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Maneggiare con cura

FRAGILEChe i giornali abbiano bisogno di una robusta cura ricostituente, ci sono pochi dubbi. Bisogna però stare attenti al cocktail di farmaci. I giornali sono degli organismi molto fragili, inoltre hanno una certa età. Sono fatti di intellettuali, con una propria visione del mondo e con una considerazione del proprio lavoro ai vertici della piramide delle professioni. La convinzione condivisa, senz’altro molto romantica ed esagerata, che la stampa sia uno dei baluardi delle democrazie occidentali, anzi un loro vero e proprio carattere costitutivo, aumenta la sensazione dei giornalisti di essere investiti di una qualche missione superiore.

È emblematico l’atteggiamento di una testata d’informazione francese online, peraltro ben fatta grazie al lavoro di giornalisti professionisti usciti dalla migliore stampa transalpina. Alla fine del 2012, trovatasi a corto di liquidità, ha lanciato un appello ai lettori perché contribuissero a mantenerla in vita così da poter assicurare ai giornalisti un salario di 90mila euro all’anno. Ci si può immaginare la risposta della rete in un paese che è al 10% di disoccupazione. I giornalisti alle volte sono un mondo a parte.

Si capisce bene quanto sia difficile riformare strutture come i giornali.

La visione dei disrupters
Il quartetto di Facebook: Mark Zuckerberg, Dustin Moskovitz,  Eduardo Saverin e Chris Hughes.

Il quartetto di Facebook: Mark Zuckerberg, Dustin Moskovitz, Eduardo Saverin e Chris Hughes. Hughes è l’unico ad essersi laureato magna cum laude ad Harvard.

Muoversi rapidamente e rompere cose, che è la filosofia di Mark Zuckerberg, il commander in chief dell’esercito dei disrupters, può essere un’arma a doppio taglio. L’ha verificato abbastanza rapidamente un compagno di avventure di Mark, il biondo Chris Hughes, co-fondatore di Facebook insieme a Zuckerberg e ai compagni di dormitorio di Harvard Eduardo Saverin e Dustin Moskovitz.

Nel 2012 Hughes, che è stato l’unico del quartetto originario di Facebook a laurearsi, ha acquistato un’istituzione della stampa progressista come “The New Republic” di cui è diventato anche direttore. Di fede assolutamente democratica, coniugato Sean Eldridge (l’unione è una delle coppie gay più potenti d’America), responsabile delle attività digitali della campagna elettorale di Obama nel 2008, Hughes sembrava la persona mandata dal destino per portare lo storico think-thank liberale verso la sicurezza economica. Bene, dopo neppure due anni di” cura Hughes”, il direttore responsabile, il direttore editoriale e una dozzina di giornalisti di “The New Republic” se ne sono andati via, sbattendo la porta e mandando a quel paese il potente proprietario.

Giornali: uno scenario in chiaroscuro
Con

Con “Vice Media” è tornato il valore nell’industria dell’informazione dopo la depressione del “Washington Post” acquistato nel 2013 per appena 250 milioni di dollari da Jeff Bezos.

Di fronte al caso “The New Republic” viene spontanea la domanda se la cultura tecnologica possa davvero aiutare l’industria dell’informazione a risollevarsi dalla depressione in cui è crollata. La risposta è dipende, perché dipende davvero.

La cultura tecnologica del suo nuovo proprietario, Jeff Bezos, potrebbe rimettere in piedi davvero il “Washington Post”. La proprietà del NYTimes, invece, sembra che non stia facendo quanto occorrerebbe per introdurre la cultura digitale a tutti i livelli dell’organizzazione del grande quotidiano, come ha denunciato un graffiante documento interno che ha fatto cadere qualche testa di troppo. Un ritardo oggettivo che ha spinto lo stesso David Carr, il media columnist del giornale di New York, a collocarlo tra i media a maggior rischio nel 2015.

Grazie a una cultura tecnologica eseguita al millimetro, Vice Media è diventata la testata d’informazione più ammirata, più positivamente citata e soprattutto più valutata, nell’ordine di miliardi di dollari, del pianeta. Il ritorno di valore nell’informazione ha dell’incredibile: appena un anno e mezzo fa un’istituzione del giornalismo come il “Post” fu acquistata per appena 250 milioni. La stessa cifra che Facebook è disposto a pagare per acquistare, con una decisione di pochi minuti, un’appena nata start-up con qualche promettente ma assolutamente non verificato business.

C’è però “The New Republic” a complicare il lieto fine.

Hughes e il “New Republic”
Una copertina di

Una copertina di “New Republic” dedicata a Steve Jobs. L’articolo di copertina di Evgeny Morozov che da buon tecnoscettico, castiga la religione della Apple. Un punto di vista condiviso dalla sinistra.

