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La German Angst per Google

John Akwood

23 Novembre 2014

[Tempo di lettura: 13 minuti]

Caccia alla volpe

facebook_foxIn Europa è tornata la caccia alla volpe. Ci sono battute ogni giorno e se ne annunciano d’ancor più efficaci. La volpe è giovane, astuta e corre veloce, si chiama Google. I parrucconi europei sono determinati a toglierla di mezzo dai loro territori. La Germania è alla testa di questo poco edificante plotone di cacciatori. C’è una ragione che non è così banale come sembra: non si tratta solo di protezionismo economico, dietro ci sono ragioni legate alla storia dei tedeschi e dei popoli europei che i nerd di Google, figli dei baby boomer e cresciuti in una democrazia piena, non riescono non solo a comprendere, ma neppure ad afferrare nella loro essenzialità.

Google sembra essere diventato il pericolo pubblico numero uno dei tedeschi, molto più temuto di Putin e del suo gas. La vicenda Snowden/Prism ha fortemente acuito il sentimento negativo degli europei e in particolare dei tedeschi, per via anche delle intercettazioni dello smartphone della Merkel, nei confronti dei gruppi tecnologici della Silicon Valley e della loro cultura à la John Wayne, fra l’altro un attore molto amato in Europa.

Se solo Google conoscesse la storia…
Anna Frank. La comunità ebraica di Amsterdam pagò un tributo immenso all'Olocausto proprio per l'efficienza e la sistematicità con cui erano stati raccolti i dati delle persone dallo Stato olandese.
Anna Frank. La comunità ebraica di Amsterdam pagò un tributo immenso all’Olocausto proprio per l’efficienza e la sistematicità con cui erano stati raccolti i dati dalla pubblica amministrazione  olandese.

Un episodio della storia europea basterebbe per tutti a dimostrare quanto le informazioni raccolte a fini puramente statistici o anagrafici possano indirettamente nuocere alle persone in particolari circostanze storiche non prevedibili al momento della raccolta dei dati.

L’accurata anagrafe tenuta dal governo olandese, costituì la fonte dei nazisti per organizzare la deportazione e lo sterminio degli ebrei olandesi e così l’Olanda pagò un tributo altissimo alla shoah: dei 140mila ebrei censiti nel Paese nel 1941, 105mila furono deportati e solo 5mila sopravvissero ai campi nazisti.

Dell’intera popolazione ebraica olandese solo il 27% sopravvisse all’Olocausto. Nel vicino Belgio si salvò il 60% della popolazione ebraica e in Francia il 75%. L’eccellente ed efficiente organizzazione delle informazioni e la deferenza della popolazione verso l’autorità costituita sembrano essere le cause maggiori dell’enorme sacrificio di vite umane patito dall’Olanda. Ecco che dietro questa sensibilità europea nei confronti dei dati c’è qualcosa di molto più profondo del semplice concetto di privacy; c’è una storia tragica.

La paura dei dati
Alexander Pschera in questo saggio delinea i contorni di una nuova disciplina post-accademica dal nome Dataismo.
Alexander Pschera in questo saggio delinea i contorni di una nuova disciplina post-accademica dal nome Dataismo.

Il mass-mediologo tedesco Alexander Pschera in un recente saggio, Dataismo, tradotto anche in italiano, scrive: “Il nostro rapporto con i dati, che ha assorbito il mondo della politica, della medicina e della cultura, è profondamente governato dalla paura”. La paura appunto, Angst. Secondo lo studioso tedesco per via della paura gli europei non riescono a vedere “ll guadagno produttivo che può derivare per la nostra società dalla racconta e dall’analisi dei dati”. Solo delle scelte etiche sui dati, da parte dei loro custodi, possono dissipare questo sentimento negativo. Ma un atteggiamento etico ancora non si vede nonostante che il motto di Google sia “Don’t be evil” e tra i giovani imprenditori della Silicon Valley abbondino le dichiarazioni che più del business sta a cuore “rendere il mondo un posto migliore”.

C’è poi la questione, ancor più seria, del tracciamento e della classificazione da parte di Google dei comportamenti di navigazione e di acquisto degli utenti, a loro parziale insaputa. La raccolta di dati e il loro utilizzo a scopi pubblicitari è addirittura il più importante modello di business di Google. Si tratta di una schedatura, in linea di principio, non proprio così dissimile da quella effettuata dalla STASI, con metodi più primitivi ma altrettanto efficaci, nei confronti di alcuni cittadini nell’ex-DDR. Questo tipo di spionaggio, praticato anche nei Paesi oltre la cortina di ferro durante la guerra fredda, ha portato alla discriminazione, emarginazione e prevaricazione di milioni di cittadini europei. Un fenomeno che, a parte il maccartismo, gli Stati Uniti hanno conosciuto in forma attenuata.

