre.

Ecco la playlist proposta dalla app per iPhone di Spotify durante l’attività di correre.

Attualmente Spotify ha circa 60 milioni di utenti attivi, 15 milioni dei quali pagano $10 al mese per usufruire della versione Premium senza pubblicità. A detta della società, il servizio propone nuovi artisti quasi ogni giorno, portando gli ascoltatori a fossilizzarsi sempre meno su singoli generi ed epoche storiche, col risultato che molti di noi ascoltano un po’ di tutto, dato che in rete si può saltare velocemente da un brano all’altro.

Spotify sta di fatto rivoluzionando la percezione dell’ascolto musicale, prefiggendosi di sostituire la rigida suddivisione in generi con playlist basate su occasioni e attività specifiche, come dimostra la nuova applicazione per iPhone.

L’idea di fondo, spiega il vicepresidente di produzione Shiva Rajamaran, è la seguente: “Spotify vuole dare alla musica un valore rituale, nel senso che in base alle abitudini degli utenti proponiamo loro contenuti diversi a seconda dei momenti della giornata”. L’applicazione personalizza i suggerimenti attraverso una serie di filtri, pur mantenendo alternative molto diversificate. L’obiettivo è di programmare ogni occasione, facendoci scoprire che la musica va ben oltre la gamma ristretta dei nostri generi preferiti e che tutte le tracce e gli artisti che non ci interessavano magari si adattano bene a un’attività specifica individuata dall’applicazione, dal relax, al lavoro, allo sport.

Secondo Spotify, gli utenti fanno ancora riferimento alla divisione in generi, ma con la stessa frequenza scelgono canzoni associate a stati d’animo e occasioni, come “jogging”, “concentrazione”, “festa”, entrando in contatto con stili particolari, e se è vero che la gente sente sempre più spesso la necessità di cambiare (e negli ultimi anni le classifiche hanno dato ragione a Spotify), questa tendenza finirà per trasformare radicalmente il nostro modo di concepire la musica

Nomadi della musica
Il nomadismo musicale si sta diffondendo rapidamente e con esso la perdita della fedeltà a generi e artisti che è anche un problema per quest'ultimi che stentano a confermare un successo. La stessa identica dinamica dei videogiochi.

Il nomadismo musicale si sta diffondendo rapidamente e con esso la perdita della fedeltà a generi e artisti. Un bel problema per quest’ultimi che stentano a confermare un successo. La stessa identica dinamica dei videogiochi.

Fino a poco tempo fa la divisione in generi ha continuato a prevalere anche a causa di una tradizione radiofonica ancorata a target specifici, mentre oggi le nicchie vanno via via diradandosi e la rete ci permette di scoprire nuovi artisti in modo rapido ed economico, se non gratuito. Lo svantaggio, però, è che è sempre più difficile appassionarsi ai singoli cantanti e così si ascolta un po’ di tutto, come fanno i miei figli: che ci piaccia o no, lo streaming ci sta trasformando in nomadi della musica.

C’è da aggiungere che quella di Spotify è anche un’efficace strategia di marketing, secondo cui la concorrenza non coinvolge solo i servizi, ma soprattutto agli artisti stessi, molti dei quali hanno manifestato la loro delusione nei confronti del riscontro economico dello streaming. Per questo motivo Spotify ha iniziato a curare alcune campagne pubblicitarie, come ha fatto l’anno scorso con Taylor Swift, la cui agilità nel passare dal country al pop sembra confermare il fatto che ci si sofferma sempre meno sui singoli generi: “Vogliamo dimostrare a tutti che Spotify può essere una vera risorsa per gli artisti”, spiega Jeffrey Rabhan, presidente del Clive Davis Institute of Recorded Music dell’Università di New York.

La logica di Spotify e la scomparsa della fedeltà musicale
Il gruppo islandese post-rock dei Sigur Rós, ultima scoperta di Farhad Manjoo. Sono stati inclusi in una playlist da ascoltare al mattino appena alzati.

Il gruppo islandese post-rock dei Sigur Ros, ultima scoperta di Farhad Manjoo. Sono stati inclusi in una playlist da ascoltare al mattino appena alzati.

Personalmente, dopo aver provato Spotify per un paio di settimane, ho cominciato a comprendere meglio la sua logica. In pratica i suggerimenti dell’applicazione si adeguano alle attività che svolgo nei diversi momenti della giornata, proponendo musica anche al di fuori della mia area preferenziale. Una mattina mi ha suggerito “Epic Uplifting Sunrise”, una playlist di galvanizzanti strumentali post-rock che mi ha fatto scoprire il gruppo islandese Sigur Rós. All’inizio mi è sembrato che i Sigur Rós fossero gradevoli quanto i controlli in aeroporto, ma ascoltandoli al mattino, subito prima di bere il caffè, ho cominciato a prenderci gusto. Come promette il titolo, la playlist è assolutamente esaltante, quasi epica e dopo averla ascoltata per tre mattine di seguito mi sono ritrovato a consigliare il post-rock a mia moglie.

Chris Molanphy, un esperto di musica pop che ha scritto per “Slate” e per National Public Radio, spiega che Spotify ha sempre dato spazio a tutti, creando veri e propri successi internazionali, al punto che Billboard inserisce anche i successi di Spotify e di YouTube nelle classifiche statunitensi e le radio li trasmettono a ripetizione.

Il risultato, dice Molanphy, è che da Internet provengono i pezzi più insoliti, come Somebody That I Used to Know di Gotye, un grande successo del 2012, o Royals, della teenager neozelandese Lorde, già famosa in rete prima ancora di arrivare in testa alle classifiche nel 2013, e infine Take Me to Church di Hozier, che l’anno scorso ha invaso le radio di tutto il mondo.

Questi erano i pro di Spotify, ma il problema principale è che la maggior parte degli artisti emergenti si blocca dopo il primo singolo e questa tendenza è aumentata paurosamente nel 2014. Come fa notare Molanphy “la fedeltà musicale sta scomparendo, quindi è sempre più difficile per gli artisti replicare il successo”, se si escludono casi particolarmente fortunati come quello di Taylor Swift.

In poche parole lo streaming sta configurando una cultura musicale che assomiglia più a un rinfresco che a un pasto completo: assaggiamo un po’ di tutto e se troviamo qualcosa di buono ci abbuffiamo, ma ciò non significa che assaporiamo sul serio. Penso che presto i miei figli si dimenticheranno di Paul Simon, in effetti il maschio ha cominciato a chiedermi di Bob Dylan.

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