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Troppo clamore per nulla?

glassI Google Glass sono defunti, viva i Google Glass! Si potrebbero sintetizzare così molti dei commenti seguiti all’annuncio, dato da Google all’inizio di quest’anno, che ha posto fine al suo programma Explorer. L’azienda di Mountain View ha quindi interrotto la commercializzazione dei suoi famigerati occhiali e infine trasferito lo sviluppo degli stessi dal laboratorio X ad un’altra divisione autonoma, guidata da Tony Fadell e Ivy Ross.

Molti osservatori hanno interpretato le decisioni prese dall’azienda come una sconfessione del progetto ed una campana a morto per i Glass. Tuttavia recentemente Eric Schmidt, presidente esecutivo della Corporation, in un’intervista rilasciata al “Wall Street Journal” e riportata parzialmente da “Repubblica”, ha smentito le cassandre che ritenevano defunto il progetto. Quella dei Glass, secondo Schmidt,

è una piattaforma grande e davvero fondamentale per Google. Abbiamo terminato il programma Explorer e la stampa ha pensato che stessimo cancellando l’intero progetto ma non è così. Google significa anche prendere rischi e non c’è nulla nel voler modificare i Glass che suggerisce che vi stiamo rinunciando.

In realtà, come per altri progetti dell’azienda di Mountain View, quali l’auto senza conducente, Schmidt ha rimarcato come «queste cose hanno bisogno di tempo».

Innovazione e risultati economici
Astro Teller, direttore dei laboratori X di Google dove sono stati sviluppati i Google Glass.

Astro Teller, ex-direttore dei laboratori X di Google dove sono stati sviluppati i Google Glass.

Astro Teller ex responsabile del progetto Glass si era espresso anch’egli in termini simili, in un’intervista riportata qualche tempo fa sul Blog del “New York Times”. Teller aveva tenuto a sottolineare quanto l’orizzonte temporale della ricerca fosse diverso dal mero conseguimento degli utili, eppure essenziale per aprire nuove opportunità di business e si era detto infine ottimista in merito al futuro dei Glass o di dispositivi simili. In relazione alle ricerche condotte da X aveva affermato:

«Il nostro modo di concepire noi stessi è che dobbiamo a Google l’indagine di nuove problematiche che Google si trovi ad affrontare (e risolvere) e nuove opportunità di business nelle quali entrare nel corso del tempo. Il nostro orizzonte temporale è più ampio di quanto tenda ad essere quello della maggior parte dell’azienda. Poiché i rischi sono numerosi, dobbiamo perseguire un forte ritorno. Noi riteniamo di dover avere un ritorno sull’investimento che sia perlomeno paragonabile a quello dei migliori investitori della prima ora».

Riguardo ai Glass e a un loro eventuale futuro ha poi dichiarato:

Penso ovviamente che questo si rivelerà su un periodo di tempo più lungo. Credo che allorquando si dovesse guardare indietro tra qualche anno a partire da ora, sarà evidente all’esterno che i Glass, già oggi, hanno creato valore per Google. Sono più sicuro che mai che a dieci anni da adesso, un sacco di gente, non voglio dire la maggioranza, consumerà una gran parte delle proprie informazioni digitali mediante qualcosa di simile a degli occhiali intelligenti. Se questi saranno Google o meno, e quanto saranno simili ai Glass nella loro foggia attuale, nessuno può dirlo.

Nondimeno, a fronte di un notevole investimento, al momento i Glass vengono a configurarsi come uno dei maggiori fallimenti di Google. Teller in una recente intervista rilasciata durante il South by Southwest Interactive, riconosce che sono stati commessi degli errori, tuttavia difende la scelta di avviare il programma Explorer:

Abbiamo preso una decisione giusta e una meno … la prima è stata realizzare il programma Explorer. La seconda, cioè quella che abbiamo svolto decisamente meno bene, è che abbiamo consentito, e spesso incoraggiato, che si creasse troppa attenzione intorno al programma.

