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Giornalismo investigativo

vice_mediaMolti avranno visto il documentario su ISIS trasmesso da Sky TG 24 e avranno notato la scritta “Vice News” in basso a sinistra sullo schermo. È stata, infatti, una troupe investigativa di Vice Media – un gruppo editoriale basato a Brooklyn attivo sul web e sui mezzi tradizionali (presente anche a Milano) – a spingersi all’interno del nuovo stato islamico per fare un servizio shock in presa diretta. Non sono ormai molte le testate che possono permettersi un’iniziativa del genere. Vice può. Può perché può permetterselo e può, perché è il tipo d’informazione che intende proporre al suo pubblico, giovane e nativo digitale.

Questo progetto è sostenuto dalla stabilità finanziaria che è derivata a) dalla fiducia degli investitori che mettono denaro in Vice Media senza farsi troppo pregare e, b) dal suo modello economico basato sull’unica risorsa che sembra in grado di salvare il giornalismo professionistico, il native advertising, cioè la pubblicità incorporata nel contenuto. Eccoci a un altro paradosso tipico della rete: proprio la pratica più aborrita dal giornalismo ufficiale è quella funziona di più in rete: il native advertising fino a pochi mesi fa era anatema ed eresia per i direttori, le redazioni dei giornali che contano fin quando le loro proprietà lo hanno brutalmente preteso. Da allora abbiamo iniziato a vederlo sulle grandi testate, anche se viene proposto con un percepibile turbamento. Excusatio non petita perché ai consumatori d’informazione il native advertising non dà per niente fastidio come non lo dà il product placament nel cinema. Questa nuova tecnica è meno seccante della pubblicità tabellare invasiva. I lettori non sono stupidi, sanno riconoscere l’origine di un contenuto.

La stabilità finanziaria che manca ai giornali
Un fotogramma del documentario su ISIS girato dalla troupe di Vice Media che si è spinta nei territori del nuovo stato islamico per inviare immagini mai viste prima.

Un fotogramma del documentario su ISIS girato dalla troupe di Vice Media che si è spinta nei territori del nuovo stato islamico per inviare immagini mai viste prima.

In appena cinque anni i giornali hanno perduto il 30% dei loro ricavi in Europa e negli USA un meno devastante 10%; tutti i grandi conglomerati media hanno scorporato la carta stampata come ci si libera di una visione mostruosa. Una faccenda parecchio triste. È proprio il crollo dei ricavi e la perdita della stabilità finanziaria che sta distruggendo il morale e la coesione delle redazioni. L’esempio del “Washington Post” è paradigmatico. Il “Post” stava andando letteralmente a pezzi, quando Jeff Bezos, il nuovo padrone dalle tasche profonde, ha fatto arrivare soldi e risorse umane che hanno diffuso un senso di stabilità finanziaria e restituito fiducia alla redazione e al management che è stato rinnovato a tutti i livelli. Adesso l’antica e gloriosa testata sta tornando ai vecchi fasti grazie al rilancio del tipo di giornalismo che lo ha portato nei libri di testo di storia. Il Post è tornato il Post. Adesso chi dice di lavoraci non è visto come un morto che cammina, ma viene invitato a sedersi perché c’è qualcosa che potrebbe interessare il giornale.

Le vicende di Vice e anche del Post ci indicano due vie per salvare i giornali: trovare un Jeff Bezos di turno, oppure abbracciare senza indugi un nuovo modello di business di cui il native advertising, totalmente integrato nell’attività della redazione, è un pilastro. È quello che Vice News ha in effetti già fatto: è gratuito (come vogliono le notizie l’85% dei lettori), è veramente una piattaforma multi-mediale e cross-mediale (la distinzione classica tra parole scritte, e video non esiste più), si finanzia in modo coraggioso e intelligente con il native adv e le sponsorizzazioni. Ma questo non sarebbe bastato se non si fosse verificato il ritorno dell’appetito della comunità finanziaria per l’informazione.

