Economia, Impresa, Società. Articoli di Giulio Sapelli 1998-2016
Fondazione Enrico Mattei, goWare, 2018, pp. 178
Ebook; 4,99, libro 10,99

Non classificabile

etica_250Se chiedessimo all’algoritmo di Facebook di costruire il profilo di Giulio Sapelli per incasellarlo in una qualche categoria del social media riceveremmo questa risposta: “untaggable”, non classicabile. Se invece chiedessimo a un algoritmo di intelligenza artificiale, in grado di estrapolare l’essenza di una personalità o di una visione del mondo, di analizzare le quasi 550 pubblicazioni di Sapelli e la sua attività d’insegnamento e pubblica riceveremmo probabilmente questa risposta: “umanista”. Questo algoritmo non c’è ancora e non ci sarà per lungo tempo, ma non abbiamo bisogno di quello per dire che è proprio la cultura universale e la sua capacità di riporto all’uomo il tratto distintivo di Sapelli. Una caratteristica che si alimenta nel suo eclettismo culturale e ideale il quale ha radici lontane, nella sua stessa formazione nella Torino degli anni 60 e 70 e alla Olivetti di Adriano.

Per i 70 anni di Sapelli, La Fondazione Enrico Mattei e goWare hanno raccolto in un volume dal titolo, Economia, Impresa, Società, 17 saggi e articoli scritti da Sapelli dal 1998 al 2016. Sono scritti che toccano i temi più caldi del dibattito globale sull’economia e sulla società contemporanea. Da questi scritti emergono le convinzioni di Giulio Sapelli. Anzitutto la convinzione che l’economia appartiene al novero delle scienze umane con una insottraibile componente etica, poi c’è l’evoluzione dell’economia capitalistica in una economia polifonica dove convivono e collaborano diverse forme di scambio e proprietà: oltre all’impresa capitalistica ci sono le associazioni, le cooperative e le imprese not for profit. Infine c’è l’impresa in sé, la stella polare del pensiero di Sapelli: l’impresa è formazione dell’uomo e di una personalità completa, non di skill» e all’impresa sono affidati dalla società compiti non solo economici ma anche istituzionali. Scrive Sapelli «l’impresa crea ceti, classi sociali, culture, sviluppo, benessere e convivenza civile».

Il primo di questi scritti, inedito, Benevolenza una meditazione insieme a Joaquín Navarro-Valls, rispecchia bene la visione del mondo di Sapelli e il suo stesso agire pubblico e privato.

Il libro ha una introduzione di Domenico Siniscalco, anch’egli torinese e amico di lunga data del Sapelli, che tratteggia bene la formazione, l’azione e il pensiero del Sapelli. Offriamo ai nostri lettori degli ampi stralci di questa introduzione. Buona lettura!

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Il percorso di Sapelli
La copertina del volume edito dalla Fondazione Enrico Mattei e da goWare.

La copertina del volume edito dalla Fondazione Enrico Mattei e da goWare.

Torino è una città molto particolare da un punto di vista industriale, culturale e politico. Ed è in questa città che Giulio Sapelli è nato, ha vissuto e studiato in un periodo eccezionale, quello che va dal primo dopoguerra alla fine degli anni Settanta. Si laurea nel 1971 con Guido Quazza in storia moderna (segue una seconda laurea, sempre a Torino, in economia e commercio con Onorato Castellino) e inizia a lavorare nella grande impresa moderna, Eni e Olivetti e successivamente Telecom e Finmeccanica. Lascia l’Olivetti nel 1973. È segretario dell’Istituto Gramsci a Torino; fa ricerca a Parigi alla École des Hautes Études, alla London School of Economics, alla Università Autonoma di Barcellona e a Buenos Aires. I suoi maestri sono Franco Momigliano, Valeria Castronovo, Massimo Salvadori.