Egli sottolinea come, a suo dire, si sia trattato principalmente di un problema di errata comunicazione o una sottovalutazione delle sue ricadute, di conseguenza la causa del fallimento dei Glass non è tanto da ricercare nel dispositivo, bensì nelle modalità mediante le quali è stato presentato al pubblico.  A questo proposito Teller ha affermato:

Abbiamo favorito troppa attenzione verso il programma. Volevamo dire al mondo quanto questo fosse un primo prototipo che ritenevamo davvero emozionante. Ma abbiamo anche fatto cose che hanno incoraggiato la gente a pensare a esso come a un prodotto finito.

Teller difende però la scelta di rendere pubblica la sperimentazione:

I Glass erano una di quelle cose che dovevamo tirare fuori prima possibile … abbiamo imparato molto sugli aspetti hardware, come la batteria. Ma diffonderli è stato utile anche in termini di sperimentazione sociale e sono molto grato a tutti i pionieri che si sono avventurati nel progetto con noi.

In ultimo Teller rimarca l’importanza di far tesoro degli errori, pressoché inevitabili, ancor più quando la ricerca è assolutamente pioneristica:

Google X fa bene a testare prima possibile nel mondo reale i suoi progetti … se vuoi davvero fare tonnellate di progressi devi anche essere pronto a fare tonnellate di errori. La questione è trarre valore da ostacoli e difficoltà.

Quale futuro per i Glass?
Come sono strutturati i glass.

Come sono strutturati i glass.

«Il viaggio non finisce qui». Così recita la pagina omonima sul sito di Google dedicata ai Glass.

Secondo alcuni osservatori la creazione di una divisione autonoma, svincolata dal laboratorio X e affidata a Tony Fadell, ex capo di Nest e uno dei padri dell’iPod, sta a testimoniare la volontà dell’azienda di pervenire ad un prodotto finito che, com’è stato dichiarato, sarà rilasciato solo una volta ultimato e perfezionato.

Una delle possibilità al vaglio contempla l’eventualità che i Glass escano dal mercato consumer e vengano indirizzati verso un utilizzo più specifico ed un ambito eminentemente professionale. Tali ambienti si presume, inoltre, che siano anche quelli maggiormente in grado di sostenerne i costi, non proprio alla portata di tutti. Gli utilizzi in ambito professionale, del resto, appaiono molteplici.

Una delle applicazioni dove i Glass potrebbero trovare un ampio utilizzo è in ambito chirurgico, sia in sede d’intervento, che come strumento didattico. Il loro primo utilizzo in Italia durante un intervento di cardiochirurgia all’ospedale delle Molinette di Torino risale a poco più di un mese fa.

Secondo gli sviluppatori che hanno già avuto modo di testare gli occhiali, i Google Glass sono talmente innovativi che in sala operatoria non se ne potrà più fare a meno. Ciò è dovuto alle numerose funzionalità che possiedono. Innanzitutto, il dispositivo si comanda tramite i comandi vocali e/o il touchpad inserito sul lato destro: semplicemente usando la propria voce.

Anche la Nasa sembra sia molto interessata alle tecnologie wearable e in particolare a degli occhiali intelligenti. Come riportato da “Forbes” e ripreso da “Wired”, «L’agenzia spaziale americana ha infatti annunciato una partnership con la compagnia Osterhout Design Group, per testare le potenzialità del loro ultimo modello di occhiali smart, ed eventualmente adottarlo come equipaggiamento per gli astronauti».

In precedenza la Nasa aveva già sperimentato un possibile utilizzo dei Google Glass, tuttavia gli astronauti avevano dichiarato che il dispositivo «non è uno strumento ottimale» per le loro necessità. Il motivo risiedeva principalmente in «uno schermo troppo stretto, che rendeva difficile navigare all’interno dei menu interattivi durante le esercitazioni». La Nasa ha intenzione di utilizzare simili device principalmente in sostituzione degli enormi manuali d’istruzione oggi presenti sulle astronavi, in favore di una consultazione molto più veloce ed immediata.

