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google_okIn principio Google era un motore di ricerca basato sul merito. Non voleva essere il male perché il posto era già occupato da Microsoft. Poi non poteva, perché per carattere Google è benigno. Poi dichiarò di voler essere l’organizzatore dell’informazione mondiale, la strabiliante concretizzazione del Memex di Vannevar Bush, il tecnologo inventore degli ipertesti. Intorno al 2009-2010 annunciò di essere un’agenzia pubblicitaria al servizio del consumatore. Poco dopo Goggle si autoproclamò “una media company“. Nel 2012 Larry Page, il CEO e co-fondatore più pro-business, annunciò che Google era una compagnia telefonica. Erano i tempi dell’acquisizione di Motorola Mobility e del balzo incredibile di Android.

Alla conferenza degli sviluppatori di Android del Luglio 2014, tenutasi a San Francisco nella stessa sala dove un mese prima si erano riuniti i rivali della Apple, è arrivato l’annuncio della nuova missione di Google: “Siamo una compagnia di dati”. Molti giovani in sala indossavano i Google Glass e non so che cosa possano aver capito dei vari keynote mentre erano impegnati in qualche attività parallela sui loro occhiali. Niente che faccia specie: anch’io sono un androide; mentre guardo House of Cards carico su una finestra della televisione la partita del mondiali, mi impegno in qualche conversazione su Skype, riempio la ciotola del gatto e controllo la mail. L’episodio di House of Cards poi me lo faccio raccontare dalla mia collega Patrizia il mattino dopo, perché lì per lì non c’ho capito molto.

Questo è Google la società che domina il web e controlla il modo in cui consumiamo contenuti. Si comporta come un adolescente che passa da un amore all’altro e l’ultimo sembra davvero quello definitivo. Lancia un nuovo business al mese, trova un certo seguito tra gli aficionados e poi l’abbandona mandando in confusione i seguaci. Con questo Google resta una start-up gradevole e divertente come una commedia di Woody Allen. Diverso può essere la sensazione di chi cerca di fare business su queste piattaforme create al volo che potrebbe vedere la cosa in modo diverso. Aaron Levie, CEO e co-fondatore di Box la start-up concorrente di Dropbox e anche competitor del servizio Google Cloud Storage, si è dichiarato non troppo preoccupato della piattaforma cloud di Google perché “le imprese non vogliono avere a che fare con le mutanti strategie di Google”. Le attività B2B di Google sono ancora nella loro infanzia.

“Ma quando cresci, babbo”, dice il figlio del Perozzi, nel film “Amici miei”, dopo aver ricevuto uno schiaffone dal padre mentre si affaccia al finestrino del treno alla Stazione di Santa Maria Novella a Firenze durante l’ultima zingarata degli inseparabili amici. Lo stesso si potrebbe dire a Google “Ma quando cresci, Google?”. In realtà Google ci piace così, caotico, creativo, funambolico e sorprendente. Tutte le altre compagnie tecnologiche sono noiose e prevedibili. È per questo, forse, che gli permettiamo di prendere delle informazioni che non condivideremmo nemmeno con il partner. Nessuno sotto i 40 anni sembra preoccuparsi molto di quello che Google fa con i dati che si prende per farci usare i suoi servizi. Le ragioni di questo rapporto di fiducia incondizionato dovrebbero essere oggetto di studio nelle business school e nei think-thank. Direbbero molto sul comportamento sociale del genere umano. Invece dei think-thank dovremmo essere noi, comuni utenti di Internet, a porci degli interrogativi seri, ma non lo facciamo perché Google è come un quadro di Chagall. Non c’è cattiveria, non c’è cinismo, c’è ingenuità. Ingenuità d’adolescente.

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