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Giulia Arangüena – Avvocato in Roma, autrice e curatrice dell’ebook “Bitcoin. L’altra faccia della moneta. Prima riflessione economico-giuridica sulla moneta di Internet e sul nuovo capitalismo peer-to-peer”, edito da goWare e disponibile in tutte le librerie online dove si acquistano gli ebook.

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accepted_hereIl bitcoin viene chiamato in tanti modi e diverse e opposte sono le posizioni sulla criptovaluta: da moneta del futuro, a “diavolo” di Internet in grado di affondare gli Stati. Ogni volta che ci si chiede cosa sia il bitcoin, si trovano solo complicate spiegazioni sulla tecnologia su cui si basa, oppure scetticismi argomentati confusamente. Non si può dire tuttavia che di bitcoin se ne stia parlando poco.

Eppure, più se ne parla più sembra aumentare la distanza tra quello che ne pensano alcuni giornali e i non addetti ai lavori da un lato, e quello che si sforzano di dire gli esperti, dall’altro.

Cerchiamo di chiedere un’opinione all’Avv. Giulia Arangüena, legale esperto di diritto bancario e di questioni ICT.

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La vicenda Mt. Gox 

Cosa pensa del crollo di Mt. Gox?
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Pubblicazione sponsorizzata da Mt. Gox per il 39° Summit del G8 del giugno 2013.

La vicenda di Mt. Gox è grave e deve far riflettere. Va analizzata nella sua interezza e complessità, però; senza cioè criminalizzare e limitando al massimo congetture precostituite sul bitcoin. Anzi, al riguardo, mi preme prima di tutto distinguere nettamente tra il bitcoin e le criptomonete quali strumenti tecnologici, neutri e neutrali per definizione, dagli utilizzi che se ne fanno. Dopodiché, su tale premessa, circa l’operato di Mt. Gox si può e si deve ragionare.

 

Può dare la sua opinione sulle cause del crac?

Credo che ci siano molte cause interconnesse. In tale ottica, penso che la crescita di Mt. Gox sia stata improvvisa, e, soprattutto, non sorretta da una corrispondente crescita dell’organizzazione e del modello di impresa della società che ha gestito quella piattaforma di exchange. I manager, probabilmente, hanno deciso di offrire ai loro utenti un overprice su ogni bitcoin scambiato per assicurarsi il maggior numero di clienti possibili, ma non hanno previsto la dimensione del loro successo.

Quindi, volendo dare ex ante una patente di buona fede, si potrebbe quasi pensare a una immaturità o a un’organizzazione ancora troppo “amatoriale”, inidonea ad affrontare il mercato (e questo peraltro è un problema piuttosto diffuso nell’ecosistema bitcoin). Diversamente, se cioè si preferisse un approccio più malizioso, verrebbe facile da pensare, invece, a un utilizzo doloso dell’over price per avere più volumi monetari con cui fare trading, ma, all’occorrenza, da far sparire goccia a goccia, progressivamente.

In che senso doloso?

Magari approfittando della novità assoluta delle criptovalute e della diffusa ignoranza. Magari facendo leva su quell’arrogante spirito “avventuriero” e ribelle – stupidamente allergico a ogni tipo di regola – ma in realtà sapientemente pilotato dall’alto da coloro che vogliono arricchirsi facilmente e ad ogni costo, utilizzando l’ingenuità e la vera e propria immaturità giovanile degli ambienti nerd in cui il bitcoin è rimasto confinato in “fase sperimentale”, da un lato, e della credulità dell’utente comune, dall’altro.

Comunque, come è intuibile, il bitcoin in sé non c’entra proprio nulla con l’utilizzo – estremamente egoistico e spregiudicato – che ne ha fatto Mt. Gox. In questo, a pensarci bene, Mt. Gox, a parte la novità del tema, ha approfittato, magari in maniera non del tutto morale e, probabilmente, compiendo dei reati, dei larghissimi vantaggi competitivi derivanti dalla verginità quasi assoluta e incontrastata del territorio economico di cui si tratta.

Secondo lei la vicenda di Mt. Gox può segnare la fine del bitcoin?

