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Il PIL significa ancora qualcosa?

John Akwood

19 Novembre 2016

[Tempo di lettura: 11 minuti]

PIL un mero misuratore monetario

paneIl Pil misura la salute di un Paese come il termometro misura la febbre. Siamo tutti PIL-dipendenti. La vita delle persone comuni è più PIL-dipendente di quanto si possa immaginare e chi prende le decisioni di politica economica o finanziaria o sociale ha il PIL impresso nella retina. Alla fine è il PIL che comunica il livello di benessere di una collettività nazionale o locale. Coloro che lo calcolano implorano di non considerarlo un indicatore di benessere, ma alla fine il PIL è considerato proprio un indicatore di benessere.

Oggi sono in molti a chiedersi se la PIL-dipendenza abbia ancora un senso. Il PIL è essenzialmente un misuratore di un processo di scambio e del valore monetario collegato. Il valore d’uso, che ha più senso per le persone e per i consumatori, può veramente sfuggire al PIL anche in modo clamoroso. Per esempio le prestazioni gratuite, l’autoconsumo, le relazioni di interazione volontarie tra le persone e tutti gli scambi che non producono euro, dollari o renminbi sfugge al PIL. Popolazioni generose come quella italiana o spagnola o greca sono penalizzate dal PIL che invece offre un vantaggio competitivo a nazioni di formazione protestante o anglicana, che sono più misurate nelle generosità spontanea.

Anche l’economia sommersa, quella illegale o criminale, che sostenta un certo gruppo di persone e anche di comunità, non entra nel PIL.

 PIL, attention economy o surplus del consumatore?

attentionPensiamo al valore per le persone di alcuni servizi offerti gratuitamente su Internet: la posta elettronica, Wikipedia, le news online, le mappe di Google, Skype, YouTube, i social media, le ricerche, le applicazioni e via dicendo. Tutto questo ha un valore che il PIL non misura e si perde per strada parecchio. Due studiosi del MIT, Erik Brynjolfsson e Joo Hee Oh, in un paper dal titolo The Attention Economy:  Measuring the Value of Free Digital Services on the Internet, stimano che il valore dei servizi gratis di Internet, cioè di quelli non censiti nelle statistiche ufficiali come il PIL, possa essere valutato intorno allo 0,74% del PIL USA. Sono 124 miliardi di dollari, poco meno del PIL della nostra Emilia Romagna.

I due studiosi del MIT propongono un parametro di valutazione alternativo, dicono di considerare il valore del tempo trascorso ad utilizzare un servizio, l’attention economy, appunto. Una metodica alternativa per calcolarne il valore potrebbe essere quello del surplus del consumatore. Leggere le notizie gratis su Internet invece di spendere un euro e cinquanta per il il quotidiano fa calare il PIL di un 1,50 euro, anche se aumena il surplus del consumatore di 1,50 euro. Dato che c’è stato in ogni caso un trasferimento di valore nell’output questo deve passare nel PIL. Il valore reale del surplus del consumatore, però, non è una cosa facile da quantificare con accuratezza e affidabilità tali da farne la leva delle decisioni macroeconomiche.

Quindi anche le metodiche alternative del PIL hanno i loro bei problemi. Ma che non si possa proseguire così lo si capisce prendendo in considerazione quanto sostengono Brynjolfsson e il suo collega alla Sloan Business School del MIT, Andrew McAfee,  nel loro ultimo lavoro, La nuova rivoluzione delle macchine: Lavoro e prosperità nell’era della tecnologia trionfante, tradotto in italiano da Giancarlo Carlotti e pubblicato da Feltrinelli.