 La questione del tracciamento

Tutto il contendere sul tracciamento è intorno a una checkbox che adesso, per default, è impostata su “Track me”, quando invece dovrebbe essere su “Do not track me”. Se Google spostasse la spunta su quest’ultima opzione per farne il default, tutto questo chiasso finirebbe senza troppi danni per il business di Google. Se correttamente comunicata ed efficacemente pubblicizzata, moltissimi utenti sceglierebbero spontaneamente l’opzione del tracciamento per due motivi molto semplici.

a) Considerano il tracciamento una sorta di necessaria compensazione per garantire un servizio gratuito a un buon livello di qualità. Sostanzialmente si fidano di Google, e pensano che le informazioni che può raccogliere con il tracciamento siano, in ultima analisi, di natura commerciale e tali da non produrre un danno significativo alle loro persone. L’equazione è: gratuito > tracciamento.

b)  Il tracciamento è alla base di un servizio importante per reperire informazioni più accurate, compiere scelte più vantaggiose e risparmiare tempo ed energie. E, in effetti, è proprio così e con il passar del tempo questi servizi miglioreranno sempre più fino a diventare indispensabili per il cliente. In questo caso l’equazione è servizio > disagio.

Chi dà più valore alla privacy o è particolarmente sensibile al tema del controllo sociale, mantenendo l’opzione di default, impostata su “Do not track me” potrà tornare ad usare Google, la cosa migliore del web, senza paura di essere spiato o di vedere i propri dati personali venduti al miglior offerente.

Se i tedeschi non fossero così angosciati
I protagonisti: Sigmar Gabriel, vice cancelliere e ministro dell’economia, ha dichiarato che il governo ha intezione di regolare l'attività di Google come quella di una public utility.
Sigmar Gabriel, vice cancelliere e ministro dell’economia, ha dichiarato che il governo tedesco ha intezione di regolare l’attività di Google come quella di una public utility.

A Berlino Sigmar Gabriel, vice cancelliere e ministro socialdemocratico dell’economia – anch’egli proveniente come la Merkel dall’ex DDR –, ha dichiarato che il governo federale sta considerando la proposta di dichiarare Google un servizio di pubblica utilità, come la distribuzione dell’acqua, e quindi di sottometterlo a una stretta regolamentazione che tuteli l’interesse pubblico.

Pubblica utilità è l’espressione che ha usato Obama per sostenere il concetto di neutralità della rete, con la differenza, però, che Google non è l’infrastruttura della rete. C’è dell’eccessivo nella posizione tedesca. Si sa inoltre che esiste un rapporto della Commissione europea per separare il motore di ricerca dalle altre attività commerciali di Google su cui potrebbe esprimere il Parlamento europeo con un voto che si preannuncia favorevole alla proposta.

Mathias Döpfner, CEO e Presidente di Axel-Springer, ha investito in una start-up francese, Qwant, che sta progettando un nuovo motore di ricerca da contrappore a Google.
Mathias Döpfner, CEO e Presidente di Axel-Springer, ha investito in una start-up francese, Qwant, che sta progettando un nuovo motore di ricerca da contrappore a Google.

A capo del movimento antiGoogle c’è il boss di una dei più potenti gruppi di pressione europei con un’enorme influenza sull’opinione pubblica tedesca: Mathias Döpfner, CEO e Presidente del gruppo editoriale Axel Springer. Recentemente il gruppo di Berlino è riuscito a condizionare il governo tedesco nella scelta del Presidente della Commissione europea indirizzandolo verso Jean-Claude Juncker che è notoriamente un falco nei confronti della Silicon Valley. I tedeschi si sono presi anche il Commissario europeo all’economia digitale così da poter pesare in modo decisivo sulle decisioni dell’Unione europea in queste materie.

Le intenzioni di Döpfner sono anche encomiabili: vuol difendere lo spazio di mercato europeo dal totale asservimento ai gruppi della Silicon Valley che hanno un vantaggio quasi incolmabile sui concorrenti europei. Viene da chiedersi, però, se questo proposito sia eseguito nel modo giusto o se invece la strategia di brutale contenimento condotta con leggi e regolamentazioni di tipo protezionistico danneggi alla fine proprio l’industria europea dei media e della tecnologia.

Marc, Oliver e Alexander Samwer, i tre fratelli di Colonia che hanno fondato Rocket Internet, il campione europeo di società web, recentemente collocata in borsa. Nessuna delle molteplici attività che fanno capo a Rocket ha prodotto un euro di utile.
Marc, Oliver e Alexander Samwer, i tre fratelli di Colonia che hanno fondato Rocket Internet, il campione europeo di società web, recentemente collocata in borsa. Nessuna delle molteplici attività che fanno capo a Rocket ha prodotto un euro di utile.