No, si tratta solo di un momento particolarmente critico. E segna solo il fallimento di un soggetto economico, non certo del progetto bitcoin. Anzi, credo, piuttosto il contrario. Infatti nelle scorse settimane, ai primi segni di anomalia su Mt. Gox, il bitcoin ha dato prova su altri mercati di exchange di saper mantenere il livello di prezzo negli scambi. E sta continuando, senza particolare “panico” la sua difficile performance di resistenza per assorbire il colpo.

Sì, però questo non fa bene al business

Ma è innegabile che la vicenda sia paradigmatica. E sotto certi aspetti, potrebbe segnare un deciso cambio di passo in meglio, se, per esempio, si smettesse di alimentare ignoranza e si cercasse, con impegno, di far uscire il bitcoin da quest’aurea fitta di mistero, semi-teologica e religiosa con la quale viene ammantato per interessi predatori dei “più forti”. E in questo la cosiddetta community e la stessa Bitcoin Foundation può e deve dare una mano, smettendola di “vendere” una golden-share a soggetti non adeguati, al di fuori da ogni controllo, e magari con uno schema truffaldino già in tasca, ma andando piuttosto, con più decisione, verso veri meccanismi partecipativi e di rappresentanza che contengano il più possibile i conflitti di interesse e spingano, invece, su codici etici e norme di condotta.

Spieghi meglio questo punto

Il bitcoin e le altre criptovalute hanno – tra gli altri usi – un diffuso impiego monetario e finanziario. Quindi, preso atto di ciò, ogni qualvolta si vuole “giocare” a fare finanza, vanno ottenute le relative licenze e si devono rispettare le regole del gioco esistenti in tutto il mondo. Oppure, una volta capito di che potenzialità si tratta e deciso che ne vale la pena, si deve condividere uno sforzo di regolamentazione che prenda atto delle caratteristiche decentrate del bitcoin e delle altre criptovalute, cerchi di colmarne i lati deboli e cerchi di realizzarne le potenzialità economiche indubbiamente esistenti. In questo, secondo me, la community potrebbe e dovrebbe dare una mano.

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Identikit dei bitcoin 

Cosa sono l bitcoin?
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Un esempio di banconota Btc

È una catena di firme digitali che serve da tool per gli scambi di denaro o beni/servizi tra soggetti che non si conoscono e non hanno un preesistente legame fiduciario tra loro.

Ciò è possibile attraverso il semplice invio per mail o sms di una stringa alfanumerica che funge da codice crittografico in grado di essere decifrato solo dai soggetti che sono parte di quella determinata transazione. Il mittente di quel codice non ha bisogno di conoscere il destinatario o di fidarsi di lui e viceversa.

Prima del bitcoin non esisteva nulla che consentisse una cosa simile in forma digitale e automatizzata.

Come si potrebbero definire il bitcoin sul piano giuridico?

Questa sì che è una domanda difficile, che ho cercato di evitare accuratamente sin dalla stesura del mio libro sul bitcoin.

Il bitcoin e, in genere, il tema delle criptovalute è un tema davvero molto spinoso e interdisciplinare. Necessita di un approccio multisettoriale e, soprattutto, di una apertura internazionale che nel nostro paese mancano del tutto.

D’altronde, in Italia non c’è neppure un serio interesse istituzionale, politico ed economico per le opportunità date dalle divise digitali, così come per altre importanti questioni dell’ITC, in grado di elevare il livello informativo sull’argomento e, dunque, di facilitare la formazione di “risposte” sicure.

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Bitbill: potremmo dire anche carta prepagata in bitcon. Immagine di Zach Copley su Flickr

C’è da dire anche che il biticoin costituisce una novità assoluta in Italia, difficile da trattare privi come siamo di qualsiasi esperienza diretta, o quasi; il bitcoin e le altre valute matematiche, come ci ha confermato anche Marc Andreessen dalle colonne del New York Times a fine gennaio scorso, sono state fino a ora appannaggio quasi esclusivo della Silicon Valley che vi si sta dedicando, silenziosamente, da più di 20 anni investendovi una montagna di denaro per poter sfruttare (anche) il vastissimo mercato delle rimesse internazionali (che secondo la Banca Mondiale varrebbe circa 400 miliardi di dollari all’anno, all’attuale livello di emigrazione globale), attraverso i pagamenti elettronici a basso costo realizzati con le criptovalute.