La BMW sta testando i Glass alfine di migliorare «i controlli di qualità sui veicoli pre-serie». L’impiego degli occhiali intelligenti è destinato a «registrare i test sui veicoli allo scopo di migliorare la comunicazione tra gli addetti del centro analisi e gli ingegneri incaricati del progetto e sviluppo». Sinora «i potenziali problemi identificati nelle auto pre-serie erano raccolti per iscritto». L’utilizzo dei Glass permetterebbe di ottimizzare i tempi e «nel corso del progetto … pensiamo di aggiungere la funzione di chiamata video in modo che l’eventuale problema possa essere discusso sul posto con i responsabili».

Tutto italiano è stato invece il debutto dei Glass in teatro. Presso il Teatro Lirico di Cagliari, il 30 luglio 2014, dieci paia di Google Glass hanno fatto la loro comparsa sul palco, indossati da attori coristi e musicisti per il primo esperimento di opera interattiva.

Alessandra, soprano, che ha indossato i Google Glass, ha raccontato di una iniziale perplessità o avversione, ma alla fine «… il progetto è stato accettato». Un’esperienza nondimeno particolare:

quando li indossi hai una sensazione strana … non sono come un paio di occhiali normali, sei “sbilanciato” sulla destra dove ci sono i comandi e la batteria. Quando li metti vedi un dado e attivandoli ti accorgi che questo dado piano piano si trasforma ed inizia a vedere i comandi. Gli occhiali sono semplici da utilizzare ma capirai bene che noi siamo in scena per cantare e cerchiamo di usare gli occhiali nei “nostri tempi morti” di modo da non disturbare lo spettatore in sala. Prima di entrare in scena abbiamo dovuto impostarli e fare delle prove per non far partire inavvertitamente i comandi, sono molto sensibili. Figurati che una volta li ho attivati con un movimento della testa.

Alla fine, conclude Alessandra,

È stata una bella avventura ma devo ammettere che i google glass hanno dei difetti si scaldano molto in fretta ed hanno poca autonomia. Poi il nostro era un esperimento e abbiamo fatto riprese in base ai nostri tempi morti, ma eravamo senza regia, le riprese sono “slegate” abbiamo cercato di riprendere le parti salienti ma non sempre sono andate a buon fine. Sarebbe interessante che venisse studiato, per il pubblico, una “regia” di modo da cogliere gli aspetti salienti quindi pianificare a monte con il regista teatrale le riprese di modo da far entrare lo spettatore nel palco. Come se fosse in mezzo a noi.

Tuttavia una simile tecnologia desta non poche preoccupazioni, e in relazione alla privacy che alla salute di chi la indossa.

La salute e le nuove tecnologie wearable

Nick Bilton in un recente articolo apparso sul NYTimes ha sottolineato un altro degli aspetti associati alle nuove tecnologiewearable”, che sin da subito ha sollevato dei rilievi critici: gli eventuali effetti sulla salute delle persone. Ciò acquista una sua rilevanza soprattutto qualora i Glass, com’era nelle primigenie premesse e nell’auspicato epilogo alla loro prima vita, dovessero essere indossati comunemente o per lunghi periodi di tempo, piuttosto che indirizzati a particolari, circoscritti utilizzi di tipo meramente professionale.

Ovviamente non vi sono ricerche, men che meno definitive, in merito ad una eventuale pericolosità dei Glass o di altri dispositivi indossabili, quali l’imminente Apple watch o il principale concorrente dei Google Glass, un progetto all’apparenza ancora più visionario targato Microsoft: HoloLens. Un progetto, quest’ultimo, che mira ad utilizzare nientemeno che degli ologrammi, ed è anch’esso ancora allo stato di prototipo e tuttora in fase di sviluppo.

Del resto, la diatriba riguardante la possibile pericolosità o meno dei cellulari e, in caso di risposta affermativa, l’eventuale grado di tale pericolosità, è tuttora aperta. Ed è con i cellulari, quelli di ultima generazione in particolare, dei veri e propri computer tascabili, che si può tentare di instaurare un raffronto. È appunto ciò che ha fatto Nick Bilton. Tuttavia le due rettifiche che seguono il suo articolo, stanno ad indicare quanti e quali siano gli interessi in gioco e quanto sia spinosa ed intricata la materia in oggetto.

