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Chi possiede il futuro?

Do not track meLa pattuglia dei delusi dal web sta diventando più numerosa di quella degli euro scettici. A Evgeny Morozov, autore nel 2011 del libro The Net Delusion ed a Eli Pariser, con le sue bolle personalizzate,  si sono aggiunte personalità del calibro di Jonathan Franzen, uno scrittore a cui “Time” ha dedicato un’intera copertina, Jaron Lanier, uno dei padri della rete, e infine Dave Eggers, che con il suo romanzo The Circle, ha scritto Le mie prigioni del nostro secolo. Il web com’è oggi non piace neppure al suo inventore Tim Berners-Lee e a un altro pionere, dal lavoro tanto misconosciuto quanto seminale, come il tecnologo francese Louis Pouzin che negli anni 70 gettò le basi delle moderni reti. Tutti lamentano il fatto che il web è meno libero ed è vulnerabilissimo all’attacco delle giovani corporazioni tecnologiche che fanno il pieno di benzina a Wall Street.

Non si tratta di arcadici o luddisti, anche se dopo aver letto l’ultimo libro di Tyler Cowen, Average is over, ci sarebbe la tentazione di diventarlo. Faccende come l’intelligenza predittiva, l’ultimo mantra di Google, e il controllo remoto dei consumatori, una delle tante applicazioni dei big data, sollevano dei dubbi legittimi su chi ha in mano il nostro futuro, per parafrasare il titolo dell’ultimo libro di Jaron Larnier, Who Owns the Future.

In gara con le macchine

La tecnologia sta portando via posti di lavoro e creando ricchezza che non si ditribuisce sull’intera società, questa la testi di due studiosi del MIT,  Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee, autori di In gara con le macchine. Una tesi simile è sostenuta anche dall’economista Tyler Cowen in due libri molto importanti: The Great Stagnation e Average is over.

Prendiamo l’intelligenza predittiva. In sé è una gran fi**ta. È una specie di personal trainer che indovina tutti i bisogni e in modo portentosamente inferenziale e suggerisce un sacco di cose intelligenti da fare che neppure ci vengono in mente. Per fare questo lavoro il software (basato sull’inferenza bayesiana) ha bisogno di ficcare il  naso in tutte le nostre attività: deve leggere i post e le email, deve conoscere dove ci rechiamo, che cosa acquistiamo e quanti soldi spendiamo, deve fare la conoscenza delle persone che frequentiamo, monitorare le nostre letture, la musica che ascoltiamo, i film che vediamo e i farmaci che assumiamo oltre alla malattie conclamate o potenziali che ci affliggono o ci potranno affliggere. Il motore dell’intelligenza predittiva è lo snooping, cioè l’attività di intelligence. Un software così sarebbe una favola e, se fosse esclusivamente controllato dall’utente, ci sarebbe da scapicollarsi a scaricare le applicazioni con tecnologia predittiva dall’AppStore o da Google Play per qualche euro o a costo zero.

Il patto luciferino

Il guaio è che le applicazioni d’intelligenza predittiva sono controllate dalle grandi corporazioni commerciali del web e, grazie alla rete, queste app sono inesorabilmente integrate nei grandi sistemi informativi dei data center di questi gruppi. Le informazioni captate da queste applicazioni/droni, attraverso il continuo tracciamento dei comportamenti, servono la persona che le usa, ma soprattutto le strategie di questi gruppi globali, foraggiati da Wall Street, che fanno i soldi con dati e pubblicità. Come dice Larnier sì è venuta a creare una transazione luciferina tra la persona e la corporazione, la prima cede i propri dati personali in cambio di servizi e beni gratuiti sempre più sofisticati ed evoluti che penetrano subdolamente nella sfera privata. Contro questo patto insensato si scaglia Jaron Larnier con la stessa veemenza con la quale si scagliava qualche anno fa contro il maoismo digitale di Wikipedia e dell’open source in You Are Not a Gadget.

L’ultimo libro di Jaron Lanier che esamina le conseguenze nefaste sull’economia e la classe media delle multinazionali che dominano Internet.

Questo patto rende possibile un qualcosa d’impensabile solo qualche hanno fa: il controllo remoto dei consumatori verso cui indirizzare prodotti e servizi come il cecchino indirizza la pallottola verso il proprio bersaglio dopo un accurato appostamento e giorni di osservazione.

Fortunatamente la tecnologia predittiva è ancora molto grezza e il più delle volte finisce per infastidire l’utente più che sedurlo. L’invadenza di notifiche fuori contesto, quelle non richieste o generate da inferenze non corrette suscitano nell’utente lo stesso sentimento d’irritazione che solleva un venditore porta a porta che spinge il campanello dell’appartamento in un momento d’intimità familiare. Come dice Baris Gultekin, uno degli architetti della tecnologia predittiva di Google Now “ci deve essere un equilibrio tra copertura e precisione e ancora deve essere superata l’asticella posta molto in alto dalla coppia verosimiglianza/utilità”.

Siamo lieti di proporre ai nostri lettori in traduzione italiana le riflessioni su questi temi di Jaron Lanier in un articolo dal titolo “Digital Passivity” comparso sull’“International New York Times” il 27 novembre 2013. Buona lettura ed allacciatevi le cinture di sicurezza per attraversare la “turbolenza Larnier”, perché il primo imputato del processo alla rete intentato da Lanier siamo proprio noi, le persone stesse che lo utilizzano e hanno reso possibile quello che sta accadendo.

 

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Un brusco risveglio
Jaron Larnier

Jaron Lanier, uno dei fondatori della rete che si è convertito alla “Net Delusion” prima criticando il maoismo digitale dell’open source e poi il commercio dei dati personali praticato dai nuovi padroni del web come Google e Facebook.

