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Com’è la Biennale?

scudoMentre su Venezia cala la sera, si incontrano vecchi amici e si stringono nuovi sodalizi, e la domanda tipica che circola tra i professionisti dell’arte è “allora come la trovi la Biennale di Venezia 2015?”. Domanda niente affatto peregrina poiché la risposta sottende un inconscio e implicito giudizio sul curatore e se egli sia stato in grado o meno di portare a compimento una delle missioni più ambite nel mondo dell’arte: organizzare la Biennale d’arte di Venezia.

La temperatura è alta, quest’anno e non solo nell’Arsenale in cui ciabattano ragazzine americane che sognano di diventare curatrici e ragazzine italiane che sembrano americane e che sognano di diventare curatrici. Ecco la risposta è proprio lì, la Biennale di Venezia quest’anno elude le aspettative, delude un certo tipo di pubblico e insegna al resto – in un caleidoscopio di nomi che non riescono a fissarsi nella memoria perché non suonano come Buren, Weiner, Hirst o Emin ma hanno tante O e tante U e sanno di Africa – cosa accade in questo continente vasto e sconosciuto e molto spesso inintelligibile.

Also sprach Allah
Adel Abdessemed, Also sprach Allah, 2008. Pietra nera su tappeto e video, colore, suono. Dimensioni variabili (tappeto: 145 ×215 cm). 56. Esposizione Internazionale d’Arte - la Biennale di Venezia, All the World’s Futures. Photo by Alessandra Chemollo. Courtesy: la Biennale di Venezia

Adel Abdessemed, Also sprach Allah, 2008. Pietra nera su tappeto e video, colore, suono. Dimensioni variabili (tappeto: 145 ×215 cm). Photo by Alessandra Chemollo. Courtesy: la Biennale di Venezia

Ci vuole pazienza e tempo per sbrogliare il bandolo della matassa dell’Arsenale quest’anno, soprattutto a chi viene dall’esperienza dello spazio disegnato da Rem Koolhaas per la Biennale di Architettura dello scorso anno. L’Arsenale pensato e spaziato dal curatore Okwi Enwezor, ha gole, anse, corridoi che portano a vicoli ciechi e tiene viva la nostra attenzione grazie a un’alternanza, che è piuttosto una dissonanza, di media: neon, sculture, installazioni e allestimenti in stile archivio.

Si passa così dalla contemplazione estetica alla lettura, seppur veloce, di documenti sotto vetro che dovremmo approfondire in un battito di ali. Adel Abdessemed, conosciuto per il cruento realismo dei suoi lavori espone un video e un tappeto su cui è scritto “Also sprach Allah”, mutuando il celebre titolo del capolavoro di Friedrich Nietzsche a segnalarci il cambio di passo del nuovo millennio.

I fiori delle differenze
Taryn Simon, Paperwork, and the Will of Capital, 2015. Pressa di cemento pigmentata, specie floreali seccate, stampe a getto d’inchiostro d’archivio, testo su pagine di erbario, graffe di acciaio. 74,1 × 52,4 × 11,2 cm. 56. Esposizione Internazionale d’Arte - la Biennale di Venezia, All the World’s Futures. Photo by Alessandra Chemollo. Courtesy: la Biennale di Venezia

Taryn Simon, Paperwork, and the Will of Capital, 2015. Pressa di cemento pigmentata, specie floreali seccate, stampe a getto d’inchiostro d’archivio, testo su pagine di erbario, graffe di acciaio. 74,1 × 52,4 × 11,2 cm. 56. Photo by Alessandra Chemollo. Courtesy: la Biennale di Venezia

Un po’ più in là cambio di registro: il curatore ci cala in un archivio a sua volta composto da erbari fotografici ordinati in piedistalli e sotto plexiglas che compongono l’opera di Taryn Simon Paperwork, and the Will of Capital, 2015. Il lavoro della Simon, celebre per fotografare luoghi e situazioni marginali o poco conosciute, si concentra sulla ricostruzione delle composizioni floreali che decoravano i tavoli su cui vennero stretti trattati e patti durante la conferenza di Bretton Woods del 1944 e che condussero alla fondazione della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale.

I fiori di questi bouquet provengono da paesi collocati agli antipodi del globo e sono, per così dire, delle composizioniimpossibili” da realizzare in un singolo luogo geografico, e mettono in discussione, seppur sottilmente, l’idea stessa di globalizzazione. Per ricreare le composizioni, l’artista ha dovuto, a sua volta, ordinare questi fiori dall’asta di Aalsmeer in Olanda, più di 4000 esemplari botanici. Un lavoro dai tanti strati che si combinano nell’elegante forma che l’artista ha voluto conferirgli.

