Sivas
di Kaan Müjdeci
VENEZIA71 (concorso)

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“Genitori e figli” è uno dei temi portanti della selezione di quest’anno, dove i bambini sono spesso protagonisti (ci sarà una bella lotta per il premio al miglior esordiente).
L’opera prima di questo giovane regista turco è pure tutta incentrata sull’undicenne Aslan, che vive col padre e il fratello molto più grande (le donne sono praticamente assenti, evocate solo dal sonoro dei film porno e dalla presenza in paese del bordello) in un villaggio di pastori dell’Anatolia. Frustrato dall’essere relegato a un ruolo minore nella recita scolastica (farà il nano in Biancaneve, mentre aspirava a essere il principe, essendo innamorato della bambina che interpreterà la protagonista), si risolleva trovando l’amicizia di un cane da combattimento che lui salva e porta a casa. Ma la civiltà in cui si trova a vivere è troppo aspra e crudele per lasciare che un cane sia un semplice animale da compagnia e quindi il povero Sivas (il pastore dell’Anatolia) dovrà – come tutti – guadagnarsi il pane. Raccontata così sembra una storia disneyana à la Belle et Sebastian, invece il regista asciuga tutto per adeguare la storia all’asprezza del paesaggio, ma forse in tutto ciò resta solo una crudeltà un po’ fine a se stessa.

VOTO: 6½
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Le dernier coup de marteau
di Alix Delaporte
VENEZIA71 (concorso)

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Un altro interprete bambino straordinario in questo film francese, finalmente all’altezza della tradizione della cinematografia di quel Paese. A proposito di tradizione, il richiamo a Truffaut non è solo nei “colpi” del titolo, ma anche nel ritratto di adolescente “inquieto” che va alla ricerca del padre mai incontrato (e “rifiutato” da una madre malata di cancro e di molto orgoglio). Cominciando a frequentare il teatro dell’Opera di Montpellier dove il padre dirige l’orchestra, il giovane Victor comincia a “percepire” la musica e grazie a questo intraprende un percorso di avvicinamento al genitore.
La mdp segue lo “sguardo vergine” da tutte le angolazioni, emozionandoci in più di un’occasione (il taglio dei capelli ad opera della ragazzina che potrebbe essere il primo amore di Victor, l’”esame” da calciatore, dapprima temuto, poi affrontato con coraggio).
Il titolo si riferisce alla duplice versione della Sesta sinfonia di Mahler (la “Tragica”) che può essere eseguita inserendo i previsti 3 o 2 colpi dati con un martello di legno nell’ultimo movimento (Mahler, malato e disoccupato, ne tolse uno per scaramanzia). Un punto in più alla regista per aver lasciato aperto il finale.
Il Presidente della Giuria Desplat, da musicista, potrebbe prediligere questo titolo.

VOTO: 8½
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Io sto con la sposa
di Antonio Agugliaro, Gabriele Del Grande, Khaled Soliman Al Nassiry
ORIZZONTI

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La sinossi è di quelle che ti “acchiappano” subito per la loro genialità (che ricorda tanti film di fuga hollywoodiani, Argo di Ben Affleck per dirne uno): un gruppo di profughi siriani finge di essere una corte nuziale diretto in Svezia per evitare tutti i controlli alle frontiere (nessuno oserebbe fermare una sposa!). Il progetto lo avevo conosciuto mesi fa, attraverso la campagna di crowdfunding lanciata per finanziarlo. Confesso di aver avuto qualche timore a vedere il film, prevedendo che il risultato fosse più importante che bello. Invece Io sto con la sposa è un film particolarmente riuscito, un cinema che emoziona e coinvolge. Il gesto di disobbedienza civile compiuto dagli autori (che rischiano davvero fino a 15 anni di carcere per aver aiutato dei clandestini a uscire dall’Italia), insieme al racconto drammatico dei protagonisti che evocano l’altro viaggio, quello davvero drammatico e non visibile, non documentabile, che li ha portati nel nostro Paese, dà pienamente la misura dell’assurda e insensata tragedia che si consuma ogni giorno nel Mediterraneo in nome di leggi contraddittorie e burocrazie elefantiache.
Un film che potrebbe fungere da “cura Ludovico” per Salvini e Calderoli!

VOTO: 9
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Hwajang (Revivre)
di Im Kwon-taek
FUORI CONCORSO

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Ha una carriera ultra cinquantennale alle spalle, il coreano Im Kwon-taek, e si sente nella sicurezza con cui “compone” la temporalità di questa semplice storia evitando una linearità che avrebbe reso tutto più scontato. I salti temporali e la giustapposizione delle due linee narrative (la malattia e l’agonia della moglie del protagonista e la sua passione platonica per la sua assistente), che saltano avanti e indietro nell’arco temporale di quattro anni, caricano di allusività momenti altrimenti insignificanti o solo patetici (come le scene stupende in cui il signor Oh pulisce il corpo oramai incontinente della moglie morente).
I due “veri” amanti di questa storia non si incontreranno mai, nemmeno nel finale, che il regista concerta in un meraviglioso anti climax che dà senso anche al titolo.

VOTO: 9

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