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Parigi torna ad illuminare

mookIn genere il “New York Times” non spende molte parole sul panorama editoriale europeo dove succede molto poco di rilevante. Per esempio, l’industria del libro europea reitera orgogliosamente i suoi riti con la regolarità delle fasi lunari. È giustamente considerata dai governi e dall’opinione pubblica uno più grandi giacimenti culturali delle nazioni europee. Questo ruolo quasi istituzionale spiega anche un certo conservatorismo che non troviamo in altri settori dell’industria culturale. Per questo l’editoria libraria europea è piuttosto impermeabile alla nuova onda tecnologica degli ebook che negli Stati Uniti e nel Regno Unito sta veramente cambiando il rapporto tra l’industria del libro e i propri clienti. Nell’Europa continentale l’ebook, che di novità ne ha portate un nel po’, raggiunge appena il 5% del mercato contro il 30% negli USA e il 20% in UK.

Ecco perché mi ha destato una certa sorpresa trovare un articolo dell’inviato del grande quotidiano di New York a Parigi, Frabrice Robinet, dal titolo Nonfiction takes roots in the Parisian literary landscape. E che articolo: 1200 parole spalmate su 4 colonne con cinque grandi illustrazioni ad occupare quasi un’intera pagina del’edizione a stampa. Il sottotitolo crea anche un certo brivido “Una nuova generazione di francesi sconquassa lo status quo narrativo della capitale“. Il fenomeno che, secondo il NYTimes, sta squassando la capitale francese sono i mooks (magazine+book) che il nostro Andrea Paracchini, che vive in Francia, ha descritto molto bene già un anno fa su LSDI. Per gentile concessione di Andrea e della testata, che ringraziamo, riproduciamo integralmente l’articolo per i lettori di ebookextra. Non prima però di aggiungere un nostro commento traslando l’esperienza dei mook dai magazine/periodici, cui parla Andrea nell’articolo sotto, al mondo del libro e dell’ebook.

Meglio l’ebook per il mook

“Idee stimolanti alla loro lunghezza naturale”. Ecco l’azzecatissimo slogan del Kindle Singles Store.

Per un contenuto “mook” l’ebook può essere veramente il formato principe come dimostra anche l’esperienza degli USA dove si è  coniato, ricavandolo dal mondo della musica registrata, una sorta di neologismo per definirlo. È il “single“. Dato il successo dei single, Amazon si è spinta ad aprire uno store specifico che appunto si chiama “Kindle singles“. E non vi troviamo solo narrativa breve, racconti o poesie, ma anche saggistica di ogni tipo e molta, molta attualità sia in forma di reportage, che di approfondimento, che di narrazione in stile “The  New Yorker“.

Il settimanale di New York ha senz’altro fatto scuola. I suoi reportage intorno alle 8mila parole (1 ora di lettura) su un argomento di attualità appena sottopelle che è coperto come se fosse un racconto leggero, con tecniche di narrazione molto sofisticate e con  personaggi ben profilati è un formato narrativo splendido per essere fruito in ogni circostanza. L’esperienza francese, che si è portata molto avanti, completa quella in corso negli Stati Uniti  dimostrando che un contenuto siffatto funziona sia come ebook, sia come magazine/libro da distribuire in libreria e su abbonamento. Il pubblico è apertissimo ad accogliere nuovi formati di qualità e ben fatti. Una lezione importante per la grande editoria che ha sempre snobbato, anche per ragioni comprensibili e non sempre nobilissime come vorrebbero far credere, questo tipo di prodotto editoriale, considerandolo “minore”.

Attuali, brevi e ben narrati
È al tipo di reportage sperimentato dal

È al tipo di reportage sperimentato dal “New Yorker” che si ispira il formato narrativo dei mook.

Il formato mook risponde molto bene ad altri fenomeni che si tende a sottovalutare e che invece sono cruciali: l’abbassamento drammatico del tempo delle persone da dedicare alla lettura di un contenuto impegnativo come il libro e, convergente con questo, la crescita a dismisura dell’offerta di lettura. Dedicare otto ore alla lettura di un libro (tanto ne occorrono per 250 pagine) vuol dire sottrarre attenzione ad altre e anche più promettenti attività che ormai sono veramente a portata di mano come la visione, l’ascolto, la conversazione social e la scrittura stessa. L’umanità non hai mai scritto quanto adesso.