Temo che il 2013 sarà ricordato come un anno tragico e oscuro per la rete, nonostante che si siano avuti tanti fantastici progressi.

È stato l’anno in cui i tablet sono diventati ubiqui e i gadget avanzati, come le stampanti 3D e le interfacce indossabili, sono diventati fenomeni popolari; tutto molto stimolante. Questi gadget hanno allargato l’accesso al nostro mondo. Adesso comunichiamo facilmente con persone di cui non conoscevano neppure l’esistenza prima dell’avvento della rete. Possiamo trovare informazioni su qualsiasi cosa, in qualsiasi momento.

Ma nel 2013 ci siamo anche resi conto di essere stati cacciati in un angolo. Siamo venuti a conoscenza – con le rivelazioni di Edward J. Snowden, l’ex contrattista del National Security Agency, e il lavoro dei giornalisti investigativi – che  grande parte dei nostri gadget e delle nostre reti digitali sono stati usati per spiarci con l’aiuto di omnipotenti organizzazioni remote. Siamo stati dissezionati più di quanto abbiamo dissezionato.

Vorrei poter separare le due grandi tendenze dell’anno – i gadget e le rilevazioni sullo spionaggio digitale – ma non posso.

Tornando alle origini del personal computer, la maggior parte di noi era spinta dal concetto idealistico che i computer erano il mezzo per portare l’umanità verso nuove e sempre più importanti conquiste. Questa era l’idea che animava pionieri come Alan Kay che, mezzo secolo fa, aveva buttato giù dei disegni sul modo in cui i ragazzi avrebbero un giorno utilizzato i tablet.

Noi abbiamo creato l’economia della sorveglianza
Facebook_users

Larnier sostiene la tesi che a causa di un patto scellerato gli utenti stanno diventando legna da ardere per i grandi gruppi del web. Questa vignetta di Mad Davis visualizza bene questo concetto.

Ma i tablet fanno qualcosa d’imprevisto: contribuiscono a costruire una nuova struttura di potere. A differenza di un personal computer, un tablet gestisce solo i programmi e le applicazioni approvate da un’autorità centrale di tipo commerciale. È possibile controllare i dati inseriti in un PC, mentre i dati immessi in un tablet sono spesso gestiti da qualcun altro.

Steve Jobs, che ha avviato il successo spettacolare dell’iPhone e dell’iPad, ha dichiarato che i personal computer sono diventati i “camion”, strumenti per operai con t-shirts e visiere, ma non per giovani rampanti all’ultima moda. La conseguenza è che i consumatori di fascia alta preferiscono lo status e il divertimento alla responsabilità o all’auto-determinazione.

Non so chi incolpare per la nostra passività digitale. Abbiamo mollato troppo facilmente?

Ciò sarebbe abbastanza grave anche senza la contemporanea ascesa dell’economia della sorveglianza. Non soltanto i consumatori hanno dato la priorità alla soddisfazione immediata e all’indolenza sulla responsabilità, ma si sono pure rassegnati ad essere spiati tutto il tempo.

In realtà le due tendenze sono una soltanto. L’unico modo per convincere la gente ad accettare volontariamente la perdita della libertà è di fare apparire questa perdita, prima di tutto, come un grande affare.

Per aver accettato di essere osservati i consumatori si sono visti offrire servizi gratuiti (come la ricerca e il social networking). Su questi dati ceduti volontariamente si possono fare delle fortune economiche se utilizzati al meglio. Instagram, avviato nel 2010, aveva 15 dipendenti e nessun piano economico-finanziario quando fu acquisita da Facebook per un miliardo di dollari appena due anni dopo.

Data center di Facebook nel  North Carolina

Il data center di Facebook nel North Carolina che dovrebbe servire l’area orientale degli Stati Uniti. Un complesso che è costato 450 milioni di dollari.

Cittadini prima che consumatori
Vignetta snooping

Questa vignetta di Steve Kelley rende bene l’idea della gravità dello stato di cose che si è venuto a creare con i big data.

Si può dire che la tecnologia migliora la democrazia perché rende possibile, ad esempio, twittare il proprio dissenso. Ma poter protestare non basta. I social media non hanno creato posti di lavoro per i giovani del Cairo durante la primavera araba.

Essere liberi vuole dire avere una zona privata in cui essere soli con i propri pensieri e le proprie esperienze. Ecco dove differenziarsi e far crescere la propria personalità. Quando si usa uno smartphone con GPS e una fotocamera costantemente connessi a un server di proprietà di una società pagata dagli inserzionisti per produrre dei dati utili, allora si è meno liberi. Non solo si sta sovvenzionando una società e i suoi inserzionisti, ma si sta anche accettando, a poco a poco, un assalto al proprio libero arbitrio.

La crescita di questa economia di sorveglianza del consumatore è lo sfondo, scomodo e ironico, contro cui si staglia l’indignazione per lo spionaggio messo in pratica dalla NSA. Ci sentiamo violati. Non sappiamo chi sta leggendo le nostre più tenere email. Tanto per cominciare: perché riversiamo tutte le nostre informazioni personali nei server di queste remote organizzazioni?

A meno che noi non rinunciamo a cedere le nostre informazioni in cambio di un comodo pasto caldo, non si può impedire al governo di ficcare il naso in quelle stesse informazioni cedute a titolo gratuito. Il 2013 è stato l’anno in cui si è rimasti fregati da questa passività digitale. Nell’era dell’informazione i cittadini devono imparare ad andare oltre l’essere consumatori; devono imparare a gestire le loro invenzioni o saranno travolti dalla loro stessa passiva incuria.

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