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Perché Bezos ha comprato il “Post”?

Jef BezosL’impatto mediatico della vendita del “Washington Post” a Jeff Bezos è stato paragonabile all’annuncio di Barak Obama del blitz dei Navy Seal nel covo di Bin Laden. Si è alzato un “vow” cosmico di fronte alla notizia tenuta segreta agli stessi giornalisti del “Post”. Si dice che dietro l’operazione ci sia la fine regia di Warren Buffett (azionista storico della società proprietaria del giornale) che, però, ha declinato la proposta d’acquisto: lui compra solo quotidiani superlocali. La sensazionalità è dovuta soprattutto alla notorietà e alla distanza dei due soggetti del deal: da una parte il giornale, con 75 Pulitzer nella teca, che ha fatto dimettere l’uomo più potente della terra, il 37mo presidente degli Stati Uniti d’America, dall’altra l’erede di Steve Jobs nel firmamento stellare dell’industria tecnologica che emana più luccichii di Hollywood.

I commentatori hanno rigirato come un calzino questo evento, alla ricerca di un significato appagante, ma alla fine non ci si è capito molto. Anche Valerio Bassan, autore dell’ebook Tutta un’altra notizia, ha commentato la notizia su ebookextra a cui rimandiamo per gli aspetti generali. Da un punto di vista economico il deal non regge: Bezos, noto come un negoziatore avveduto e brutale, ha strapagato il giornale: valeva 5 volte meno dell’assegno di 250 milioni intestato alla famiglia Graham. Poi non si capisce come il “Post” possa servire al core business di Amazon nel quale Bezos è impegnato al 100% e verso cui giura eterno amore.

Anche la spiegazione dell’atto di mecenatismo verso una grande istituzione culturale americana suscita qualche perplessità. Il “Washington Post” non è un progetto avveniristico, come l’orologio nucleare in Texas, e neppure una specie in via di estinzione come il bisonte; è una prestigiosa testata che è parte di un gruppo da 4,5 miliardi di dollari attivo nella televisione e nella formazione, due ottimi comparti dell’industria dei media. È poi controllato da una delle famiglie più influenti, rispettate, affluenti e temute della capitale americana, la casata Meyer-Graham, che fa tutt’uno con il nome “Washington Post”.

Washington Post

La copia del giornale del 6 agosto 2013 annuncia la vendita a Jeff Bezos. La notizia ha preso di sorpresa anche i giornalisti della testata che questa volta si sono trovati dall’altra parte e hanno sperimentato quello che si prova.

La ragione è politica? Lobby?

Si dice che il “Washington Post” sia il primo giornale che gli eletti al Campidoglio, i membri dell’amministrazione federale e coloro che lavorano per il governo aprono al mattino. È un giocattolo che va in mano alle persone che modellano la materia decisionale per poi servire al Paese l’insieme di regole che lo tiene insieme. Forse Jeff Bezos, che è impegnato sulle questioni politiche e civili da liberale libertario (con la “elle” minuscola ci dice il NYTimes, che significa che è “di sinistra”, perché con la maiuscola sarebbe “di destra”), ha semplicemente deciso di prendersi questo giocattolo perché gli piaceva (o piaceva alla signora Mackenzie Bezos che condivide con il marito molti interessi), poteva permetterselo ed era in vendita. Interpellato sullo stesso argomento, Arthur Sulzberger, proprietario del “New York Times”, ha sbattuto un sonoro pugno sul tavolo gridando all’intervistatore del “Daily Beast”: “Times is Not. For. Sale.”. Ma per quanto? Alcuni giorni dopo questa drastica affermazione, Arthur Sulzberger ha venduto un pacchetto di azioni del NYTimes. Come scrive Andrew Ross Sorkin del NYTimes stesso, i giornali sono l’ultimo trofeo dei miliardari. Forse ha ragione l’“Economist” che rintraccia la ragione dell’iniziativa di Bezos nella necessità dei nuovi titani tecnologici della West Coast di avere una maggiore presenza e di pesare di più a Washington. Cosa meglio del “Washington Post” per raggiungere questo obiettivo?

Bezos e Graham

Jeff Bezos e Donald Graham, Presidente della Washington Post Company, nella Sun Valley in Idaho durante l’ultima Allen & Company Conference sui media. Il deal è stato perfezionato in questa sede informale dove ogni anno si danno appuntamento  i mogul del mondo dei media e della tecnologia.

Trofei?
Pattison

Robert Pattinson che impersona magnificamente lo stranulato giovanissimo multimilardario che interpreta il film Cosmopolis di David Cronenberg tratto dall’omonimo racconto di Don De Lillo.

Pensando ai trofei di Sorkin viene in mente il personaggio multimilardiario Eric Packer, protagonista di Cosmopolis di Don De Lillo, che desiderava avere nella sua abitazione la “Rothko Chapel” (“posso fargli spazio” dice) da aggiungere ai due ascensori da utilizzare, a seconda dell’umore, per salire ai piani. Sfortunatamente la “Rothko Chapel” non era in vendita come non cessava di informarlo Didi, la sua attraente sensale. La faccenda del “Post” non è così greve perché Jeff Bezos è un uomo d’affari di sensibilità e grande visione e non un eccentrico ragazzotto eccessivo e monomaniaco come Eric.