La forma classica del libro, che viene consumato senza che vi sia alcun spazio per altre attività simultanee poiché richiede una immersione totale per un tempo prolungato, subisce la concorrenza veemente di altri mezzi per divertirsi e apprendere che sono più appaganti e meno voraci di tempo e attenzione. Un film dura 90 minuti, una lezione mooc in video dura 45 minuti, un episodio di una serie TV circa 40 minuti, una conversazione sui social dopo venti minuti diventa uggiosa a meno che… Ecco che con il format mook, nato come slow journalism diventa fast book, e l’ebook finisce per rispondere a questa domanda di brevità e intensità: in appena un’oretta esauriamo un contenuto imparando, da una fonte autorevole, qualcosa che ignoravamo e ci siamo pure divertiti perché la struttura narrativa è costruita su quella della migliore fiction, quando, e non sempre, il mook è riuscito.

Et alors vive le mook! Capiranno i “grandi” editori e i “grandi” autori?

Lasciamo adesso spazio all’articolo di Andrea Paracchini che ringraziamo di nuovo.

John Akwwod

* * *

La rivincita dello slow journalism
La rivista

La rivista “Granta” nata a Cambridge nel 1889 è il modello storico dei mooks.

Un “mook”, contrazione di “magazine” e “book”, non è un’invenzione francese. Il modello storico più significativo è senza dubbio “Granta, rivista fondata a Cambridge nel 1889, resuscitata nel 1979 e tuttora in forma. In Francia, è la casa editrice Autrement che ha introdotto il termine nel 2007 con la creazione della collezione “Le Mook”. Dietro la promessa di un “libro-magazine per quanti desiderano il mondo altrimenti”, l’editore propone da allora dei fascicoli dedicati a un unico tema, sviscerato in lunghi articoli affidati a diversi autori, giornalisti ma anche specialisti.

È però alla rivista “XXI“, nata anch’essa all’inizio del 2008, che si riconosce il merito di aver interpretato la formula nella maniera più efficace. “XXI” è la creatura di Laurent Beccaria e Patrick de Saint-Exupéry. Il primo viene da una famiglia di editori con un’esperienza nell’edizione di nicchia. Patrick de Saint-Exupéry arriva invece da “Le Figaro“, dove era “grand reporter”.

Il prodotto del loro incontro è una rivista di 200 pagine, stampata su carta pregiata, piena di avvincenti reportage di svariate pagine scritti con grande cura e bello stile. Venduta esclusivamente in libreria o su abbonamento al prezzo di una quindicina di euro, “XXI” è un oggetto elegante, maniacalmente fedele a se stesso eppure sempre originale, da conservare ed esibire. Un oggetto culturale boboïssime (fighettissmo, ndt) per eccellenza, l’ha del resto definito una blogger letteraria de “L’Express”. Ma anche un incredibile successo commerciale che nessun esperto di marketing avrebbe potuto mai prevedere. A cinque anni dalla sua nascita, questo trimestrale diffuso in libreria o su abbonamento vende 55.000 copie a numero, conta una decina di giornalisti in redazione e ha generato 450.000 euro di utili lo scorso anno.

Uno schiaffo a quanti dichiaravano morta la carta stampata a beneficio di schermi mobili dove fruire istantaneamente di un’informazione dematerializzata e multimediale, sempre in tempo reale.

La rivincita dello slow journalism, come qualcuno l’ha definito un giorno. Un giornalismo che si prende tutto il tempo necessario per approfondire gli argomenti di cui tratta e che non perde mai di attualità perché non ne è schiavo. Un giornalismo che sostiene di ritornare alle origini stesse del mestiere e che, ad opera di un gruppo di colleghi tedeschi, si è persino fissato delle regole (qui la versione tedesca, qui la traduzione in francese; Lsdi ne aveva parlato qui).

Un modello da seguire
È stato il magazine

È stato il magazine “XXI” ad avviare più efficacemente l’esperimento mook.

In una Francia attraversata dalla crisi della stampa, dove la pubblicità cala, i giornali chiudono e nessuno sembra davvero sapere come uscire dall’impasse, un simile successo non poteva passare inosservato. “XXI” è quindi diventato rapidamente un vero e proprio modello da seguire.