Per il momento il campione tecnologico europeo del web è Rocket Internet una specie di aggregatore che replica nei paesi a forte divario digitale i servizi clonati da quelli inventati nella Silicon Valley. Piuttosto deprimente! Ma anche volendo essere benigni con le strategie dei grandi gruppi media tedeschi ed europei viene da domandarsi se esista davvero la consapevolezza di quello che sta succedendo nel passaggio dai mass media ai personal media? Non è che si sta difendendo una rendita di posizione? Il Parlamento europeo può spezzare Google perché danneggia i giornali e l’informazione organizzata, come non si stanca di ripetere Döpfner; il Bundestag può decretare per legge l’ancillary copyright, subito definita la Google Tax, in vigore in Germania dall’Agosto 2013; ma che cosa si può fare contro un fenomeno ancor più profondo e spontaneo come i social media dove sono le persone stesse a creare i e raccomandare i contenuti, i film, le canzoni, i libri e gli articoli? Altro che Google News!

Dopo Google, c’è Facebook, dopo Facebook, c’è …
Travis Kalanick, fondatore e CEO di Uber, ha sfidato i tribunali tedeschi che lo hanno diffidato dall'operare in Germania. Il servizio di Taxi continuerà in ogni caso.
Travis Kalanick, fondatore e CEO di Uber, ha sfidato i tribunali tedeschi che lo hanno diffidato dall’operare in Germania. Il servizio di Taxi continuerà in ogni caso.

Annullata la presunta minaccia di Google, ecco che c’è subito un’altra ancor più insidiosa. Negli Stati Uniti il 30% dei lettori di notizie e di articoli atterrano sui siti d’informazione grazie alle segnalazioni che Facebook elabora direttamente attraverso Facebook’s News Feed o tramite i meccanismi sociali. Che si fa in questo caso? Si scorpora il servizio di feed? Non accade che, semplicemente, Facebook, al pari di Twitter e Google, sta facendo bene il suo lavoro e che il servizio alla fine giova anche ai giornali. Le grandi testate americane stanno parlando con Facebook per migliorare il servizio di feed, non con il governo americano per regolarlo o limitarne le funzionalità.

È chiaro che la strategia dell’Europa verso i gruppi della Silicon Valley deve essere diversa: prima di tutto è tardiva e differita rispetto agli sviluppi reali e soprattutto tende a considerare queste realtà non come una risorsa ma come una minaccia.

Il 30% del traffico che atterra sui siti d'informazione arriva da Facebook tramite il Facebook’s News Feed o i meccanismi sociali.
Il 30% del traffico che atterra sui siti d’informazione arriva da Facebook tramite il Facebook’s News Feed o i meccanismi sociali.

Tra le grandi nazioni dell’Europa continentale sembra esserci un unico governo che comprende i meccanismi dell’innovazione operata sul web dalle grandi società tecnologiche della Silicon Valley. Questo governo è il governo italiano. Il suo giovane premier è un utente quotidiano e seriale dei social media che conosce a fondo, ha parole di elogio per servizi come Uber, è abbonato a Prime di Amazon e non manca di farsi un giro, l’ultimo da primo ministro, nella Silicon Valley. Sa che l’approccio tedesco è deleterio per la stessa Europa. Speriamo che la tranquillità italiana prevalga sulla German Angst come mood degli europei nei confronti della Silicon Valley, il motore di un cambiamento non violento e globale. A patto, però, che i nerd di Google & Co. assimilino la storia europea e mettano in atto comportamenti conseguenti.

Per un’opinione differente è interessante quest’apologia del punto di vista tedesco. Proponiamo di seguito la traduzione italiana dell’articolo di Anna Sauerbrey, opinionista del “Tagenspiegel”, dal titolo “Why Germans are afraid of Google” pubblicato sulla pagina op-ed del “New York Times”.

* * *

La Germania ammira la tecnologia e gli innovatori

Oggi la Germania è famosa per molte cose: leader nelle energie pulite, potenza economica globale, cuore dell’Unione Europea e della sua politica estera. Sembra che abbia assunto sempre più un altro stereotipo: nazione di luddisti.

A dire il vero, oggi la Germania non sembra il posto ideale per una grande impresa tecnologica. In questi giorni Günther H. Oettinger, esponente della CDU e commissario europeo per l’economia e la società digitali (successore di Mario Monti e Neelie Kroes), ha preso d’assalto Google accusato di avere una presenza troppo preponderante in Europa e sta parlando di “tagli” al suo potere di mercato. A Berlino Sigmar Gabriel, vice cancelliere e ministro dell’economia, intende includere Google tra le infrastrutture d’importanza vitale per il Paese così da assoggettarlo a specifiche regolamentazioni pubbliche.

