[Tempo di lettura: 8 minuti]

La pubblicità è ancora una risorsa?

morte_giornalismo_250_okIl giornalismo è un’industria sotto assedio. L’odierna ubiquità dell’informazione e la diffusione dei social media hanno minato le fondamenta economiche di questa attività vitale per lo sviluppo umano.

Il modello affermatosi nell’era dei mass-media è ormai a pezzi. La migrazione online del giornalismo storico si è rivelato un mezzo disastro se si fa eccezione per un pugno di grandi testate che, pur ridimensionate, hanno saputo trovare un equilibrio che però è continuamente messo alla prova. La pubblicità sui giornali, uno dei due pilastri del giornalismo nell’epoca dei mass media, è evaporata. La nuova pubblicità, quella online, è appannaggio per due terzi di due giganti, Google e Facebook che si ritagliano una fetta consistente della pubblicità che veicolano a quelli che questi leviatani chiamano ancora editori.

Mark Thompson, CEO della New York Times co., forte del cosiddetto “boom Trump” e dell’aumento del 50% di abbonati all’edizione online nel quarto trimestre del 2017, ha dichiarato: “La pubblicità è ancora un importante veicolo di ricavi, ma crediamo che  la nostra attenzione deve riversarsi su una duratura e stretta relazione con gli utenti paganti e fortemente coinvolti … questo è il modo migliore per costruire un business dell’informazione sostenibile e vincente”.

E Thompson ha ragione. Ma non è un’opzione per tutti stante le condizioni attuali del mercato. Ci vuole una drastica ridefinizione di scenario.

Si torna al mecenatismo?

mecenateInfatti se gli eredi della grande informazione dell’epoca dei mass-media sembrano orientati a percorrere la strada degli utenti paganti, e anche il “Guardian” sembra ormai essere sulla stessa pagina delle grandi testate d’oltreatlantico, le iniziative nate sui nuovi media e quelle che si sono riconvertite su questo canale non hanno questa opzione e la loro sorte continua ad essere legata alla pubblicità o al sostegno di facoltosi sovvenzionatori non sempre neutrali rispetto all’informazione che viene prodotta dalle testate a cui lautamente contribuiscono.

A questo proposito basta guardare a quello che è successo a Breitbart News e a Steve Bannon. Dopo l’uscita dalla Casa Bianca, il chief strategist di Trump è tornato a Breitbart che aveva diretto dopo la scomparsa del suo fondatore nel 2011. Ecco che però ha compiuto un passo falso che ha irritato oltremodo Rebekah Mercer, figlia del miliardario Rober Mercer che ha sostenuto finanziariamente la testata degli alt right fin dalla sua nascita. Dopo che Bannon ha confermato la fondatezza di alcune storie distopiche raccontate da Michael Wolff in Fire and Fury (ora tradotto anche in italiano), la Mercer ha preteso le dimissioni di Bannon con la minaccia di ritirare il sostegno finanziario alla testata. E Bannon se n’è andato con tanto di ritrattazione in stile grandi purghe staliniane.

Nel novembre 2017 due testate online di New York (Gothamis e DNAinfo), specializzate in notizie locali, hanno dovuto chiudere nottetempo dopo che il miliardario Joe Ricketts, un sostenitore di Trump, ha ritirato il proprio sostegno finanziario e entrambe dopo che lo staff aveva deciso di creare un sindacato.

Il mecenatismo è un’arma a doppio taglio per il giornalismo.

Ormai si sta facendo strada la convinzione che i consumatori d’informazione devono pagare per averla e soprattutto per averla libera da ogni condizionamento esterno, soprattutto per sottrarla dall’insana spirale “notizia–>hits–>pubblicità” che il meccanismo anonimo di Google e Facebook premia oltre ogni misura.

La tecnologia che distrugge e che crea
Ogni transazione con VISA o MasterCard costa al venditore 20 centesimi, una commissione che rende impraticabili i micropagamenti.

Ogni transazione con VISA o MasterCard costa al venditore 20 centesimi, una commissione che rende impraticabili i micropagamenti.

Uno studioso del giornalismo contemporaneo come Jeff Jarvis sostiene da tempo la necessità di trovare dei meccanismi efficienti che consentano ai consumatori d’informazione di compensare il giornalismo che la produce. Questi meccanismi non ci sono ancora. I micropagamenti, che molti ritengono la soluzione finale, nella loro forma attuale sono snobbati dai consumatori e di fatto impraticabili. Con Visa o Mastercard ogni trasferimento in denaro costa circa 20 centesimi. Questo significa che non è possibile trasferire nessuna quantità di denaro inferiore ai 20 centesimi e che per 50 centesimi il venditore deve cedere il 40% del ricavo per operare la riscossione. Un sacco di modelli di business innovativi basati sul micropagamento non possono funzionare in questo schema.

L’opzione abbonamento, che si è iperdiffusa negli ultimi due anni, inizia a mostrare segni di saturazione. Sono in molti a domandarsi quanti abbonamenti una persona possa ragionevolmente sottoscrivere, gestire e tollerare. Altre forme di relazione commerciale diretta sono cervellotiche se concepite entro i sistemi di pagamento tradizionali.

L’unico modo possibile perché possa svilupparsi un business sostenibile del giornalismo indipendente è, come dice Thompson, quello di istaurare un rapporto diretto, anche di tipo economico, con il lettore. Ma come? Attraverso l’architettura della blockchain che, come abbiamo visto anche nel post precedente a proposito di Kodak, inizia ad essere un’opzione a cui guardano sempre più i produttori di contenuti.

