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Arrivato il momento di fare un bilancio di questa 71ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica (guai a chiamarla Festival), vorrei porre una piccola distanza dal coro dei “lamentosi” che ogni volta salgono sul banco dell’accusa con prove inconfutabili che il degrado di questa manifestazione è ormai irreversibile. I “referti” che essi portano all’attenzione della “giuria popolare” dei lettori sono quasi sempre estranei a quello che dovrebbe essere “l’oggetto del contendere”, ovvero i film, l’immagine, le storie raccontate dal cinema: si dirà, allora, senza timore di smentita che le infrastrutture sono sempre inadeguate a un evento internazionale di questa portata, a fronte di prezzi esosi che vampirizzano i poveri, sempre più rari frequentatori del Lido, oramai quasi solo addetti ai lavori, cariatidi della carta stampata o giovani sottopagati delle testate web.
E dopo ogni premiazione si dovrà ascoltare la lagna di chi accusa il “diritto” (impossibile) di vedere sul podio un film che metta d’accordo critica e pubblico, con qualche preferenza per il pubblico, la Ggente, che poi, sennò, non va al cinema ecc. ecc.
Ora, se è vero che c’è una tendenza un po’ snob, molto europea-liberal-sinistrorsa, a ritenere molto più valide le riflessioni sulla condizione umana di un povero “pastore errante dell’Asia”, di quelle di un ricco intellettuale newyorkese (che magari di notte indossa un costume da supereroe), non è su questo che l’arte e chi la giudica dovrebbero fare dei distinguo.
In una mostra d’Arte Cinematografica si dovrebbero valutare le immagini. Che immagini si sono viste, dunque, quest’anno a Venezia? Tante e belle, come sempre, o comunque non in misura minore rispetto alle passate edizioni e alle passate direzioni. Con buona pace delle fazioni e delle tifoserie che ancora rimpiangono Müller, il cinese, la selezione portata in concorso da Alberto Barbera era di qualità medio-alta. Certo, mancavano delle punte d’eccezione, il film che ti stravolge e ti innamora, ma forse bisognerà riflettere se non sia meglio che la qualità sia distribuita su più opere, piuttosto che concentrata in uno o due capolavori. Per di più, i film pessimi quest’anno erano davvero pochi (e non italiani, per una volta).

Riguardo ai premi, poi, rimbalzo totalmente l’eterna, annosa diatriba critica-pubblico. Sicuramente il cinema è fatto per essere visto, ma questo non è un mercato (come invece è anche Cannes), il valore commerciale, dunque, non è un bonus da considerare, in sede di valutazione.
Io che quasi mai concordo con i Leoni e le Coppe Volpi, quest’anno ho visto coincidere ben quattro delle mie preferenze (Miglior esordiente, Miglior Attrice, Miglior Regia e Gran Premio della Giuria) con quello dei giurati guidati da Alexandre Desplat.
Non approvo il Leone d’oro ad Andersson, ma non perché sia un film “inaccessibile” al grande pubblico (di sicuro non lo programmeranno nelle multisala!), quanto per il fatto che non aggiunge nulla alla sua cinematografia (Andersson fa sempre lo stesso film), e perché è un’opera di una dis-umanità terribile.
Voglio citare, a miglior chiosa, le ottime parole di Aldo Spiniello: «Il film non suggerisce, non devia, non inventa, semplicemente afferma programmaticamente, didascalicamente la sua idea. L’ironia va a farsi fottere, perché non c’è più “dissimulazione”, sviamento, finzione. [...] Tutto è fin troppo “chiaro”. E questo tutto può anche essere una riflessione sull’esistenza, può anche farci sorridere meccanicamente, ma dall’esistenza non è sfiorato. E allora, va bene. Ma non ci riguarda».
Qualche “rimpianto” per non vedere riconoscimento alcuno per Il giovane favoloso; due premi ad Hungry Hearts sono troppi: Alba Rohrwacher se lo meritava, perché come fa i personaggi antipatici lei, non ce n’è in giro… Ma le interpretazioni maschili da premiare erano altre: il Pasolini di Willem Defoe, il soldato Tamura di Shinya Tsukamoto (nel suo film autarchico che, secondo me, è la cosa più “impressionante” vista quest’anno), il Leopardi elettrico di Elio Germano, il Birdman/Batman Michael Keaton.
Bene il premio alla regia del ritrovato Končalovskij e benissimo il riconoscimento all’importante The Look of Silence di Joshua Oppenheimer che, con The Act of Killing, va a comporre un dittico sulla ferocia e la necessità del perdono di incredibile potenza e attualità.

Riassumo di seguito “graficamente” i voti che ho elargito in questi 10 giorni, precisando che sono valutazioni “a caldo”, che quindi abbisognerebbero di una successiva revisione, quando il film è stato metabolizzato e “ripensato” e che il ranking è comunque da relativizzarsi alla galassia di film di Venezia71, non al “catalogo generale” della Storia del Cinema!

Vostro, affezionato, Mostro della Laguna.

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