[Tempo di lettura: 14 minuti]

boh_250In quarto contributo alla discussione sui connotati del liberalismo contemporaneo l’Economist discute il pensiero di tre tra più importanti filosofi politici del secondo dopoguerra, tutti di orientamento liberale ma con sfumature molto differenti nella definizione di ciò che possa definirsi liberale: Isaiah Berlin, John Rawls e Robert Nozick.

Siamo lieti di offrire ai nostri lettori la traduzione integrale dell’articolo dell’Economist che costituisce il quarto episodio della serie sul liberalismo del futuro.

Una possibile definizione di liberale

Un liberale è una persona che afferma i diritti individuali e si oppone al potere arbitrario. Ma quali sono i diritti che contano di più? La domanda resta senza risposta. Alcuni attivisti, ad esempio, rispondono che ciò che conta di più è liberare le persone transgender, le donne e le minoranze dalle norme sociali inique, dalle gerarchie e dal linguaggio insultante. I loro oppositori affermano, però, che ciò significa limitare la libertà di espressione individuale con la conseguenza di impedire la discussione sul genere o vietare lo sviluppo delle culture minoritarie. I sostenitori di questo tipo di “politica dell’identità” affermano di lottare per la difesa dei diritti di tutti contro la sopraffazione. Ma anche i loro avversari dicono la stessa cosa. Se entrambi dicono di essere “liberali”, che cosa significa, allora, questa parola?

Il significato di liberale per Isaiah Berlin
Isaiah Berlin, chiamato a ricoprire la cattedra di teoria politica a Oxford, nel 1958, dedicò la propria lezione inaugurale al concetto di libertà. Il testo di quella prolusione, “Due concetti di libertà”, diede il via a un vivace dibattito. Il testo è pubblicato in italiano da Feltrinelli.

Isaiah Berlin, chiamato a ricoprire la cattedra di teoria politica a Oxford, nel 1958, dedicò la propria lezione inaugurale al concetto di libertà. Il testo di quella prolusione, “Due concetti di libertà”, diede il via a un vivace dibattito. Il testo è pubblicato in italiano da Feltrinelli.

Il problema non è del tutto nuovo. A Oxford nel 1958, Isaiah Berlin individuò la linea di demarcazione cruciale del pensiero liberale, la demarcazione tra libertà “negativa” e “libertà positiva”. La libertà negativa è libertà senza interferenze. Le libertà negative assicurano che nessuna persona possa impossessarsi della proprietà del suo vicino con la forza o che non ci siano restrizioni legali sulla parola. La libertà “positiva”, invece, consente alle persone di perseguire una vita soddisfacente e autonoma, anche se ciò richiede accettare delle interferenze. Nella liberà positiva Berlin ha intravisto una sorta di viatico del “male”.

Nato a Riga nel 1909, ha vissuto in Russia durante la rivoluzione del 1917, un’esperienza che gli li ha procurato un “orrore permanente della violenza”. Nel 1920 la sua famiglia tornò in Lettonia e in seguito, dopo aver sofferto la persecuzione antisemita, si traferì in Gran Bretagna. Mentre la sua brillante carriera accademica progrediva, l’Europa veniva devastata dal nazismo e dal comunismo.

Sotto il regno della libertà positiva lo Stato trovava la giustificazione per intervenire a correggere i vizi privati con le “pubbliche virtù”. Lo Stato si sentiva autorizzato a decidere sul comportamento delle persone, a prescindere. In nome della libertà poteva quindi imporre dei comportamenti coatti. Fascisti e comunisti di solito affermavano di avere una verità più grande, una risposta a tutte le questioni etiche. Una verità che era rivelata solo al loro gruppo. Chi, dunque, poteva sentire il bisogno di compiere una scelta individuale? Il rischio di una contrazione della libertà diviene particolarmente grande, sosteneva Berlin, se la verità rivelata appartiene a un gruppo identitario, come una classe, una religione o un ceppo etnico.

Rifiutare la libertà positiva non significa rifiutare qualsiasi forma di Stato, ma riconoscere che esistono dei compromessi tra le cose desiderabili. Ad esempio, ridistribuire il denaro ai poveri, in effetti, aumenta la loro libertà di agire. Così come si deve combattare l’usura. La libertà non deve, però, essere confusa con “le condizioni del suo esercizio”. “La libertà è libertà — ha affermato Berlin — , non uguaglianza o equità o giustizia o cultura o felicità umana o coscienza tranquilla.” Gli obiettivi dei memebri di una comunità sono molti e anche contraddittori e nessun governo può scegliere infallibilmente quelli giusti ed combattare quelli cattivi. Ecco perché le persone devono essere libere di fare le loro scelte per la propria vita.