La colpa di Hughes è quella di essersi prefisso come obiettivo principale il difficile compito di fare del “New Republic” un’attività redditizia. Perché in rete una testata d’informazione possa sperare di produrre un reddito deve rivolgersi a modelli giornalistici come Buzzfeed o Vox. Questi modelli sono molto distanti dalla cultura di “New Republic” e si rivolgono anche a un pubblico differente di lettori che viene raggiunto essenzialmente grazie a contenuti virali, gossip e articoli di qualità discutibile che incorporano il native advertising.

Ecco l’accusa rivolta a Hughes dalla redazione del “New Republic” di aver danneggiato l’immagine autorevole del giornale in nome del profitto. Sinistra e profitto, sin dai tempi di Marx, sono una coppia sempre sull’orlo del divorzio, qualcosa che si è effettivamente verificato a “New Republic”. Eppure il problema del “New Republic”, come di molte altre testate progressiste indipendenti, è proprio quello di sostenersi economicamente.

Sebbene il giudizio delle principali testate statunitensi riguardo alla condotta di Hughes sia generalmente negativo, è innegabile che il “New Republic” abbia affrontato non poche difficoltà economiche, oggi come in passato, tanto che nel 2002 e nel 2007 Marty Peretz, proprietario e caporedattore dal 1974 al 2012, era stato costretto a vendere quote ingenti della rivista ad alcuni finanziatori.

Bezos e il “Washington Post”
Il

Il “Washington Post” è un’altra istituzione del giornalismo americano.

Se la redazione del “New Republic” piange, quella del “Washington Post” sorride. L’idea di Jeff Bezos di fare del “Post” anche una software house sta dando i primi frutti e piace a tutto il gruppo che ha riacquistato la fiducia perduta. Una serie di accordi con testate locali, a cui il quotidiano di Washington già fornisce dei contenuti, fanno sì che la piattaforma di content management del “Post” motorizzi i siti di queste testate. Dall’acquisto del giornale, Bezos ha continuato a investire sia nell’area editoriale che in quella tecnologica, lanciando prodotti digitali a raffica e rafforzando tutte le procedure automatizzate di gestione e controllo.

Adesso ci sono  225 sviluppatori e tecnici che lavorano al giornale. I risultati sono arrivati: in un anno, secondo i dati di ComScore, i visitatori unici del sito sono cresciuti del 62%. L’idea di fondo, già abbozzata dai precedenti proprietari (i Graham), è quella di internizzare tutte le attività IT e metterle sul mercato una volta sviluppate e messe a punto. È la trasposizione del modello Amazon: uno dei fattori più importanti del suo successo è il business guidato dalla tecnologia.

Tutta l’area software del “Post” si sta trasferendo all’interno di un parco tecnologico, ricco di start-up e di nuove professionalità, in Virginia non lontano dalla sede storica del giornale.

La strategia a lungo termine di Bezos è quella di costruire intorno ai giornalisti, che continuano a mantenere un’autonomia pressoché completa di movimento e di decisione riguardo ai contenuti, una infrastruttura tecnologica di alto profilo tesa a spingere il loro lavoro. Il punto di arrivo deve essere quello di costruire un modello sostenibile economicamente per creare e vendere giornalismo di qualità.

Che sia veramente il “modello Amazon” la cura giusta per i giornali? La sinergia efficace tra differenti gruppi di differente cultura, che operano al massimo delle loro capacità, può essere veramente il cocktail giusto di farmaci per fare uscire i giornali dal coma.

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Di seguito pubblichiamo nella traduzione italiana di Ilaria Amurri l’articolo The New Republic’s rebellion di Joe Nocera, columnist del New York Times” sul caso del “New Republic” che vi vede il conflitto latente nel giornalismo contemporaneo tra visibilità e profitti da una parte e  status sociale e influenza dall’altro.

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No-profit
Marty Peretz, proprietario di The New Republic fino al 2012, in una foto di inizi anni Settanta

Marty Peretz, proprietario di “The New Republic” fino al 2012, in una foto di inizi anni Settanta, poco prima di acquistare la testata.

Marty Peretz è stato molto chiaro quando gli ho chiesto se il suo obiettivo, nei quarant’anni passati alla guida del “New Republic”, fosse mai stato il profitto: “Assolutamente no!”. “L’attività è stata redditizia per non più di tre o quattro anni”, spiega l’ex proprietario della storica testata americana. Pare che una volta i membri dello staff siano andati a mangiare una pizza per festeggiare il passaggio della rivista in attivo, “ma è bastato pagare il conto per tornare in rosso”, racconta Peretz con una mezza battuta.

In passato, i soldi non sono mai stati il motore dell’attività, mentre lo era la rilevanza che il “New Republic” assicurava ai temi più cari al suo editore, primo fra tutti la propaganda filo-israeliana. In questo modo, Marty Peretz è diventato una persona influente e si è arricchito con il sostegno che offriva alle élite politiche di Washington e Cambridge (Massachussets).