Il pubblico giovane, la chiave di volta

I giornali nelle preferenze dei nativi digitali sono all'ultimo posto tra i differenti media.

I giornali nelle preferenze d’informazione dei nativi digitali sono all’ultimo posto tra i differenti media.

Nell’attuale scenario critico per i mercati finanziari, a cavalcare la cresta dell’onda sono le società del settore media. Gruppi come Vice Media, BuzzFeed e Monocle stanno attirando miliardi di dollari d’investimenti, grazie alla loro agilità nello stare al passo coi tempi dal punto di vista della comunicazione, ma soprattutto per aver saputo suscitare l’interesse dei giovani di tutto il mondo.

Il favore del pubblico giovane  è indubbiamente uno dei punti di forza di Vice Media, il cui valore ha da poco raggiunto i 2.5 miliardi di dollari, coronando con nove zeri la rapida ascesa dell’ex giornalino canadese. Oltre a favorire l’afflusso di ben 500 milioni di investimenti da parte della Technology Crossover Ventures e della  A&E Networks, l’approvazione dei giovani ha rappresentato un punto a favore per la collaborazione con l’emittente televisiva statunitense HBO. A favorire l’accordo è stato inoltre il talento di Vice nel trarre profitto dal web, obiettivo che molte altre società stentano tuttora a raggiungere.

I finanziamenti provengono da partner commerciali, che collaborano con la società per sviluppare progetti di diverso tipo, oppure da grandi marchi, il cui successo dipende ormai prevalentemente dalla promozione sul web, grazie anche al contatto diretto con i giovani.

Il core business spostato sulla rete
Una copertina irriverente del magazine Vice.

Una copertina irriverente del magazine Vice.

La rete è indubbiamente la principale fonte di guadagno di Vice, tanto che da essa deriva ormai l’80% degli introiti della società. Prima di trasformarsi nel colosso mediatico che oggi conosciamo, Vice era una rivista di Montreal, che promuoveva eventi culturali e che affrontava temi come la droga e la musica underground. Fin dall’inizio si fece notare per il suo linguaggio scurrile, per i suoi contenuti provocatori e soprattutto per la sua fedeltà costante al motto “fare cose stupide in modo intelligente e cose intelligenti in modo stupido”, vale a dire che gli argomenti più seri sono sdrammatizzati, mentre quelli più ridicoli sono sottoposti a un’analisi quasi scientifica.

È stato intorno al 2000 che il gruppo Vice ha deciso di estendere il suo campo d’azione al web, contando quasi esclusivamente sugli introiti della pubblicità e concentrandosi in particolar modo sui video. Infatti, la produzione di video rappresenta attualmente una sfida molto importante per la società, che intravvede in essa il futuro dell’informazione, aspirando a diventare una specie di CNN del web.

Detto questo, il successo di Vice non dipende soltanto dal fatto di “saper vendere” la pubblicità. Il suo merito è innanzitutto quello di aver creato una forma alternativa di informazione, la cui irriverenza obbliga il pubblico a concentrarsi doppiamente su notizie o temi che altrimenti sarebbero difficili da comprendere nei loro molteplici aspetti.

I canali di VIce Media

I canali di VIce Media

Di seguito riproduciamo in traduzione italiana un articolo del “Financial Times” di Robert Cookson dal titolo Vice Media’s value increases to $2.5bn after $500m fundraising che spiega bene quello che sta accadendo al giovane gruppo media canadese con sede a Brooklyn.

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La nascita di un impero mediatico
Alcuni dati piuttosto espliciti sulla forza di Vice e la sua diffusione a livello globale specialmente tra il pubblico debole. Chiunque fosse interessato ad approfondire può consultare questo documento rilasciato al momento dell'ingresso dei nuovi soci.

Alcuni dati piuttosto espliciti sulla forza di Vice e la sua diffusione a livello globale specialmente tra il pubblico giovane. Vice è presente in 36 paesi, incluso l’Italia.