Di certo, qualora dovessimo assistere ad una nuova generazione di dispositivi “indossabili”, oltre ed al di là della presunta utilità e/o necessità di indossare tali gadget, qualche interrogativo in merito all’opportunità di farlo e ad eventuali ricadute sulla nostra salute (e persino di chi ci sta attorno …) dovremmo pur porcelo. Come lascia intuire lo stesso Bilton, l’oggettività della scienza non viene sempre in nostro soccorso. A fronte di ricerche e studi scientifici che provano o sanciscono quel risultato piuttosto che un’altro, c’è sempre da chiedersi chi li abbia finanziati o promossi e a quale scopo precipuo siano stati condotti.

Lo abbiamo già visto in altre occasioni, ad esempio a proposito dei cambiamenti climatici. Il clima sta cambiando: si, no, forse. Un teatrino che va avanti sino a quando le evidenze sono tali e tante che non si possono più negare o dissimulare. Ma nel frattempo, nella migliore delle ipotesi, non si è fatto nulla e, allorquando la questione diviene ovvia e patente, è ormai troppo tardi, il danno è fatto. Sovente, poi, l’offesa provocata è tale da risultare pressoché irreparabile.

Attualmente non ci sono prove certe di eventuali danni alla salute derivanti dall’utilizzo prolungato, a contatto del corpo, dei dispositivi indossabili. Tuttavia questo non ci esime dal doverci interrogare e dal dover riflettere e discutere in merito a una tale eventualità.

Salute – Diverremo tutti fumatori?

Nick Bilton, in apertura del suo articolo, richiama un annuncio pubblicitario del secondo dopoguerra, inerente una nota marca di sigarette. In una rivista del 1946 appariva un medico, con un impeccabile camice bianco, mente fumava, rilassato e sorridente, una sigaretta. La semplice associazione tra medico e sigarette (non me ne voglia il dottor House) così ostentata, apparirebbe oggi ai nostri occhi inaccettabile. Ancor più grave ci sembrerebbe l’operazione, neanche troppo implicita, tesa a voler legittimare il fumo come comportamento ordinario e pressoché privo di controindicazioni. Attribuire una tale condotta ad un medico, contiene un evidente sottinteso: dal momento che è un dottore a farlo, allora il fumo, in fondo, non comporta tutti questi rischi per la salute. Tuttavia il messaggio pubblicitario si spingeva ben oltre. Esso includeva uno slogan che recitava pressappoco così: «Buona parte dei medici fumano Camel rispetto a qualsiasi altra sigaretta». Qualora qualcuno di voi avesse pensato a una parodia o una presa in giro volta a farsi beffe del fumo, è in errore. Un tale messaggio che attualmente ci farebbe inorridire, all’epoca era usuale ed accettato. I rischi per la salute derivanti dal fumo non erano del tutto noti (o propagandati …) e i dottori potevano persino permettersi di fumare sul luogo di lavoro senza incorrere in alcuna sanzione …

Nel volgere di mezzo secolo la nostra sensibilità, le nostre conoscenze e la nostra considerazione nei confronti del fumo è passata dal ritenerlo un semplice passatempo ameno e rilassante, a comportamento nocivo e socialmente pericoloso. Sarà così anche per i nuovi dispositivi di ultima generazione che porteremo, per periodi più o meno lunghi, a stretto contatto con il nostro corpo?

Mentre la ricerca procede, c’è chi già lancia l’allarme per una possibile, perniciosa e incontrollabile epidemia di strabismo, potenzialmente ingenerata dall’utilizzo dei Glass!

Privacy – Stop the Cyborgs!

divieto_glassOltre a possibili, eventuali rischi per la salute, i Glass indubbiamente rappresentano un pericolo per la nostra privacy. Il grado di pervasività delle nuove tecnologie wearable e la conseguente percezione che le accompagna, varia da una generica mancanza di riguardo, a un’inaccettabile intrusione nella nostra vita quotidiana.

Così come riteniamo irrispettoso l’utilizzo di un cellulare o altro dispositivo durante una conversazione, un incontro o una riunione, quale potrà essere l’accoglienza riservata a congegni ubiqui e perennemente in funzione come i Glass? Per converso, viene da chiedersi, possiamo accettare con serenità o indifferenza che la nostra quotidianità sia sempre sotto l’occhio vigile e invadente di un siffatto marchingegno?