A fine maggio 2010, lo stesso giorno in cui i francesi facevano la fila per l’uscita dell’IPad, arriva “Usbek & Rica(dal nome dei due protagonisti di Lettere Persiane, il romanzo di Montesquieu), un “mook” che si propone di fondere attualità, uchronia et utopia. Nel marzo 2011, la stessa premiata ditta Beccaria-Saint-Exupéry lancia “6Mois“, un mook dedicato al fotoreportage. Qualche mese dopo “Muze, una rivista femminile che aveva conosciuto una sorte infelice, rinasce sotto forma di “mook”.

Nel 2011, è la volta di “Feuilleton“, un trimestrale di 256 pagine in formato A4. Un vero “mattone” composto per due terzi da una selezione di articoli stranieri tradotti, reportages d’autore di quelli che si trovano nei numeri “Storie” che “Internazionale” pubblica a natale e a ferragosto. Alcuni risalgono a svariati anni fa, ma mantengono un interesse, in ossequio alla filosofia dello slow journalism. Nel primo numero, si poteva così leggere un testo di Daniel Mendelsohn sulla biblioteca del Vaticano e un racconto di Orwell pubblicato da “Tribune” nel 1946. Nell’ultimo, un racconto inedito di Francis Scott Fitzgerald, la trascrizione del processo alle Pussy Riot e un reportage su Guantanamo, un tempo culla della cultura cubana.

Un numero di

Un numero di “Feuilleton” con “tre storie” molto accattivanti.

Ma è solo l’inizio. Oggi è difficile anche solo provare a dare un elenco esaustivo dei “mook” esistenti in Francia: “Crimes et châtiments”, che tenta di parlare di cronaca nera “in maniera elegante” e “senza sensazionalismi”, “Rukhche racconta il mondo arabo in maniera originale, “Macrocosme” dedicato alla scienza, “Charles un “mook” sulla politica. Molti sono nati dall’entusiasmo di giovani venuti dal giornalismo, più spesso dal mondo dell’editoria.

Alcuni hanno potuto contare su un sostegno finanziario adeguato: Adrien Bosc, venticinquenne fondatore di “Feuilleton”, aveva a disposizione 270.000 euro di capitale racimolati anche grazie a Pierre Bergé, il magnate della moda che nel 2010 aveva rilevato in cordata il quotidiano “Le Monde”. Altri, la maggioranza, hanno dovuto un po’ arrangiarsi. Altri, sono nati dall’iniziativa dei grandi gruppi della stampa tradizionale che hanno fiutato la tendenza e tentato la strada del “mook”.

France Culture, il canale culturale dell’emittente radiofonica pubblica, lancia con l’editore Bayard “France Culture papiers“, 192 pagine di trascrizione di alcune trasmissioni radiofoniche. Ad agosto 2012, il gruppo L’Express Roularta lancia “Long Cours“, trimestrale di grandi reportages stampato in 35.000 copie. Un mese dopo, i fondatori di “VSD“, storico magazine francese, lanciano “We demain“. Persino “L’Equipe”, il celebre quotidiano sportivo, si è buttato nella mischia con “Hobo, il primo “mook” dedicato al fotogiornalismo sportivo.

Mook: stesso modello, fortune alterne
Muze ha iniziato a farsi trovare anche sui nuovi media con versione digitali del magazine.

Muze ha iniziato a farsi trovare anche sui nuovi media con versione digitali del magazine.

Da “XXI” a “We Demain” passando per “Muze”, gli ingredienti alla base della ricetta “mook” sono più o meno sempre gli stessi: una foliazione importante (228 pagine per “We Demain”, 350 pagine per “6mois”) che si traduce in una presenza fisica “tangibile” (siamo attorno al chilo di peso) e una grande cura materiale. Il tutto, senza pubblicità, ad un prezzo più simile a quello di un libro che a un magazine per una distribuzione in libreria, o su abbonamento, con una periodicità di tre o sei mesi.

Esistono però eccezioni, trasgressioni anche significative al dogma di “XXI”. “Muze”, ad esempio, offre uno spazio “Atelier d’écriture” alle produzioni – poesie, critiche e racconti – delle sue lettrici, impensabile in titoli come “XXI” o “Feuilleton” che puntano sull’eccellenza del contenuto. Lo stesso “Muzerompe l’ostracismo nei confronti dei nuovi media ed è disponibile già dal 2011 su Ipad. Il piccolo “Rukh“, invece, è sceso a compromessi sul prezzo ed è in vendita a “soli” 7 euro.