La grande bellezza dell’Africa

Una visitatrice ai Giardini. Photo Valentina Sonzogni

Una visitatrice ai Giardini. Photo Valentina Sonzogni

E si snoda così l’Arsenale, tra memoria e futuro, di tutti i mondi. Mondi, che seppure non li volessimo, si affaccerebbero ugualmente sulle piazze occidentali, dal nord all’est e all’ovest dell’Africa, fino al sud, solo apparentemente addomesticato.

Tra splendide donne dai capelli raccolti in treccine ed eleganti galleristi newyorchesi, l’Africa si mette in scena tra il plauso del pubblico specializzato che avvicina occhiali lecorbusieriani alle didascalie, sempre troppo piccole, sempre perse sugli altissimi muri dell’Arsenale.

Ultima stazione: Albania

Il padiglione nazionale albaneseAlbanian Trilogy. A Series of Devious Stratagems”, curato ineccepibilmente da Marco Scotini su progetto di Armando Lulaj parte dalla domanda che in effetti sorge spontanea, anche nel comunicato stampa: “Cosa ci fa lo scheletro originale di una balena del Mediterraneo lungo undici metri in uno spazio dedicato alla storia politica? Perché è esposto lì e non altrove?”

Armando Lulaj, Albanian Trilogy: A Series of Devious Stratagems. Padiglione Albania, 56. Esposizione Internazionale d’Arte - la Biennale di Venezia, All the World’s Futures. Photo by Sara Sagui. Courtesy: la Biennale di Venezia

Armando Lulaj, Albanian Trilogy: A Series of Devious Stratagems. Padiglione Albania. Photo by Sara Sagui. Courtesy: la Biennale di Venezia

Anche questo intervento, utilizzando diversi media tra cui appunto, la presenza-assenza di una balena e del suo scheletro, mira a ricostruire una storia piena di punti oscuri e di sterzate improvvise del destino. L’artista classe 1980, bambino e poi adolescente al momento della caduta dell’Unione Sovietica, ripercorre i vari lapsus, così li definisce Scotini nel testo che accompagna la mostra, gli indizi e i segni secondari di ciò che altrimenti rimarrebbe inespresso, quella verità che il gesto artistico contribuisce, sovente, a svelare senza tuttavia definire implacabilmente, come invece fa la Storia.

Ma, quindi, cosa c’entra il capodoglio? La storia vuole che l’animale fu colpito poiché venne scambiato per un sommergibile dalla flotta militare albanese nel 1963, poco dopo la rottura con l’URSS. Divenuto paradigma politico, il capodoglio archetipo dell’indomabile e dell’alterità per eccellenza, non deve più stare nel museo di storia naturale, a cui era stato destinato dopo l’”incidente” che gli/le era costato la vita, ma può andarsene in giro per il mondo, fino ad arrivare a Venezia.

Joan Jonas, They Come to Us Without a Word, Padiglione USA . 56. Esposizione Internazionale d’Arte - la Biennale di Venezia, All the World’s Futures. Photo by Moira Ricci. Courtesy: la Biennale di Venezia

Joan Jonas, They Come to Us Without a Word, Padiglione USA . Photo by Moira Ricci. Courtesy: la Biennale di Venezia

Il progetto di Lulaj e Scotini arricchisce di ulteriori livelli inaspettati il viaggio dello spettatore: la storia del leader albanese Enver Hoxha viene incrociata strettamente con il Leviatano di Thomas Hobbes, la vita naturale e quella politica vengono sovrapposte dall’artista in un meccanismo museale immaginario dove la messa in corto circuito delle certezze e dei simboli rappresenta forse l’unica strada per la conoscenza del “futuro di tutti i mondi”, come recita il titolo della Biennale 2015. Un’associazione tra vita naturale e politica nella Russia post-sovietica tentata anche, con grande efficacia espressiva, dal regista russo Andrej Zvjagincev nel suo Leviathan (Leviafan, 2014).