In effetti, prima ancora di vedere la luce i Glass hanno sollevato rilievi ed obiezioni, molteplici e disparate, in relazione all’attentato alla riservatezza, di singoli ed enti, che essi, perlomeno in potenza, potrebbero rappresentare. Il grado di tali reazioni varia da semplice perplessità a sincero disappunto, sino a una vera e propria contrarietà e un’aperta avversione.

L’utilizzo dei Glass ha dato adito a diverse azioni legali, così come sollevato apprensioni in merito alla sicurezza pubblica. Negli Stati Uniti è stata promossa una vera e propria campagna alfine di limitare o interdire l’utilizzo dei Glass nei luoghi pubblici. Il nome scelto è inquietante: Stop the Cyborgs.

Già nel dicembre del 2013 un articolo del “Telegraph” forniva una lista di luoghi dai quali i Glass risultavano bannati o nei quali veniva limitato il loro utilizzo. L’elenco, tutt’altro che succinto, annovera diversi spazi pubblici o affatto privati, alcuni dei quali ovvii, altri meno: in auto, cinema, strip club, casinò, ristoranti, ospedali, impianti sportivi, concerti e teatri, banche e bancomat. Ad essi sono da aggiungere le scuole e tutti quei luoghi, quali ad es. i parchi pubblici o le aree di gioco, all’interno dei quali sono presenti dei bambini.

Privacy – Le perplessità del Congresso americano.
Google ha rassicurato il Congresso americano e il pubblico che non permetterà l'uso sui Glass di software per il riconoscimento facciale.

Google ha rassicurato il Congresso americano e il pubblico che non permetterà l’uso sui Glass di software per il riconoscimento facciale.

Il 18 maggio del 2013, come riportava “La Stampa”, «Un gruppo bipartisan di otto rappresentanti del Congresso americano ha indirizzato una lettera all’amministratore delegato Larry Page per capire “quali conseguenze gli occhialini per la realtà aumentata avranno sulla privacy dell’americano medio”». Ad inquietare in modo particolare i membri del Congresso erano le conseguenze legate all’uso dei Glass combinato alle tecnologie di riconoscimento facciale: «Vorremmo conoscere i piani dell’azienda per prevenire che i Google Glass raccolgano informazioni sugli utenti e non-utenti, senza un regolare permesso». I membri della Commissione bipartisan sulla privacy nella loro richiesta, inoltre, ricordavano espressamente i trascorsi di Google in materia di riservatezza, con l’azienda colta con le mani nel sacco mentre raccoglieva dati dalle reti wi-fi, senza autorizzazione, al passaggio dell’automobile del servizio Street View.

Il Wall Street Journal riferiva di un esperimento condotto nel 2011 dai ricercatori della Carnegie Mellon University, durante il quale le immagini riprese da una telecamera all’interno del campus, avevano permesso di associare le persone riprese a informazioni più o meno pubbliche, come hobby e predilezioni (via social network) o codici privati, quali il Social Security Number (l’equivalente statunitense del nostro codice fiscale). Il “Corriere della Sera” citava l’opinione di Alessandro Acquisti, ex membro del team di ricercatori della Mellon, secondo il quale il «riconoscimento facciale e la realtà aumentata diventeranno comuni e popolari». Pertanto, come osservava Massimo Sideri, autore dell’articolo: «Giusto dunque chiedersi se debba esserci un limite a quanto la realtà possa essere aumentata».

A fronte di una replica un po’ piccata, Google un qualche limite ha cercato di darselo. Da un lato Eric Schmidt in una conferenza tenuta ad Harvard aveva dichiarato: «… le critiche sono inevitabili da parte di persone che hanno paura dei cambiamenti o non hanno compreso che la società si adatterà ad essi» e Steve Lee, direttore di prodotto, aveva rispedito la palla al mittente: «Abbiamo ripetutamente dichiarato che non introdurremo il riconoscimento facciale nei nostri servizi a meno che non ci sia una valida soluzione per la tutela della privacy». Dall’altro, a fronte di una replica essenziale, Google in seguito ha fatto espresso divieto di sviluppare apposite app con funzione di scansione facciale.