Questo perché la ricetta “mooknon garantisce il successo di pubblico e critica di “XXI”. Lanciato nel marzo 2012, “Hobo” non è andato oltre al primo numero. La storia di “Usbek & Rica” è ancor più emblematica. Il progetto aveva un orizzonte breve, tre anni per quattro numeri all’anno ma la pubblicazione è sospesa già nel giugno 2011: partito con una tiratura di 40.000 esemplari, il mook aveva convinto solo 300 abbonati e 10.000 lettori fedeli. La vendita in libreria, che grazie ad una distribuzione più precisa doveva permettere di abbattere il tasso di reso, si rivela inefficace. Così, a gennaio 2012, voltafaccia: “Usbek & Rica” riparte con una “nuova” formula: il prezzo è diviso per tre e il giornale sbarca anche in edicola in formato…magazine. A fine 2012, la rivista meditava persino ad una declinazione on line in collaborazione con il pure player “Owni”. Analizzando la trasformazione della sua rivista, Jérôme Ruskin commentava severamente:

Non credo che ci sia un vero mercato. Per me, “XXI” è un incidente industriale, nel senso buono del termine. Ma non c’è posto in libreria per venti mooks.

Senza pubblicità, infatti, la soglia di equilibrio per questo genere di prodotti si situa attorno alle 15.000 copie vendute. Una rivista di ultra nicchia come “Charles” ne vende 5.000, “Feuilleton” o “Muze” 10.000. Il panorama comincia ad essere affollato e c’è da chiedersi, come fa “Télérama“, se ci sia abbastanza spazio sugli scaffali delle librerie per dare la giusta visibilità a tutta questa generosa offerta. Per il sociologo dei media Jean-Marie Charon il fenomeno è da relativizzare.

Siamo a dei livelli di diffusione modesti (…) ben lontani dal milione di copie di “Femme actuelle” o dalle 300.000 di “Elle”. Il pubblico per questo genere di oggetti è ristretto.

E anche poco noto, dal momento che l’assenza di inserzionisti autorizza gli editori a non investire troppo nell’analisi del lettorato. Ciò non toglie che il fenomeno “mook” sia ancora in piena effervescenza. Il fondatore di “Feuilleton”, Adrien Bosc, ha appena lanciato “Desports, una raccolta di articoli letterari sullo sport e gli atleti. Il primo numero parla molto in italiano, con un testo di Pasolini sul calcio e uno di Nanni Moretti sulla pallanuoto, fra gli altri.

Nuovi progetti

“Desport” un magazine con formula mook dedicato allo sport. Nel primo numero ci sono anche testi di Pasolini e Moretti.

Il sito Gonzai ha invece deciso di tentare la complementarietà con la carta creando la sua declinazione “mook”. Il primo numero è stato stampato in 1.500 copie grazie a 600 pre-ordini su Ulule, una piattaforma di crowdfunding molto nota in Francia, sulla quale aveva già precedentemente raccolto quasi 10.000 euro. La pubblicità copre solo il 10% del budget e per il secondo numero è appena stata lanciata una nuova campagna di sottoscrizioni per 6.000 euro.

E poi ci sono nuovi progetti ancor più ambiziosi. Annunciata l’anno scorso di questi tempi al Festival international de la bande dessinée di Angoulême, la “Revue Dessinée” si propone di offrire 200 pagine di reportages e inchieste…tutto a fumetti! È stato del resto “XXI” a dare spazio e dignità per primo in Francia al reportage a fumetti (graphic journalism).

Il primo numero – costo di realizzazione 25.000 euro – è uscito a settembre 2013, in versione cartacea venduta in libreria a 15 euro e in digitalearricchita”, accessibile attraverso un’applicazione per Ipad al prezzo indicativo di 6 euro. Il progetto conta sul sostegno dell’editore Gallimard e di alcuni privati ma anche su 11.000 euro raccolti su Ulule. I creatori stimano il costo di un numero a 25.000 euro.

Nel frattempo, “XXI” intende proseguire la sua tournée delle librerie (120 incontri nel 2012) per coltivare il legame con lettori e i librai. Ma anche offrirsi una piccola concessione multimedia: a partire dal numero di aprile 2013, tre reportages a numero saranno disponibili in audiolibro da scaricare a pagamento sul sito della rivista.

L’articolo di Andrea Paracchini è stato pubblicato originariamente sul sito LSDI: qui.

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