La nuova economia e il PIL

keynesNel capitolo 8, intotolato Oltre il PIL:, scrivono: “I beni digitali gratuiti, l’economia della condivisione e i cambiamenti intervenuti nei rapporti personali hanno influito molto sul nostro benessere… Aggiungono valore all’economia, ma non dollari al PIL”. Come dargli torto? Prendiamo la musica: il valore trasferito al PIL dall’industria discografica è sceso di oltre il 50% dal 2004 al 2008, ma il consumo di musica è cresciuto del 200%. C’è stato o non c’è stato un valore trasferito ai consumatori? Certo che c’è stato, ed è stato cospicuo! Ma ecco il paradosso: invece di spingere il PIL verso l’alto, questo tipo di consumo lo spinge verso il basso mandando nella disperazione i governi, le banche centrali, il fondo monetario internazionale e gli altri sacrari del PIL.

Scrive McAfee nel libro citato: “Lo U.S. Bureau of Economie Analysis, l’ufficio statunitense per l’analisi economica, definisce il contributo del settore informazione all’economia come la somma delle vendite di programmi, pubblicazioni, film, registrazioni sonore, trasmissioni televisive, telecomunicazioni e servizi d’informazione ed elaborazione dati. Secondo le misurazioni ufficiali, oggi questa somma rappresenta solo il 4% del PIL USA, quasi la stessa percentuale di PIL del settore a fine anni ottanta, prima che fosse inventato il World Wide Web. Ma è chiaro che è sbagliato. Le statistiche ufficiali si stanno facendo sfuggire una quota crescente del vero valore creato nella nuova economia”.

Ecco come Brynjolfsson e Joo Hee Oh hanno schematizzato il percorso della musica verso il digitale. Maggiori dettagli si trovano nel paper The Attention Economy: Valuing Free Goods on the Internet
Ecco come Brynjolfsson e Joo Hee Oh hanno schematizzato il percorso della musica verso il digitale: i consumi esplodono ma i ricavi vanno a picco. È quest’ultimo il dato che passa nel PIL.

La conclusione dei due studiosi del MIT è che, nella seconda età delle macchine, servono nuovi parametri per misurare il PIL. Economisti insigni come Joseph E. Stiglitz, Amartya Sen e Jean Paul Fitoussi hanno una proposta precisa per giungere a una riformulazione del PIL come barometro economico. Anche il settimanale economico “The Economist” sembra essersi convinto che il PIL è un misuratore piuttosto fallace dello stato delle economia. In un lungo e impegnativo articolo dal titolo The trouble with GDP spiega il perché. Per i nostri lettori più pazienti abbiamo tradotto in italiano questo articolo della testata economica londinese. Di seguito offriamo la prima parte di questa analisi che discute come è nato il concetto di PIL e con quali parametri viene stimato. Buona lettura! È noioso, ma vale il tempo speso.

* * *

Il prezzo della luce

Una delle più geniali intuizioni di Albert Einstein è che, a prescindere da come sia misurata, la velocità della luce è costante.

Invece la misurazione del prezzo della luce è un altro paio di maniche: può rilevarci delle cose completamente diverse a seconda di quando e di come venga effettuata.

A metà degli anni novanta William Nordhaus, un economista di Yale, postulò due differenti modi di misurare il prezzo della luce nel corso dei due secoli precedenti. Si può fare nel modo con cui oggi qualcuno calcola il PIL, ciò prendendo a misura il cambiamento nel tempo dei prezzi delle cose che la gente acquista per ottenere la luce. Su questa base egli stima che il prezzo della luce sia cresciuto di un fattore compreso tra 3 e 5 volte tra il 1800 e il 1992. Ma ogni innovazione nel modo di produrre la luce, dalle candele, al tungsteno, alle lampadine è stata un grandissimo passo in avanti rispetto al precedente. Se invece si misura il prezzo della luce nel modo il cui lo farebbe un scienziato attento ai costi, il prezzo in centesimi del Lumen-ora crollerebbe più di 100 volte dal il 1800 al 1992.

Per Nordhaus questo esempio intende mostrare quanto fallaci possono essere i tentativi degli economisti di misurare i cambiamenti nel tenore di vita. Ogni vero calcolo dei benefici reali deve in qualche modo tenere di conto della qualità delle cose che consumiamo, scrive. Nel caso della luce, una misurazione dell’inflazione basata sul costo delle cose che generano la luce e una basata su un calcolo aggiustato della qualità della luce stessa differiscono, l’uno dall’altro, di un 3,6% su base annua.