Rawls e il velo dell’ignoranza
Una teoria della giustizia del 1971, è uno dei testi di filosofia politica più importanti del dopoguerra, la cui influenza nella politica mondiale può essere paragonata a quella avuta sull’economia dalla Teoria generale di Keynes.

Una teoria della giustizia del 1971, è uno dei testi di filosofia politica più importanti del dopoguerra, la cui influenza nella politica mondiale può essere paragonata a quella avuta sull’economia dalla Teoria generale di Keynes.

Tuttavia, determinare la giusta sfera di quel tipo di libertà è, da sempre, stata una grande sfida. Una stella polare può essere il principio del danno. I governi dovrebbero interferire con le scelte individuali solo per prevenire danni ad altri individui. Ma questo non è un principio sufficiente per esercitare il potere, perché ci sono molti tipi di danni che i liberali finiscono per accettare. Per esempio, un imprenditore potrebbe danneggiare un altro imprenditore, mandandolo in rovina. Il tentativo più significativo del 20 ° secolo di tracciare un confine più definito tra lo Stato e l’individuo è stato compiuto nel 1971dal filosofo di Harvard John Rawls.

Una teoria della giustizia di Rawls ha venduto oltre mezzo milione di copie, rinvigorito la filosofia politica e condizionato per decenni il dibattito sul liberalismo. Ha suggerito una ipotesi interpretativa basata su un’ esperienza di pensiero che fa astrazione di ogni interesse di tipo particolare, individuale o privato, definita il “velo dell’ignoranza”. Dietro questo velo, le persone non sanno ancora quale sarà il loro posto nella società, non sanno quale ruolo giocheranno le loro predisposizioni naturali, la classe, il genere e ignorano persino la generazione a cui appartengono nella storia. La riflessione su ciò che la gente potrebbe accettare dietro quel velo, ipotizzava Rawls, può essere d’aiuto ad accertare ciò che è giusto.

Per cominciare, affermava Rawls, si sarebbe dovuto costruire uno schema ampio di “libertà fondamentali”, inalienabili da offrire, a parità di condizioni, a tutti.

Le libertà fondamentali sono quei diritti essenziali per gli esseri umani necessari ad esercitare l’inalienabile esercizio della loro legge morale. Proprio come Berlin pensava che la capacità di scegliere tra ideali contrastanti fosse fondamentale per l’esistenza umana, così Rawls pensava che la capacità di ragionare imprimesse all’umanità la sua unicità e il suo valore. Le libertà fondamentali comprendono quindi quella di pensiero, di associazione e di professione, oltre a un diritto limitato a detenere proprietà personali.

Ma il diritto di proprietà estensivo, che consente un accumulo illimitato di ricchezza, non è contemplato. Piuttosto, Rawls pensava che il velo dell’ignoranza potesse fornire due principi per costruire un società giusta. In primo luogo, quello delle pari opportunità di posizione sociale, di status e di ricchezza. In secondo luogo, il principio che le disuguaglianze possono essere consentite solo se rispettano il principio del “meno benestante”, denominato “principio di differenza”. Se viene generata ricchezza, deve essere fatta circolare fino al gradino più basso dello status sociale. Solo una tale regola, affermava Rawls, poteva tenere in piedi la società come avviene in un’impresa cooperativa tra i suoi volontari partecipanti. Così anche i più poveri sapranno che sono stati aiutati, non ostacolati, dal successo degli altri. Nella “giustizia come equità” — la definizione di Rawls per la sua filosofia — “gli uomini accettano di condividere il destino dell’altro”.

Rawls attribuiva il successo del suo libro alla sua interazione con la cultura politica e accademica del tempo, compreso il movimento per i diritti civili e l’opposizione alla guerra del Vietnam. Dimostrò che il liberalismo di sinistra non era un’allucinazione degli hippy avvenuta in una nuvola di fumo di marijuana, ma qualcosa che aveva le sue radici in una filosofia seria. Oggi, il velo dell’ignoranza è comunemente utilizzato come argomento per qualsiasi politica di ridistribuzione.

Nozick e lo Stato minimo
La risposta a Rawls dei libertari di derivazione lockiana non si è fatta attendere molto, nel 1974, Robert Nozick, collega di Rawls ad Harcard, pubblicò un libro importante, Anarchia, Stato e utopia, il cui obiettivo era proprio discutere alle radici la fondatezza della teoria rawlsiana della giustizia redistributiva.