Per quanto possa apparire inconcepibile, le riviste americane d’impegno politico seguono da sempre questa linea disinteressata, come nel caso dell’Harper’s Magazine di Rick MacArthur, le cui perdite sono coperte dalla fondazione J. Roderick MacArthur, o del magnate dell’immobiliare Mortimer Zuckerman, che sanò le perdite di ‘”The Atlantic” diventandone proprietario.

Peretz afferma di aver scucito somme a sei zeri di tasca sua, pur di integrare le perdite annuali del “New Republic”, e avrebbe continuato volentieri a staccare assegni, se il prezzo della qualità giornalistica non fosse diventato insostenibile. In poche parole, era giunto il momento di iniziare a vendere

La nuova visione della gestione Hughes
Il numero del centenario di

Il numero del centenario di “New Repubic”. La testata è stata fondata nel 2014.

Così, nel 2012, quando il “New Republic” è arrivato a perdere circa 3 milioni di dollari, Perez ha venduto la rivista a Chris Hughes, che aveva fatto i soldi come co-fondatore di Facebook (era il compagno di stanza di Mark Zuckerberg ai tempi del college). Forte di un network da circa 700 milioni di dollari, Hughes era nella posizione di poter mantenere il suo nuovo giocattolo per un bel po’ di tempo. “Gli dissi che se voleva sostenere economicamente la qualità delle pubblicazioni passate non avrebbe ottenuto alcun profitto per chissà quanto tempo”, racconta Perez.

Anche se negli ultimi due anni la linea editoriale di Hughes è rimasta fedele all’approccio provocatorio e brillante che storicamente contraddistingue il “New Republic”, sembra che il giovane editore si stia già stufando di non vedere un soldo. Per prima cosa Hughes ha assunto un nuovo CEO, Guy Vidra, di Yahoo!, il quale ha palesato i suoi progetti fin da subito parlando di “cambiamento”, “innovazione” e “rompere le scatole” (anche se lui non ha usato la parola “scatole”).

Il primo shock per i dipendenti del “New Republic” è arrivato quando Vidra si è messo a descrivere la rivista come “un mezzo di informazione integrato verticalmente”, durante una presentazione di apertura rivolta a editori e autori. In seguito alle dimissioni di alcuni tra i membri più importanti dello staff, fra cui il direttore e il capo della sezione letteraria, Hughes ha pubblicato un intervento sul “Washington Post” in cui dichiara che il periodico non può più “fare beneficenza” e che il suo progetto è di rendere la rivista “economicamente sostenibile”, ovvero di guadagnarci qualcosa.

Verso il modello BuzzFeed?
BuzzFeed è il modello a cui sta pensando Hughes per portare

BuzzFeed è il modello a cui sta pensando Hughes per portare “The New Republic” a produrre il denaro che serve per sostenere la sua attività.

Il proposito in sé non è affatto sbagliato, ma è difficile immaginare come sia possibile realizzarlo. Il riscontro economico delle pubblicazioni digitali è generalmente piuttosto basso, come nel caso di “Slate”, che lavora dal 1996 senza alcun profitto. Un altro esempio è quello di “The Atlantic”, di David Bradley, che ha sempre guadagnato poco, nonostante la sua notevole presenza digitale e i ben 500.000 abbonati alla versione cartacea. Sarebbe inoltre prematuro prevedere il buon esito dei numerosi investimenti di cui l’editoria online e gli Internet media, fra cui Vox, stanno beneficiando attualmente, poiché tali società, non essendo quotate, non divulgano informazioni riguardanti loro situazione economica.

La tiratura del “New Republic” non supera le 42.000 copie e il suo sito sembra non soddisfare le aspettative del nuovo proprietario. Per questo motivo, già prima che arrivasse Vidra, la direzione della rivista avevano cercato di convincere i giornalisti ad alleggerire lo stile del periodico per ottenere un maggior numero di visualizzazioni in rete, arrivando al punto di chiedere a Michael Kinsley, l’ex caporedattore, di pubblicare liste à la “BuzzFeed”, del tipo “i 10 motivi per cui la sanità non è un libero mercato”.

Non c’è da stupirsi che i giornalisti del “New Republic” se ne siano andati in massa, una volta svelati i piani della dirigenza, dato che fino a pochi mesi prima si erano riconosciuti nella rivista proprio perché era l’esatto contrario di “BuzzFeed”: impegnata e misurata.

Ciò nonostante, Vidra continua a promettere che il “New Republic” non tradirà la sua immagine tradizionalmente seria e provocatoria, affermando di identificare in Vox Media, più che nin “The Atlantic”, il suo attuale modello di riferimento.

Dopo averlo intervistato, ho visitato sito di Vox e ho scorso la pagina finché non mi è saltato agli occhi un titolo che mi ha lasciato di stucco: “Tutti quanti scorreggiano. Ma qui troverete 9 curiosità sorprendenti che forse non sapevate riguardo alla flatulenza”.

Addio, New Republic.

 

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