Quando uno studente del primo anno di università s’imbatte nell’idea del PIL come il valore aggiunto in un’economia, aggiustato dell’inflazione, gli appare facilmente comprensibile, dice Sir Charles Bean, autore di un recente indagine di statistica economica per il governo inglese. Scendere però nei dettagli è una faccenda molto complicata e, come mostra la favoletta di Nordhaus, una vera e propria trappola per gli incauti.

Più produzione che innovazione

innovazioneMisurare il PIL significa sommare il valore di tutto ciò che è stato prodotto, al netto degli impieghi, in una vasta gamma di settori pesati in base alla loro importanza nell’economia.

Sia le risorse che i materiali utilizzati nel calcolarlo devono essere aggiustati dell’inflazione per arrivare a un valore che consenta un confronto con gli anni precedenti.

Ciò è già abbastanza difficile da fare per un’economia basata sulla produzione di beni per il mercato di massa, il contesto nel quale è stato introdotto per la prima il PIL.

Per le economie moderne basate sui servizi, e sempre più orientate alla qualità dell’esperienza più che alla produzione di quantità sempre più grandi di merci, la difficoltà tocca livelli stellari. Non c’è quindi da meravigliarsi che le statistiche sul PIL siano costantemente sottoposte a correttivi e revisioni costanti, come sa chi legge questo magazine.

Il problema, però, non è tanto la difficoltà nel costruire questi calcoli, quanto il fatto che questi producono un dato utilizzato per moltissimi scopi e, sebbene utile, non sempre propriamente appropriato per ciascuno di essi. E si può star certi che le lo stato delle cose peggiorerà ancora. Come mostra il prezzo della luce, alle misurazioni standard sfuggono i miglioramenti introdotti dall’innovazione. E oggi succede che una parte crescente dell’innovazione non venga per niente misurata. In un mondo in cui le abitazioni diventano hotel di Airbnb e le auto private taxi di Uber, in cui un software distribuito gratuitamente aggiorna i vecchi computer, e Facebook e YouTube portano ore ed ore di intrattenimento gratuito a centinaia di milioni di persone, sono in molti a avere il dubbio che il PIL stia diventando sempre più una misurazione insufficiente ed erronea.

Cone nasce il PIL

La concezione moderna del PIL è stato la creatura della depressione economica del periodo tra le due guerre e della seconda guerra mondiale. Nel 1932 il congresso americano chiese a Simon Kuznets, un economista di origini russe, di stimare il reddito nazionale dei 4 anni precedenti. Fino a quando, dopo un anno di lavoro, egli divulgò i dati, nessuno si era reso conto davvero della profondità della Grande Depressione. In Gran Bretagna Colin Clark, un intraprendente funzionario pubblico, aveva continuato a raccogliere dati e statistiche fin dagli anni Venti e nel 1940 John Maynard Keynes aveva manifestato la necessità di disporre di maggiori dati sulla capacità di produzione bellica della Gran Bretagna.

Keynes si spinse oltre fino a formulare la moderna definizione di PIL come la somma dei consumi e degli investimenti privati più la spesa pubblica (tenendo conto del commercio estero). Kuznets aveva trattato la spesa pubblica come un costo del settore privato, ma Keynes notò che, nel periodo bellicom se gli appalti pubblici non erano conteggiati nell’output, il PIL cadeva anche se l’economia cresceva. La concezione del PIL postulata da Keynes si affermò su entrambe le sponde dell’Atlantico e presto si diffuse ovunque.

I paesi che intendevano ricevere gli aiuti americani per la ricostruzione previsti dal piano Marshall dovevano produrre una stima del PIL. Negli anni Cinquanta Richard Stone, un protetto di Keynes, fu incaricato dalle Nazioni Unite di redigere un modello di calcolo del PIL che doveva essere usato da tutti gli Stati membri. Essere riconosciuti come nazione significava avere un PIL.