Qualsiasi possa essere la motivazione di Jeff Bezos nell’acquistare il “Washongton Post”, la questione più importante è: che cosa può fare Jeff Bezos per il Washington Post”? Secondo Donald Graham, Presidente di “The Washington Post Co.”, può fare moltissimo più di chiunque altro: può portarlo nel futuro, loro non ne sono più capaci.

Onore ai Graham
Eugene Meyer e Philip Graham

Il proprietario Eugene Meyer, a destra, e l’editore Philip Graham sfogliano il primo numero del giornale dopo la fusione del “Washington Post” e del “Times-Herald” nel 1954. Nove anni dopo Graham si tolse la vita lasciando la moglie, Katharine, a dirigere il giornale.

Questa onestà della proprietà merita un riconoscimento. La famiglia Graham ha fatto la cosa giusta a fare spazio a Bezos. Si è finalmente visto un passaggio di consegne generazionale e tecnologico non “cruento” che ci piacerebbe vedere più spesso nel mondo dei media e dell’editoria dove la presenza delle famiglie e dei “media barons“ è ancora un dato di fatto. La maggiore minaccia a questa industria non viene da Internet, che invece è un’opportunità, ma dal management e dalla proprietà impreparati all’innovazione e ossessionati dal mantra del controllo, cosa che non esiste più nella nuova economia.

Ma come Bezos può essere il Mr Fixer del quotidiano di Washington? Dato che Bezos non parla se non per dire che “non si compra il “Post” per distruugerlo”, il “Financial Times” ha cercato di costruire qualche scenario in una “new analysis” dal titolo “Washington Post waits for the Amazon Experience”. È interessante riportare ai lettori di ebookextra gli argomenti e le conclusioni di Barney Jopson, Andrew Edgecliffe-Johnson e Emily Steel, reporter del quotidiano economico-finanziario di Londra. Di seguito offriamo la traduzione e l’adattamento dell’articolo apparso sul “Financial Times” del 7 agosto 2013.

 

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Bezos guarda al lungo periodo

Jeff Bezos è famoso per la pazienza, la visione a lungo termine, la disponibilità a perdere soldi e a essere incompreso. Grazie a questa capacità ha saputo costruire un nuovo business basato sulla tecnologia che ha ricevuto grandi riconoscimenti, anche se la redditività è rimasta scarsa. Non hai mai usato le sue risorse per andare in soccorso a un business obsoleto.

Ed Koch

Il sindaco democratico di New York, Ed Koch, legge il conservatore “Washington Post” in ufficio durante la serrata dei giornali di New York City del 1978.

Ma è proprio quello che adesso ha fatto acquistando il “Washington Post”. “Veramente?” ha esclamato basito un ex manager Amazon quando ha appreso dell’accordo da 250 milioni di dollari. “La mia impressione è che è un deal assurdo”.

Bezos ha comprato il quotidiano attraverso uno dei suoi veicoli d’investimento, non tramite Amazon, una modalità che ha suscitato molti interrogativi sulla natura dell’operazione: hobbistica, di responsabilità civile, desiderio di influenzare l’opinione pubblica o pura scommessa d’affari?

Don(ald) Graham ha messo in evidenza l’approccio a lungo termine di Bezos come una delle qualità che rendono il nuovo proprietario “assolutamente ottimo” per il “Post”. Le sue grandi risorse e il disinteresse verso i risultati a breve termine per allettare Wall Street sono qualità che lo accomunano ai grandi editori di giornali del passato.

È un fatto che Jeff Bezos sia “un genio tecnologico” – come lo definisce Graham – e proprio ciò è quello che serve al “Post”. L’esperienza di Bezos nei 18 anni ad Amazon, cioè la creazione dal niente di un business che attraversa l’editoria, la moda, l’elettronica di consumo, la vendita al dettaglio, il cloud computing, la produzione televisiva, fa pensare a cinque punti di intervento in cui le competenze di Amazon possono essere utili per il ”Post”. Vediamole in dettaglio.

1° punto: big data

La prima competenza riguarda la capacità di analizzare gigabyte di informazioni sui consumatori, le loro abitudini e preferenze con l’obiettivo di offrirgli quello di cui hanno bisogno. È quello che Amazon fa con la sua mail del Lunedì “Consigliati per te” e con il suo potente “algoritmo di raccomandazione”. “La nostra pietra miliare – ha detto Bezos – è capire che cosa sta a cuore al governo, alle amministrazioni locali, ai ristoranti, ai gruppi scout, alle associazioni di beneficienza, ai governatori, agli sportivi e lavorare per loro dietro le quinte”.

È opinabile, però, che ciò riesca a migliorare la qualità del “Washington Post” o aiutarlo a essere più redditizio. Una parte fondamentale dell’esperienza di lettura del giornale è la scoperta fortuita di storie e avvenimenti, e un’eccessiva personalizzazione potrebbe rinchiudere il lettore in una cabina insonorizzata.