Al di là dell’Italia che si può dire al riguardo?

Provo a tratteggiare una mia ipotesi sulla natura giuridica del bitcoin a prescindere dai suoi diversi modi di impiego.

Per fa ciò, occorre però evidenziare che, attraverso l’utilizzo del protocollo bitcoin, si realizza – su basi negoziali e privatistiche – un sistema automatizzato di conferma e validazione della propria o dell’altrui legittimazione a possedere, ottenere, spendere, trasferire, acquistare e vendere un determinato bene o servizio.

Detto in termini più semplici?

Il bitcoin e tutte le altre valute su basi crittografiche costituiscono una nuova frontiera del concetto riconducibile, in via del tutto generale, alla nostra cosiddetta pubblica fede (quella che deriva, ad esempio, da un atto del notaio per intenderci); cioè della forza probatoria che l’ordinamento attribuisce a determinati atti o fatti. Poiché si tratta in fondo di una sequenza di firme digitali e di protocollo di validazione crittografica, potrebbe proporsi una riconduzione del bitcoin all’ambito della categoria del documento informatico, ovvero del contratto telematico idoneo all’e-commerce in quanto finalizzato ad automatizzare gli scambi e i trasferimenti elettronici di fondi.

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A che servono i bitcoin 

Ma dopo tutto quello che ha precisato, il bitcoin è o non è una moneta?
Lo SCEC, una moneta nata a Napoli nel 2007

Lo SCEC, una moneta nata a Napoli nel 2007

Il bitcoin è anche una moneta. Anzi, provo a dire meglio: il bitcoin ha cominciato a svolgere, per la sua diffusione sempre più vasta, anche una funzione monetaria, sebbene in maniera imperfetta; tanto che qualche autore di scuola liberista lo definisce una “quasi money”.

Ma il bitcoin è molto di più e molte altre cose che non solo una moneta!

Le valute virtuali, di cui il bitcoin è solo la più famosa, sono entrate nella loro fase 2.0, ma in Italia sono ancora quasi del tutto sconosciute e prive di attenzioni scientifiche multidisciplinari, come, a mio avviso, dovrebbe essere già da tempo.

Comunque, la funzione monetaria del bitcoin è valsa a catturare la generale considerazione dei media e dell’opinione pubblica, ma non bisogna trascurare che lo scenario è più ricco di quel che appare, e comprende diverse altre possibilità date dalle molteplici applicazioni della cosiddetta blockchain su cui si basa “l’ingegnerizzazione tecnologica” dei sistemi di pagamento, attualmente in atto con la diffusione delle valute digitali.

A quali applicazioni si riferisce per essere più precisi?

Sono stati sviluppati numerosi progetti e molti ancora si trovano in fase embrionale.

Attualmente circola in Internet un nuovo documento altrettanto fondamentale sul bitcoin dopo quello del primo sviluppatore, Satoshi Nakamoto. Da questo documento si evince il vasto potenziale innovativo dell’applicazione delle valute virtuali alla finanza e all’economia in generale.

Etichetta esposta da esercizi commerciali che accettano pagamenti in bitcoin. Foto di David Ryder su “Wired”

Etichetta esposta da esercizi commerciali che accettano pagamenti in bitcoin. Foto di David Ryder su “Wired”

Le criptovalute, oltre che come sistemi alternativi di pagamento elettronico, possono essere largamente fruibili per una molteplicità di impieghi destinati ad affiancarsi all’attuale (e assai limitato) utilizzo come strumento valutario e alla speculazione legata al trading, di cui si sono avuti recentemente anche effetti negativi come insegna la vicenda di Mt. Gox, ad esempio.

Ecco perché occorre saper andare al di là – all’interno del fenomeno bitcoin – della sola declinazione monetaria in cui è rimasto ingessato fino ad ora il fenomeno.

Cosa vuol dire, esattamente?

Vuol dire che il bitcoin non è soltanto moneta digitale su basi contrattuali e private, né tantomeno è l’antivaluta fiat nata per polverizzare la sovranità degli stati, come viene dipinto dagli idealisti e da alcuni fanatici criptoanarchici.