La risposta a Rawls dei libertari di derivazione lockiana non si è fatta attendere molto, nel 1974, Robert Nozick, collega di Rawls ad Harcard, pubblicò un libro importante, Anarchia, Stato e utopia, il cui obiettivo era proprio discutere alle radici la fondatezza della teoria rawlsiana della giustizia redistributiva.

Per ironia della sorte, dal 1971, anno di pubblicazione di Una teoria della giustizia, il mondo ricco è andato per lo più nella direzione opposta a quella auspicata da Rawls. Avendo già costruito un sistema di welfare state, i governi hanno iniziato a liberalizzare i mercati. Le aliquote fiscali dei redditi più alti sono diminuite, le prestazioni sociali per i meno affluenti sono state ridotte e la disuguaglianza è aumentata. È vero, i più poveri hanno beneficiato della crescita che ne è derivata. Ma i riformatori degli anni ’80, in particolare Margaret Thatcher e Ronald Reagan, non erano rawlsiani. Si sarebbero trovati in maggiore sintonia con il contemporaneo di Rawls a Harvard: Robert Nozick.

Il libro di Nozick Anarchia, Stato e Utopia, pubblicato nel 1974, fu un assalto all’idea di Rawls di giustizia redistributiva. Mentre il liberalismo di Rawls relegava i diritti di proprietà, Nozick li elevava. Altre forme di libertà, affermava, erano scuse per l’immorale coercizione degli individui. Le persone che sviluppano il loro talento non possono essere costrette a condividere i frutti che ne sono prodotti.

Nozick metteva in dubbio perfino la coerenza della giustizia distributiva con questo argomento. Ipotizziamo che esista un giusto sistema distributivo della ricchezza. Ipotizziamo anche che un gran numero di persone sia disposta a pagare, ciascuno, 25 centesimi per guardare Wilt Chamberlain, all’epoca il miglior giocatore NBA, giocare a basket. Ne risulterebbe quindi una nuova distribuzione, con un signor Chamberlain molto più ricco degli altri poiché avrebbe beneficiato del cumulo dei contributi di ciascun sottoscrittore disposto a pagare per il suo talento. In questo tipo di transazione, le persone si sono impegnate in uno scambio puramente volontario impiegando risorse indiscutibilmente proprie, postulato, ovviamente, che la distribuzione iniziale della ricchezza, sia veramente giusta. In questo caso qual è il problema con quest’ultima? La libertà, disse Nozick, sconvolge tutti i modelli. La giustizia non è compatibile con una distribuzione preferenziale della ricchezza.

Il suo lavoro ha contribuito all’affermarsi di una filosofia, che stava affacciandosi prepotentemente nella sua epoca, la filosofia che teorizza uno Stato minimo. Nel 1974 Friedrich Hayek, il pensatore preferito dalla Thatcher, aveva vinto il premio Nobel per l’economia. Due anni dopo il premio andava a Milton Friedman. Ma anche se il mondo si è mosso verso destra, non è cambiato a sufficienza da diventare completamente nozickiano. Anarchia, stato e utopia voleva uno Stato minimo, una sorta di “guardiano notturno”, per proteggere i diritti di proprietà. Ma la vasta spesa del governo, la tassazione e la regolamentazione continuarono a perdurare anche sotto il thatcherismo e la presidenza Reagan. Persino l’America, nonostante le sue disuguaglianze, rimane più rawlsiana che nozickiana.

Un inutile surplus di utopia
La definizione di mansplaining sta diventando eccessivamente inclusiva fino a comprendere manifestazione di pensiero anche legittime. Un atteggiamento che può far spazio all’intolleranza.

La definizione di mansplaining sta diventando eccessivamente inclusiva fino a comprendere manifestazione di pensiero anche legittime. Un atteggiamento che può far spazio all’intolleranza.

Alcuni dei più feroci critici di Rawls vengono proprio dalla sinistra. Coloro che si occupano di disuguaglianza razziale e di genere hanno bollato il suo lavoro come una pomposa irrilevante teoria politica astratta. Sia Rawls che Nozick lavoravano su una “teoria ideale” — cercando di delineare i connotati di una società perfetta, piuttosto che indicare soluzioni alle ingiustizie esistenti. Ad esempio, non è chiaro se il principio di uguaglianza delle opportunità di Rawls potrebbe includere qualcosa come l’“azione positiva (affirmative action)” o qualsiasi altra forma di discriminazione positiva. Rawls ha scritto nel 2001 che “i gravi problemi derivanti dalle discriminazioni e dalle distinzioni esistenti non sono sull’agenda della giustizia come equità”. Nozick ha riconosciuto che le sue opinioni sui diritti di proprietà si applicherebbero solo nel caso in cui non si fosse verificata ingiustizia nell’acquisizione delle proprietà (come l’uso di schiavi o il sequestro forzato della terra).