L’alterità animale

Maria Papadimitriou, Why Look at Animals? AGRIMIKÁ. Padiglione Grecia. 56. Esposizione Internazionale d’Arte - la Biennale di Venezia, All the World’s Futures. Photo by Sara Sagui. Courtesy: la Biennale di Venezia

Maria Papadimitriou, Why Look at Animals? AGRIMIKÁ. Padiglione Grecia. Photo by Sara Sagui. Courtesy: la Biennale di Venezia

Se vi restano, cari lettori, ancora tempo e forze vale la pena si fare un giro ai Giardini, quest’anno, perché tra padiglioni più o meno riusciti, ci sono certamente dei momenti di grandissima intensità. Innanzitutto lo splendido Padiglione americano di Joan Jonas, del quale ho già scritto su Gallinae in Fabula, apprezzando sostanzialmente la sua capacità di riuscire a narrare l’alterità animale in maniera davvero convincente, mescolando il linguaggio del gioco con quello della riflessione critica. A fargli da contraltare, stimolando pensieri a loro volta legati al ruolo degli animali nella nostra società, ci pensa il Padiglione della Grecia, con il suo Agrimika. Why Look at Animals? di Maria Papadimitriou.

Per i bambini
Chiharu Shiota, The Key in the Hand. Padiglione Giappone. 56. Esposizione Internazionale d’Arte - la Biennale di Venezia, All the World’s Futures. Photo by Sara Sagui. Courtesy: la Biennale di Venezia

Chiharu Shiota, The Key in the Hand. Padiglione Giappone. Photo by Sara Sagui. Courtesy: la Biennale di Venezia

Curiosamente quest’anno i “grandi” padiglioni nazionali di Francia, Inghilterra e Italia non sono molto attraenti, neanche nel caso abbiate bambini al seguito.

Piuttosto, nel caso inizino a fare i capricci, portateli fiduciosi al Padiglione del Giappone, dove un misterioso intreccio di cavi colorati e chiavi pendenti costruisce grotte e anfratti. The Key in the Hand è il titolo dell’opera ideata dall’artista giapponese Chiharu Shiota. Fili colorati, chiavi e barche, e il loro intrecciarsi in maniera inestricabile visualizza senza sbavature i percorsi della memoria e dell’identità personale, costruita in buona parte da quello che custodiamo grazie a una chiave – reale o metaforica che sia.

Irina Nakhova , The Green Pavilion, Padiglione Russia. 56. Esposizione Internazionale d’Arte - la Biennale di Venezia, All the World’s Futures. Photo by Sara Sagui. Courtesy: la Biennale di Venezia

Irina Nakhova , The Green Pavilion, Padiglione Russia. Photo by Sara Sagui. Courtesy: la Biennale di Venezia

Ai bambini piacerà certamente anche l’astronauta inesistente che accoglie gli spettatori all’ingresso del Padiglione russo di Irina Nakhova, l’opera in assoluto più fotogenica della Biennale. Irina è la prima donna russa ad esporre alla biennale.

Per l’occasione il padiglione che si trova ai Giardini è stato completamente ridipinto “nel suo originale colore, il verde, tonalità che simbolicamente ha giocato un ruolo di primo piano nel movimento artistico del Modernismo e Postmodernismo in Russia”, come ha dichiarato in un’intervista la la curatrice del progetto, Margarita Tupitsyn. La curatrice ha aggiunto che le installazioni della Nakhova sono state pensate in stretta relazione con i dettami architettonici dell’edificio dello storico padiglione russo costruito nel 1993 su progetto di Alexei Schusev.

Nostalghia
Isaac Julien, DAS KAPITAL Oratorio, ARENA, Padiglione Centrale, Giardini. 56. Esposizione Internazionale d’Arte - la Biennale di Venezia, All the World’s Futures. Photo by Andrea Avezzù. Courtesy: la Biennale di Venezia

Isaac Julien, DAS KAPITAL Oratorio, ARENA, Padiglione Centrale, Giardini. Photo by Andrea Avezzù. Courtesy: la Biennale di Venezia

Di certo, questa è una Biennale che si affaccia sul futuro ma anche molto nostalgica. Nostalgia della pittura, della fotografia e dell’archivio e voglia di dar conto di realtà tanto, troppo lontane dall’Occidente ma partecipi delle sue dinamiche socio-economiche.

C’è ARENA, all’interno del Padiglione Centrale, nel cuore dei Giardini che il curatore ha trasformato in un teatro dove viene letto senza soluzione di continuità Il Capitale di Karl Marx per la regia di Isaac Julien e che sta riscuotendo un ottimo successo. Molte persone si fermano e si siedono ad ascoltare la lettura del testo marxiano.

Volantino affisso all’uscita dei Giardini che raffigura il curatore Okwui Enwezor insieme a Karl Marx. La scritta dice “Cosa ha a che fare un evento di élite come la Biennale con Karl Marx?”. Foto Valentina Sonzogni.