In seguito a un finanziamento di 500 milioni di dollari, il valore del gruppo Vice Media ha raggiunto i 2,5 miliardi, dimostrando ancora una volta che gli investitori stanno puntando sempre di più sulle società di media specializzate nella creazione di contenuti pubblicitari.

Il 28 agosto scorso, la società di Brooklyn ha guadagnato 250 milioni vendendo una partecipazione del 10% alla Technology Crossover Ventures (TCV), il fondo della Silicon Valley che ha già finanziato Spotify e Netflix. Un altro 10% è stato venduto all’emittente televisiva via cavo A&E Networks, di proprietà della Walt Disney e della Hearst Corporation.

La rivista Vice, nata in Canada nel 1994 come periodico a poco prezzo, si è trasformata in un impero mediatico che include siti per ragazzi, programmi televisivi e servizi pubblicitari. In effetti, il recente finanziamento di 500 milioni è l’ultimo di una lunga serie di accordi che non sono certo passati inosservati nel settore dei media. Il mese scorso, il sito di notizie e d’intrattenimento BuzzFeed ha ricevuto un investimento di 50 milioni, valutato 850 milioni, mentre la rivista di attualità internazionale Monocle ha appena venduto una partecipazione minoritaria valutata 115 milioni.

Queste tre società, diversamente dalla maggior parte dei gruppi mediatici, hanno deciso di creare sezioni preposte allo sviluppo di native advertising o advertorials che pubblicizzano marchi sul web, una forma di promozione considerata molto più efficace rispetto a formati pubblicitari tradizionali come i banner e quindi più redditizia.

Vice e Buzzfeed, ad esempio, hanno affidato a una squadra di esperti il compito di creare articoli e video pubblicitari destinati alla promozione sul web.

I native advertising costituiscono un terzo delle inserzioni pubblicitarie presenti nel prodotto di punta di Monocle, cioè l’omonima rivista, e sono studiati appositamente per mimetizzarsi tra i contenuti editoriali.

L’efficacia degli advertorials
L'apprezzamento di Rupert Murdoch per Vice. Il tweet dice:

L’apprezzamento di Rupert Murdoch per Vice. Il tweet dice: “Chi ha sentito parlare di VICE media? Sfrenato e apprezzabile tentativo di interessare i millennials che non leggono o guardano i media tradizionali. Successo globale”. 21st Century Fox nel 2013 ha acquistato una partecipazione del 5% in Vice.

Negli ultimi anni, questi modelli di business si sono rivelati più vantaggiosi della classica pubblicazione di notizie, che storicamente predilige i contenuti editoriali rispetto alle inserzioni pubblicitarie.

Secondo Douglas McCabe, analista presso la società di consulenza Enders Analysis, “BuzzFeed e Vice Media sono così bravi ad attirare i giovani e a sviluppare contenuti e native advertising da essere in parte equiparabili alle agenzie di comunicazione“. Mc Cabe afferma inoltre che “il successo riscosso tra i giovani, rende Vice una vera e propria autorità creativa nel campo della pubblicità”.

Da ormai qualche anno, il valore della società sta subendo un’impennata. Una partecipazione del 5% è stata venduta alla 21st Century Fox di Rupert Murdoch per 70 milioni di dollari, valutati poi 1,4 miliardi, e perfino WPP, la maggiore agenzia pubblicitaria del mondo, possiede una quota di Vice.

Il gruppo gestisce un network di canali on line che coprono notizie, sport, tecnologia e musica, con sedi in 36 Paesi. In particolare, la rivista Vice è famosa per la pubblicazione di articoli taglienti destinati al giovane pubblico. L’anno scorso, ad esempio, ha seguito il caso dell’ex giocatore di pallacanestro Dennis Rodman, consentendogli di recarsi in Corea del Nord per incontrare Kim Jong-un.

Vice produce inoltre un programma di attualità per l’emittente televisiva HBO, la principale rete via cavo della società americana Time Warner.

Se Desiderate approfondire, potete consultare questo documento visuale, Vice Digital Media Kit 2014, rilasciato dalla direzione di Vice: 2014-VICE-Digital-Media-Kit

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