Rawls era più interessato alle istituzioni che alla politica quotidiana. Di conseguenza, sulle questioni odierne, la sua filosofia può sembrare disarmata. Ad esempio, le femministe dicono che ha fatto troppo poco per sviluppare una teoria sulla famiglia. La sua principale indicazione sulle interazioni tra uomini e donne è stata quella della loro volontarietà. Questo non è di grande aiuto per un movimento che si occupa sempre più delle norme sociali che condizionino le scelte individuali.

Il rawlsianesimo fornisce certamente pochi strumenti per affermare la politica dell’identità. La sinistra di oggi vede sempre più la “libertà di espressione” come esercizio di potere, in cui gli argomenti presentati non possono essere separati dalla connotazione identitaria di chi li sostiene. In alcuni campus universitari i conservatori che non mettono in dubbio i concetti di patriarcato e privilegio bianco, o che affermano che le norme di genere non sono arbitrarie, sono trattati come aggressori la cui libertà di espressione deve essere limitata. La definizione di “mansplaining” si sta estendendo fino a includere persone che esprimono una opinione pontificante o ovvia, anche in una forma scritta che nessuno è costretto a leggere. Gli argomenti, affermano i nuovi liberali identitari, dovrebbero essere radicati in un’”esperienza vissuta”.

Il consenso per intersezione
La red pill (pillola rossa) è un’espressione usata nel film Matrix e significa ciò che fa prendere coscienza di una scomoda verità, dopo aver vissuto in una un rassicurante e illusoria convinzione che infonde sicurezza e fiducia, quella della blue pill.

La red pill (pillola rossa) è un’espressione usata nel film Matrix e significa ciò che fa prendere coscienza di una scomoda verità, dopo aver vissuto in una un rassicurante e illusoria convinzione che infonde sicurezza e fiducia, quella della blue pill.

Non è così che la società liberale delineata da Rawls dovrebbe funzionare. La teoria di Rawls fa perno sul fatto che gli esseri umani hanno una razionalità condivisa e disinteressata, che è accessibile attraverso il velo dell’ignoranza ed è irrobustita dalla libertà di parola. Se gli argomenti non possono essere separati dall’identità e se il diritto di parola è in realtà un campo di battaglia nel quale i gruppi lottano per il potere, il progetto è condannato fin dall’inizio.

Rawls pensa che la stabilità di una società ideale si basi su un “consenso per intersezione (overlapping consensus)”. Tutti devono essere sufficientemente impegnati nell’esercizio del pluralismo per rimanere coinvolti nel progetto democratico, anche quando i loro avversari sono al potere. La politica polarizzata in America, Gran Bretagna e in altri paesi, in cui nessuna delle due parti può tollerare le opinioni degli altri, distrugge la base dello Stato liberale.

Più l’identità di gruppo è portata sopra il livello dei valori universali, maggiore è la minaccia per la società. In America, alcuni gruppi della sinistra chiamano i loro adepti “i risvegliati”. Alcuni fan di Donald Trump — che ha portato il partito repubblicano molto lontano dal libertarismo nozickiano — dicono di essere stati “redpillati” (un riferimento al film “The Matrix”, in cui una pillola rossa (red pill) permette ai personaggi di comprendere la vera natura della realtà, che inviene viene celata dalla “blue pill”, che sviluppa l’ipocrisia sociale). In entrambi i casi, la rispettiva visione squarcia il velo che preclude l’accesso alla saggezza e alla verità nascosta che solo gli illuminati sono in grado di vedere. Il che equivale a dire che una tale rivelazione è la base della vera libertà: un argomento che Berlin ha avvertito essere il primo passo sulla via della tirannia.

La buona notizia
Molto attivo sui social media. Ma ci rappresenta?

Molto attivo sui social media. Ma ci rappresenta?

La buona notizia è che il pluralismo e i valori veramente liberali restano popolari. Molte persone vogliono essere trattate come individui, non come parte di un gruppo; giudicano ciò che viene detto, non solo chi lo sta dicendo.

Molte ferite che affliggono la vita pubblica riflettono il clima dei social media e dei campus, non quello della società in generale. La maggior parte degli studenti non sottoscrivono la visione della sinistra radicale attiva nei campus universitari. Tuttavia, i sostenitori della democrazia liberale farebbero bene a ricordare che i grandi liberali del dopoguerra, in un modo o nell’altro, hanno tutti affermato come gli individui debbano avere la forza di resistere all’oppressione dei grandi gruppi.

Questo, sicuramente, è il punto dove inizia il pensiero liberale.

 

 

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