C’è ancora moltissima strada da fare, ci sono ancora molti problemi da superare, ma quell’architettura ha l’infrastruttura di cui il giornalismo indipendente ha assolutamente bisogno: l’eliminazione di ogni intermediario e l’istaurazione di un rapporto diretto con i lettori attraverso pagamenti di tipo microdimensionale.

Emily Bell, direttrice del Tow Center for Digital Journalism alla Columbia University, ha dichiarato: “le criptovalute hanno la potenzialità di creare un marketplace che porta insieme giornalisti e comunità dei lettori a finanziare il lavoro dei primi”.

E in effetti qualcosa di sta muovendo.

La piattaforma Civil su Ethereum

good_newsSta arrivando una buona notizia. A breve sarà lanciata una nuova piattaforma giornalistica, denominata Civil, che si fonda sull’architettura bockchain Ethereum. Ethereum è una delle maggiori piattaforme decentralizzate peer-to-peer per la gestione di transazioni commerciali criptate. Ma Etherum è molto di più di un network per lo scambio di valori monetari. È piuttosto una piattaforma per lo scambio di contratti protetti e criptati (detti smart contract) per regolare una grande quantità di relazioni commerciali, tra cui anche quelle relative alla proprietà intellettuale e alla distribuzione di contenuti. Ethereum è un progetto open source che ha sede a Zugo in Svizzera con team di sviluppo a Londra, Berlino e Amsterdam. Il gruppo italiano è a Roma. Ethereum è la seconda più vasta e diffusa criptovaluta dopo Bitcoin con una capitalizzazione di mercato di oltre 70 miliardi di dollari.

Civil, appoggiandosi sulla tecnologia Ethereum per il uso progetto, si prefigge di costruire una piattaforma giornalistica che opera su un marketplace aperto ai giornalisti e ai lettori. In questo marketplace, usando la criptovaluta Civil (CVL), i lettori potranno sostenere direttamente i giornalisti e i giornalisti, in modo collaborativo, gestire le loro pubblicazioni, in cluster tematici denominati Newsroom.

Le Newsroom (ne sono previste 30 al momento del lancio) sono gestite in modo indipendente da gruppi d’informazione con la possibilità di gestire, finanziare, produrre, verificare e distribuire i contenuti originali su un marketplace aperto. Le Newsroom si autogovernano: definiscono la loro missione, la struttura di governance, i parametri operativi e i livelli di sponsorhip, tutto questo all’interno della piattaforma Civil e in sintonia con il suo codice di condotta. Le Newsroom sono un mix di contenuti e software autogestito che sistematicamente gestisce tutte le strutture di incentivazione, gli smart contract, il database dei contenuti per una condivisione sia interna che in una rete più ampia.

Civil, come metastruttura delle Newsroom, sarà coordinata, dopo un’azione di pubblico reclutamento, da una Commissione consultiva indipendente incaricata di verificare l’applicazione sulla piattaforma di standard giornalistici, professionali, oggettivi e verificabili con il compito di validare le nuove Newsroom. La piattaforma inoltre prevede un complesso e strutturato processo di verifica delle informazioni e di fact-checking.

Inizialmente, secondo il co-fondatore e capo della comunicazione Matt Coolidge, il team di Civil intende focalizzarsi su tre aree: giornalismo locale, reporting investigativo e reporting sulla politica pubblica. Tre aree che in effetti stanno soffrendo della crisi del giornalismo indipendente.

Le forme di retribuzione

retribuzioneOgni pezzo pubblicato su Civil è associato a una tavola di retribuzione che riflette gli accordi stabiliti tra i contributori al pezzo. Questa informazione è disponibile non appena il pezzo viene pubblicato.

Oltre a queste vi sono altre due fonti di compensazione: le donazioni (pledge) e le sponsorhip. Le donazioni sono simili alle mance, totalmente discrezionali ed elargite solo per uno specifico lavoro. Chiunque è libero di elargire una certa quantità di token CVL a un giornalista in segno di apprezzamento del suo lavoro e questa donazione è automaticamente allocata nella tavola di compensazione del giornalista attraverso uno smart contract.

La sponsorhip, invece, equivale alla condizione di un abbonato sostenitore e prevede dei pagamenti ricorrenti attraverso smart contract che danno accesso a contenuti premium secondo una scaletta decisa dai gestori della Newsroom scelta dallo sponsorhip. Per gli sponsor sono previsti dei meccanismi di incentivazione e di ricompensa che possono prevedere anche forme di pagamento

L’ecosistema di Civil

civil_ecoEcco come Matthew Iles, il fondatore e CEO di Civil, descrive e visualizza l’ecosistema che ha in mente di costruire.

“I lettori e i sostenitori, il contingente più ampio, potranno visitare Civil con il solo scopo di accedere al buon giornalismo e sostenerlo. Il nocciolo della comunità – cioè coloro che possiedono i token CVL e determinano le decisioni chiave della comunità – lavoreranno sotto la linea di galleggiamento e parteciperanno alla attività di autogoverno della comunità. Infine il gruppo di “creativi”, sarà il vero nucleo del sistema e sarà costituito dai giornalisti che scrivono le storie pubblicate sulla Civil Newsroom e dagli sviluppatori che costruiscono nuovi strumenti per soddisfare le esigenze poste dall’ecosistema. Il sistema non è molto diverso da Wikipedia, ma motorizzato dalla criptotecnologia. Quest’ultima ci permette di tenere l’intermediario fuori dall’equazione e di porre il lavoro dei giornali sotto il controllo diretto dei lettori assicurandogli la totale indipendenza”.

Si tratta di un progetto non facile da realizzare, ma che potrebbe rappresentare il primo embrione di un nuovo modello di giornalismo indipendente. Non sarà certo la panacea del giornalismo indipendente, ma in questi momenti bui è una piccola fiaccola di speranza.

 

 

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>