Volantino affisso all’uscita dei Giardini che raffigura il curatore Okwui Enwezor insieme a Karl Marx. La scritta dice “Cosa ha a che fare un evento di élite come la Biennale con Karl Marx?”. Foto Valentina Sonzogni.

C’è la Santa Sede, accolta come un possibile interlocutore per il futuro dei mondi, nell’era dell’ansia. C’è la nostalgia per le immagini di Walker Evans e per i film di Harun Farocki.

Ci sono le piattaforme, i cineforum di cineasti siriani, la Gulf Labor Coalition il collettivo dell’arte e del lavoro globalizzato e precario, c’è una intensa programmazione collaterale e decine di padiglioni sparsi nella città.

E allora?

Ci avviamo alla conclusione del nostro breve percorso e non vorrei sottrarmi a rispondere al quesito iniziale: A chi mi ponesse la fatidica domanda “allora, come la trovi la Biennale quest’anno?”, risponderei così.

Camille Norment, Rapture, Padiglione Paesi Nordici (Norvegia). 56. Esposizione Internazionale d’Arte - la Biennale di Venezia, All the World’s Futures. Photo by Alessandra Chemollo. Courtesy: la Biennale di Venezia

Camille Norment, Rapture, Padiglione Paesi Nordici (Norvegia). Photo by Alessandra Chemollo. Courtesy: la Biennale di Venezia

Risponderei che non la trovo affatto, che mi sembra uno specchio andato in pezzi, come le finestre nel Padiglione dei Paesi Nordici di Camille Normant, frantumi che non si possono più ricucire ma che sono la struttura tagliente e portante della complessità del nostro tempo.

 

* * *

Con questo 12mo articolo continua la collaborazione di Valentina Sonzogni con ebookextra. Valentina copre i temi di arte e  architettura all’interno di una specifica rubrica: “Lo scudo di Achille”. Questa rubrica itinerante si ispira al principio retorico dell’ecfrasi, definito dalla Treccani “descrizione di un oggetto, di una persona, o all’esposizione circonstanziata di un avvenimento, e (…) alla descrizione di luoghi e di opere d’arte (…)  in modo da gareggiare in forza espressiva con la cosa stessa descritta” e si prefigge di guidare il lettore in una visita molto vivida e coinvolgente di mostre o luoghi che non hanno visitato.

Lo scudo di Achille, tramite Gallinae in Fabula, sostiene la Fattoria della Pace Ippoasi Onlus grazie al supporto di goWare. Sin dall’inizio della collaborazione con la casa editrice digitale goWare, la rubrica Lo scudo di Achille, rubrica di arte e architettura a cura di Valentina Sonzogni, pubblicata a cadenza variabile su ebookextra (http://www.ebookextra.it) e su e-mood (www.goware-apps.com/category/e-mood) ha sostenuto Ippoasi (www.ippoasi.org), devolvendo il compenso al sostegno dei suoi ospiti, animali non umani salvati dal macello o da situazioni di disagio. Attraverso l’associazione Gallinae in Fabula (www.gallinaeinfabula.com), gruppo di ricerca sulla teoria della diversità finalizzato alla divulgazione dell’antispecismo nella società contemporanea, la rubrica è ora ufficialmente gemellata con Ippoasi e inizia un cammino comune a sostegno delle attività di recupero e mantenimento degli animali non umani ospiti della struttura.

Per ulteriori informazioni: www.gallinaeinfabula.com; gallinainfabula@gmail.com

Visitatori dentro le opere d’arte. Foto Valentina Sonzogni

Visitatori dentro le opere d’arte. Foto Valentina Sonzogni

 

2 Responses to Biennale di Venezia 2015: tutti i futuri del mondo, o quasi

  1. Venezia Help scrive:

    La Biennale di Venezia è sempre una scoperta: ogni edizione della Biennale d’arte, così come quella di architettura, fa capire che a monte della mostra c’è sempre un pensiero fondamentale. Inoltre, la possibilità di vedere delle opere anche in alcune zone di Venezia rende la mostra ancora più coinvolgente.

  2. Re Federico scrive:

    Bisogna rompere la catena alimentare uomo-animali, per proteggere ed essere in armonia, in contatto, in amicizia, con tutti gli animali, che contrariamente all’uomo non hanno bisogno di denaro, ma d’amore, cibo, sessualità per riprodursi.
    Gradisco informazioni.
    Re Federico

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