Katherine-Graham con Carl Bernstein and Bob Woodward

Katherine Graham con Carl Bernstein e Bob Woodward i due giornalisti del Watergate che portarono, con le loro inchieste, alle dimissioni di Richard NIxon nel 1974.

2° punto: piattaforma di lettura

Un secondo punto, intrecciato al primo, nel quale Bezos potrebbe fare la differenza è la piattaforma di lettura, cambiando il modo in cui le notizie sono distribuite analogamente a quanto è successo all’industria del libro con l’introduzione dell’ereader Kindle nel 2007. La questione non dovrebbe riguardare l’hardware. Quello che conta è l’esperienza del consumatore dice Ken Doctor, un analista di Outsell. “Amazon è costruita sulla migliore esperienza possibile del consumatore. Come si può riprodurre su un iPad o su uno smartphone Android una esperienza di lettura simile a quella offerta Amazon nell’e-commerce”?

Katharine Weymouth

Katharine Weymouth, editore del “Washington Post”, confermata da Bezos alla guida del quotidiano. La Weymouth è nipote di Katharine Graham, editore del “Post” dal 1963 al 1991. Un giornale diretto da 50 anni da donne. La Weymouth ha ammesso con onestà di avere esaurito le idee su come risollevare il “Post” .

C’è ancora moltissimo spazio per una nuova modalità di distribuire notizie attraverso una singola interfaccia. “Ciò che Amazon ha fatto per l’e-commerice e Apple per la musica con iTunes, non è stato fatto da nessuno per i giornali e le notizie. Jeff Bezos, attraverso l’ottica dell’Amazon-pensiero, può farlo”.

Graham ha dichiarato che l’innovazione interna del “Post”, come l’app per iPad, è riuscita ad aggiungere nuovi lettori, ma non a sufficienza. Nel 2012 l’applicazione per Facebook Washington Post Social Reader è stata scaricata da 30 milioni di utenti, ma l’anno dopo non era già più disponibile. L’innovazione interna spontanea non è stata quindi sufficientemente efficace per portare un contributo all’uscita dalla crisi.

3° punto: l’idea di giornalismo

Il terzo punto di un eventuale apporto di Bezos al “Post” potrebbe essere l’idea di giornalismo del tycoon dell’e-commerce. “Jeff è un cultore del mondo delle notizie e legge con attenzione, senso critico e meditativamente i giornalisti” dice un altro dipendente Amazon.

Bezos ha democratizzato l’industria del libro con il programma di self publishing e ha cercato di creare una nuova nicchia di mercato ai testi brevi e ai racconti grazie a titoli da 2 euro, i Kindle Single, che si pongono a metà strada tra un articolo di magazine di non più di 5000 parole e il libro di oltre 30.000 parole. La scorsa settimana Amazon ha pubblicato come Kindle Single un’intervista al Presidente Barak Obama.

4° punto: pubblicità

La quarta area d’intervento potrebbe essere la pubblicità dove Bezos ha una certa competenza e dove è stato più sonoro il tonfo del “Post”: nel 2012 le entrate pubblicitarie del giornale hanno perduto il 14% scendendo a 228 milioni di dollari. Le piattaforme digitali di Google e Facebook sono sempre più importanti per gli investitori pubblicitari, ma Bezos si sta ritagliando un proprio specifico territorio. Nuovamente, raccogliendo i dati dei consumatori che acquistano sul portale, Amazon può vendere spazi pubblicitari sui propri siti, sul Kindle come pure in altri network. I ricavi globali di Amazon dalla pubblicità online sono cresciuti del 37% nel 2012 a 835 milioni di dollari secondo le stime di eMarketer, una società specializzata in ricerche.

Il “Post” ha già fatto molto per svilupparsi online. Ma Graham è piuttosto onesto al riguardo: “Di fronte alla perdita della maggior parte degli annunci economici, alla ‘nazionalizzazione’ del commercio locale e al declino dei lettori più giovani, non abbiamo più una formula per una redditività duratura”.

Ricavi del post

In cinque anni i ricavi del “Post” sono calati del 27,3%, mentre si sono avute perdite per 260 milioni di dollari.

5° punto: impacchettare/spacchettare contenuti

Una quinta competenza di Amazon, che potrebbe essere molto utile al “Post”, è il modo in cui riesce a impacchettare/spacchettare prodotti media per accrescere il richiamo dei propri servizi. Per esempio Amazon ha già speso milioni di dollari per acquistare diritti di film e programmi televisivi che offre gratuitamente in streaming agli abbonati a Prime come un premio supplementare.

Qualsiasi possa essere l’influenza a lungo termine sul “Post”, l’esperienza in Amazon indica che non è nella agenda di Bezos lo sviluppo dei profitti a medio termine del giornale. Occorrerà aspettare un po’ per vederli, se mai ci saranno. Per questo la prima mossa di Bezos sarà quella di togliere il giornale dalla quotazione in borsa e riportarlo privato. A quel punto sarà veramente il “Washington Bezos”. O meglio come suggerisce Martin Sorell, boss di WPP. il “Washington Kindle”

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