Passa un periodo a Trieste, cioè lontano da Torino, quando entra con Giuliano Ferrara nel mirino delle Brigate Rosse dopo un appello agli operai della FIAT a denunciare i compagni di lavoro brigatisti. Gli intellettuali torinesi, a quel proposito, tuonano sprezzanti contro i cosiddetti “delatori” e predicano che non bisogna stare “né con lo Stato né con le B.R.”. Tempi che oggi paiono lontanissimi, ma anni terribili.

Diventa professore ordinario di storia economica presso l’Università Statale di Milano, dove insegna anche economia politica e analisi culturale dei processi organizzativi. Scrittore eccezionalmente prolifico, è autore di almeno quaranta volumi e oltre trecentosessanta articoli scientifici (riuniti in una bibliografia completa). Nel 1980 diventa segretario della Fondazione Feltrinelli, successore di Giuseppe del Bo. Esce dal PCI nel 1980. Alla fine degli anni Novanta approda alla Fondazione Mattei, dove ho il privilegio di lavorare con lui per vent’anni.

Tra i suoi libri prediligo Fascismo, grande industria e sindacato del 1975, il volume Organizzazione, lavoro e innovazione industriale nell’Italia tra le due guerre e la gigantesca antologia L’analisi economica dei comunisti italiani durante il fascismo, entrambi del 1978, poi il volume su Adriano Olivetti del 1990, il saggio Sul capitalismo italiano e quello su Impresa e democrazia, tutti e due del 1993. E sopra tutti, il grande studio sull’Europa del Sud dopo il 1943, con i capitoli su Portogallo, Spagna, Italia, Grecia e Turchia. E infine gli ultimi libri sugli Stati Uniti, Obama e Trump.

Giulio Sapelli non è certo soltanto uno studioso. È stato consigliere di amministrazione di Eni e Presidente della Fondazione Monte dei Paschi di Siena, prima dei disastri economici e finanziari. Ma l’ambiente culturale di Torino, l’Università e la grande impresa, la passione politica, costituiscono un vero e proprio imprint, presente in ogni suo discorso pubblico e privato.

Torino, una città speciale
Giulio Sapelli

Giulio Sapelli

Scrivere questa presentazione mi riporta, come in un flashback, alla Torino della metà degli anni settanta: una città industriale cresciuta impetuosamente dal punto di vista demografico ed economico intorno alla Fiat, al Pci e ai sindacati, alla «Stampa» e alla «Gazzetta del Popolo».

A Torino e in quegli anni operavano studiosi come Franco Momigliano, Claudio Napoleoni, Francesco Forte, Siro Lombardini, Bruno Contini; giuristi vicini all’economia come Gastone Cottino; filosofi e uomini di cultura tra cui Norberto Bobbio e Massimo Mila. Mentre a Economia e Commercio, dove poi avrei insegnato per oltre vent’anni, erano attivi, su un asse culturale più liberale, Sergio Ricossa, Franco Reviglio, Onorato Castellino e Mario Monti.

Cito tutto questo perché da quell’esperienza economica, culturale e politica, in cui sono cresciuto io stesso, deriva un modo speciale di fare economia politica, che si colloca all’intersezione tra ricerca accademica, esperienze d’impresa e sfera delle decisioni pubbliche. Nella convinzione che solo l’Università ha il rigore della ricerca, solo la grande impresa ha capacità realizzative e solo il governo consente di disegnare e attuare scelte pubbliche.

Nell’insieme, un imprint come l’ho chiamato, molto più di una scuola, da cui discende Giulio Sapelli e il suo modo di essere economista o intellettuale. Un modo che rappresenta una combinazione convessa di storia, economia, filosofia, sociologia e politica in una amalgama unica e inscindibile che fanno di lui uno studioso di grandissima originalità.

L’economia come scienza sociale

blog_crisiDivergendo repentinamente da questa tradizione, negli ultimi quarant’anni, l’economia ha subito un processo di fortissima specializzazione e assiomatizzazione, con la prevalenza pressoché totale del paradigma neoclassico e monetarista.

Il successo del paradigma neo-liberale in politica e in economia ha contribuito a spazzare tutte le scuole di minoranza e ha imposto in accademia, nelle banche centrali e nel pensiero economico questo paradigma, quasi fosse una religione.