In tempo di guerra il PIL si interessava della gestione dell’offerta. Nel periodo postbellico, in forza dell’influenza delle idee di Keynes per combattere la crisi, lo catapultarono nella sfera della domanda, come nota Diane Coyle nel suo libro GDP: A Brief but Affectionate History.

Comunque fosse (ed è) il PIL è una misura della produzione, non del benessere. Un parametro creato quando era in gioco la sopravvivenza stessa delle nazioni, non poteva che accorgersi distrattamente di fenomeni come l’ammortamento dei beni o l’inquinamento dell’ambiente, senza parlare delle più avanzate conquiste dell’uomo. In un famoso discorso del 1968 Robert Kennedy si scagliò contro l’idolatria del PIL che mette nel conto la pubblicità e le prigioni, ma “non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori famigliari o l’intelligenza del nostro dibattere”.

Una reliquia dell’economia dominato dalla manifattura?
La copertina di una delle prime edizione (1948) del classico manuale di economia di Paul Samuelson. In una di queste prime edizione l'economista del MIT dice che il PIL finisce quando un uomo sposa la propria donna di servizio.
La copertina di una delle prime edizione (1948) del classico manuale di economia di Paul Samuelson. In una di queste prime edizione l’economista del MIT dice che il PIL finisce quando un uomo sposa la propria donna di servizio.

Con il passare del tempo, queste insoddisfazioni hanno favorito il nascere di alternative. Nel 1972 Nordhaus e James Tobin, un collega di Yale, se ne uscirono con una “misura economica del benessere” che conteggiava alcuni parti della spesa pubblica, come quella per la difesa o l’istruzione non come output ma come costi nel PIL. Il PIL venisva aggiustato anche per danni accidentali al capitale e per alcune “disamenità” della vita urbana come la congestione del traffico. Il paper di Nordhaus e Tobin era una sorta di risposta alle critiche degli ambientalisti che rimproverano al PIL di annoverare tra le risorse invece che tra i costi alcuni fenomeni di saccheggio del pianeta. Se ne parlò parecchio, ma si fece poco.

Nel 2009 un rapporto commissionato dal presidente francese, Nicolas Sarkozy, e prodotto da un comitato presieduto da Joseph Stiglitz, un importante economista, propose di mettere fine al “feticismo del PIL” in favore di una differente strumentazione per catturare il benessere umano.

Kennedy aveva ragione. Ciò che conta davvero non né tangibile né negoziabile. Ma molto di ciò che è negoziabile è anche tangibile. Il problema del PIL, anche quando gli si richiede di misurare meramente il valore della produzione, è che esso è la reliquia di un periodo dominato dalla manifattura. Negli anni ’50 la manifattura era responsabile d più di un terzo del PIL britannico. Oggi è appena un decimo. Ma il valore della produzione delle fabbriche è misurato molto più accuratamente di quello dei servizi. Nella contabilità nazionale la produzione delle fabbriche è suddivisa in 24 differenti industrie, mentre i servizi che sono l’80% dell’economia sono suddivisi in un numero appena doppio di categorie.

La critica nei confronti della manifattura non riguarda solo la distorsione che provoca nel risultato. Per convenzione il PIL misura solo le risorse che sono acquistate e vendute. Ci sono ovviamente delle ragioni per questo, ma solo alcune hanno un senso.

La prima è che le transazioni di mercato sono sottoposte a tassazione e perciò fanno gli interessi del Tesoro, che è un importante consumatore delle statistiche del PIL. La seconda e che esse possono influenzare la gestione della domanda aggregata. La terza ragione è che dove ci sono dei prezzi di mercato è ovvio che ci sia un valore di scambio. Questa convenzione comporta che la cosiddetta “economia domestica”, come una casalinga che si prende cura di un parente anziano, sia esclusa dal PIL anche se tali servizi non retribuiti hanno un valore considerevole. In una prima edizione del suo manuale bestseller di economia, Paul Samuelson scherza sul fatto che il PIL cessa di esistere quando qualcuno sposa una persona al suo servizio.

LEGGI ADESSO LA SECONDA PARTE

 

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