Tuttavia le remore e le perplessità (così come le interdizioni) nei confronti dei Glass permangono e la linea prospettata da Google ai rilievi avanzati in materia di privacy, come notava Sideri nel suo articolo, «ricorda quel tipo che voleva lasciare fuori l’acqua del mare con un secchio».

Belli senz’anima?
Il blogger ----- ha dichiarato che non si sarebbe tolto i Glass neppure sotto la doccia. Per poi ricredersi totalmente poco dopo.

Il blogger Robert Scoble ha dichiarato che non si sarebbe tolto i Glass neppure sotto la doccia. Per poi ricredersi totalmente poco dopo.

I Google Glass hanno ricevuto pesanti stroncature anche da parte di molti tra coloro i quali (numerosi i “fanatici” delle novità tecnologiche) si erano mostrati entusiasti e oltremodo favorevoli all’apparizione del dispositivo e si erano messi in fila per testarlo. Tra questi esemplare è la vicenda di Robert Scoble, un famoso blogger, tra i primi ad acquistare il prodotto nell’aprile del 2013. Scoble giunse al punto da affermare: «Non me li leverò neanche per farmi la barba» e si fece fotografare sotto la doccia con indosso i famigerati occhiali. Circa otto mesi dopo era proprio Scoble a dichiarare: «Basta, non li uso più». Peggio ancora, Scoble si spinse sino ad affermare (motivando puntualmente la sua dichiarazione) che i Glass erano “doomed”, ovvero condannati all’insuccesso.

Alla lista delle bocciature ricevute dagli occhiali dell’azienda di Mountain View, si sono aggiunti poi anche gli sviluppatori di applicazioni specifiche per i Glass, i quali, principalmente per mancanza di mercato, hanno deciso o di ritirarsi oppure di dedicarsi al solo segmento business, piuttosto che quello dedicato al grande pubblico.

Tuttavia la sconfessione peggiore è giunta proprio da parte del cofondatore di Google e uno tra principali esponenti coinvolto nel progetto Glass: Sergey Brin. Brin si era dimostrato incrollabile nella sua fede verso i Glass e non c’era occasione in cui non li sfoggiasse in pubblico. Sino a quando, d’improvviso (il 9 Novembre del 2014), i Glass non erano più parte della sua immagine pubblica. Alla domanda dei cronisti in merito a dove fossero i suoi occhiali, la sua risposta fu fredda e lapidaria: «Li ho lasciati in macchina».

Come nota Riccardo Luna,

Il punto è che, passata l’eccitazione della novità, la domanda che uno si fa è: perché? Ne ho bisogno davvero? Migliorano forse la mia vita? La risposta finora è no. Perché non sempre quello che è tecnologicamente possibile e che ci fa esclamare “wow” è anche utile. E quando questo accade, il flop è inevitabile.

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Sergey Brin, co-fondatore di Google, indossava sempre i glasses: nella foto è nella metropolitana di New York. Nell’ultima uscita in pubblico è stato visto senza i glasses. “Dove sono?” gli è stato chiesto. “Li ho lasciati in in macchina” ha risposto. Intorno ai Google Class si è consumato la crisi matrimoniale di Brin. Ma questa è un’altra storia raccontata da “Vanity Fair”. Che i glasses portino un po’ sfiga?

Pertanto, se è pur vero che «anche smartphone e tablet all’inizio sembravano delle follie (e ci è voluto il genio di Jobs per rendere “utile” una tecnologia che esisteva e languiva da tempo», sembra parimenti evidente che al momento per Google si configuri un duplice fallimento. Un fallimento sia sul piano della comunicazione (e della pubblicità, nella quale ha riversato ingenti capitali), nel fornire di un’anima i suoi occhiali, sia su quello della funzione specifica (vera o presunta; utile, pratica o velleitaria) alla quale i Glass erano o dovrebbero essere votati.

In conclusione i Google Glass non sembrano avere acquisito una propria identità. Sinora perlomeno…

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