Vuol dire anche che il bticoin e le altre divise virtuali (le cosiddette altcoins) sono dei sistemi multifunzionali di scambio con tante possibilità applicative e natura giuridica variabile a seconda degli utilizzi e delle attività economiche che si compie con esse.

Può descriverci brevemente gli usi diversi del bitcoin?

Alcune delle proposte all’orizzonte riguardano la possibilità di utilizzare la tecnologia della blockchain in maniera quasi “multilivello”, per registrare cioè non solo le transazioni di criptovaluta, ma anche gli stessi contratti che rappresentano la causa giuridica dell’attribuzione patrimoniale che ne consegue.

Secondo i teorici della cosiddetta smart property, ad esempio, questo consentirebbe di eliminare dalla fenomenologia dello scambio commerciale, come l’abbiamo fino ad ora conosciuta, numerosi costi transattivi legati, ad esempio: (1) al rinvenimento di una controparte; (2) all’asimmetria informativa tra i contraenti; (3) alle spese di intermediazione; e (4) ai possibili comportamenti opportunistici di una delle parti.

Ci faccia un esempio

Per capire meglio, possiamo facilmente immaginare la compravendita di un’automobile, di uno smartphone o di qualsiasi altro bene il cui funzionamento possa essere facilmente legato al riconoscimento crittografico del proprietario. Attraverso l’utilizzo delle chiavi asimmetriche del sistema crittografico del bitcoin, sarebbe possibile utilizzare lo stesso bene oggetto di vendita per identificare automaticamente il nuovo proprietario nel medesimo istante in cui compie l’operazione d’acquisto e il trasferimento di criptovaluta viene annotato sulla blockchain, cioè sul database (o ledger: libro mastro) accessibile senza limiti a tutti gli utenti del nuovo sistema di registrazione contabile, universale, pubblica e decentralizzata, in cui si sostanzia l’intero ecosistema bitcoin.

Un eventuale utilizzo finanziario della blockchain potrebbe essere ancora, per esempio, l’accesso a sistemi di cosiddetta collateralizzazione per snellire la concessione di prestiti tra privati, sganciandoli dalla previa instaurazione di un rapporto di fiducia, ovvero dalla negoziazione preventiva delle condizioni al verificarsi delle quali un determinato trasferimento di quantità di valuta digitale diventa efficace tra le parti, eventualmente ricorrendo a un cosiddetto escrow, o acconto di garanzia.

Esistono già delle applicazioni concrete?
Un distributore ATM di bitcoin

Un distributore ATM di bitcoin

Secondo lo sviluppatore canadese, Vitalik Buterin, cofondatore del progetto Ethereum – una piattaforma capace di gestire molteplici valute crittografiche e di ospitare una serie di applicazioni decentrate su ogni singola blockchain di riferimento – ci sarebbe già la possibilità di creare, su basi P2P, strumenti finanziari come i derivati, con cui due contraenti possono scommettere sul rialzo o sul ribasso del prezzo di scambio.

Un’altra ipotesi sarebbe quella della decentralised autonomous corporation (DAC), società di capitali decentralizzate e autonome in cui i processi decisionali e il modello di impresa vengono gestiti dalla blockchain, attraverso cui la DAC compila i resoconti finanziari, registrano i voti degli azionisti ecc…

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Scenari futuri 

Qual è un probabile scenario futuro?

Secondo quanto si legge soprattutto sulla stampa internazionale, il biticoin – così come fu il protocollo TCP/IP negli anni ‘70 – promette di essere una vera e propria nuova rivoluzione tecnologica in grado, con ogni probabilità, di costituire la futura infrastruttura economica e finanziaria di Internet e di avviarne la fase 3.0.

A prescindere da quel che succederà al bitcoin, il potenziale della blockchain è e rimane a dir poco enorme; da quel po’ che abbiamo avuto modo di sperimentare sin qui, l’applicazione degli strumenti matematici e informatici agli scambi commerciali sono capaci di creare rapidamente nuovi ecosistemi finanziari e monetari e di riorganizzare i vecchi sistemi in modo più efficace ed efficiente per cittadini e imprese. A patto che ci si impegni e si voglia imparare e approfondire certi argomenti senza tabù e preconcetti.

Le immagini di questo articolo sono tratte dall’ebook “Bitcoin. L’altra faccia della moneta

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