In parallelo l’economia politica è stata via via abbandonata, con poche eccezioni, a vantaggio di una scienza economica tout court. E in questo modo l’economia ha perso di rilevanza politica, giornalistica e nella vita reale.

Si è così dimenticato che l’economia è una scienza sociale, che la realtà è in perenne evoluzione, e l’economia, con le sue assiomatizzazioni e formalità, non può diventare una camicia di forza.

Pochi, e tra questi sicuramente Sapelli, hanno tenuto viva l’economia politica pur rischiando di finire ai margini dell’ortodossia, relegato in una sorta di riserva indiana. E a rischio di essere considerato in modo condiscendente, come si fa con un vecchio zio.

Ci è voluta la grande crisi del 2007 per conclamare la sterilità dei paradigmi dominanti. Questa crisi, da cui stiamo uscendo, è sicuramente la più grave ed estesa da quella del 1929. Iniziata nell’agosto del 2007, essa ha devastato il sistema finanziario e le economie reali con pesanti ripercussioni sul lavoro e sulla ricchezza.

Di fronte a questi fenomeni, gli economisti neoclassici e dominanti, con pochissime eccezioni, non hanno visto l’arrivo della crisi e soprattutto non hanno prodotto risposte in grado di affrontarla. E ci è voluta la Regina Elisabetta (non esattamente una studiosa di economia) per domandare, provocatoriamente, a una riunione di economisti alla London School of Economics nel 2008, «come mai nessuno ha visto l’arrivo di tutto questo», intendendo con «questo» l’arrivo del disastro.

Connect the dots

dotsDa allora, naturalmente, il quadro è cambiato e le più grandi Università del mondo stanno abbandonando l’iper-specializzazione nella ricerca e soprattutto nell’insegnamento, a vantaggio di programmi misti e multidisciplinari. Così a Oxford è nato il PPE (Filosofia, Politica ed Economia), a Cambridge un analogo programma di scienze sociali, a Harvard si studia di nuovo economia politica o economia e governo, mentre Stanford è il regno dei programmi congiunti (tecnologia e media, tecnologia ed economia, tecnologia e design), e in tutti i programmi di college si raccomandano majors, cioè indirizzi di laurea interdisciplinari e multidisciplinari. In ciascuno di questi programmi grandi professori e grandi testimonial, come Steve Jobs a Stanford o Mark Zuckerberg a Harvard, hanno presentato e presentano punti di vista unici, che per fortuna ritroviamo oggi facilmente su YouTube.

Dico questo per chiarire che l’interesse del lavoro di Sapelli è immediato e applicato. Per capire il mondo, dall’accademia al business, alla politica, al giornalismo bisogna pensare in modo eclettico e, come si dice, ‘connect the dots’. E così il pensiero di Giulio Sapelli e la sua coerenza temporale è pienamente vendicato sul piano teorico e personale. Naturalmente quello che ha detto e scritto non è tutto convincente. Ovviamente il suo pensiero va ordinato, non tutto quello che ha scritto è utile, ma l’approccio e cioè l’insegnamento è tutto lì.

Un uomo generoso e profondamente umana

Concludendo, non vorrei omettere la parte più importante di Sapelli, che è la sua personalità, e mi permetto di dire la sua generosità e profonda umanità. Giulio Sapelli è generoso, non si tira mai indietro, rispetta spesso (non sempre) i punti di vista altrui, ma non tace mai le proprie idee. Coltiva un’immagine di sé iconoclasta, controversa, paradossale. Il dramma è che la gente non sempre ne coglie l’ironia.

Ho avuto il privilegio di conoscerlo nei decenni. In accademia, alla Fondazione Mattei e quando ero a Roma e veniva a cena. Ho avuto il piacere di parlare moltissimo con lui. Ho imparato molto, ha talvolta messo in crisi le mie pretese certezze, mi ha fatto pensare, non l’ho mai sentito dire cose banali.

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