Di Google si parla in termini negativi nei café e nei biergarden. La gente parla di Google come di una piovra. Anche una figura di spicco dell’economia globale come Mathias Döpfner, l’amministratore delegato di Springer, il più grande editore tedesco, ha detto di “aver paura di Google“. Google non è l’unico bersaglio della furia teutonica. Alcuni mesi un tribunale tedesco ha vietato a Uber di operare nel Paese con la motivazione che Uber viola le leggi federali sulle patenti dei conducenti professionali di autoveicoli. E Amazon è intrappolata in una lunga ed estenuante contesa sindacale con Verdi, una delle più potenti organizzazioni sindacali tedesche.

Günther H. Oettinger, esponente della CDU e commissario europeo per l’economia e la società digitali, ha preparato per la commissione europea un piano per dividere il motore di ricerca dalle altre attività commerciali di Google.
Günther H. Oettinger, esponente della CDU e commissario europeo per l’economia e la società digitali, ha preparato per la commissione europea un piano per dividere il motore di ricerca dalle altre attività commerciali di Google.

Guardando da fuori, si ha la percezione dell’ennesima manifestazione dell’angoscia collettiva tedesca. La Germania appare come un partecipante paranoico della rivoluzione digitale, scosso fino al midollo dalla paura del nuovo e dal disgusto per tutto ciò che è americano; una società chiusa, ancora traumatizzata dalla storia della STASI che sopravaluta l’importanza della privacy dei dati.

Ma questa caricatura perde di vista il cuore del problema. I tedeschi non temono la tecnologia e neppure hanno in antipatia gli americani. Al contrario: quando Apple esce con un nuovo prodotto i media tedeschi vanno in solluchero e la gente si mette in coda di fronte agli Apple Store. La maggior parte dei tedeschi tutti i giorni usa Google e Facebook senza sudare freddo ogni volta che effettua una ricerca o chiede l’amicizia a qualcuno.

In politica, Silicon Valley è una parola magica. Rappresenta tutto quello a cui aspira la città di Berlino. È il luogo dove i politici e gli imprenditori si recano quando sono in cerca di nuove idee o quando vogliono assaporare il significato di cool. Parlando alla presentazione di un nuovo libro sulla Silicon Valley, Gabriel, con occhi sognanti, ha ricordato al pubblico le passeggiate per le strade di Palo Alto, durante la sua prima visita negli anni Novanta, alla ricerca del garage di Hewlett e Packard, percependo nell’aria la magia di un luogo così speciale

Dov’è il problema allora? Come possono i tedeschi avere paura e insieme ammirare la tecnologia e le società che la incarnano? La ragione va ricercata nel modello comportamentale della Silicon Valley e nella pratica della digital disruption.

I modelli comportamentali della Silicon Valley
Rompere le regole e la regola numero uno della Silicon Valley. Principio lontanto dalla concezione sociale dominante in Germania.
Rompere le regole e la regola numero uno della Silicon Valley. Principio lontanto dalla concezione sociale dominante in Germania.

La vera origine del conflitto risiede nella cultura economica delle ex start-up della Silicon Valley – nel frattempo diventate dei giganti – che stanno mettendo a soqquadro il mercato europeo con la loro digital disruption. Per affermarsi e crescere imprese come Amazon o Uber s’ispirano alla mentalità libertaria da cowboy che tiene in poca considerazione ostacoli e regole.

La Silicon Valley non teme né sanzioni né rimproveri politici. Spende milioni di euro in attività di lobby a Berlino e a Bruxelles e approfitta della lentezza dei processi decisionali democratici per attuare le proprie regole. Uber ha dichiarato che continuerà a operare in Germania senza riguardo per le decisioni del tribunale. Amazon sta costringendo gli editori tedeschi ad abbassare i prezzi dei libri sulla propria piattaforma, ignorando la legge che decreta il prezzo fisso del libro.

È questo spirito anarchico che manda nei pazzi i tedeschi. Da un lato gli piacerebbe essere così, più audaci e più aggressivi. Dall’altro, l’dea dell’anarchia li fa rabbrividire (insieme a molti altri europei) e a ragion veduta. È una minaccia alla loro profondamente radicata fede nello Stato.

I cowboy stanno bene solo nei film
John Wayne piace solo al cinema.
John Wayne piace solo al cinema.

Gli elettori e i consumatori tedeschi si fidano dello Stato più di qualsiasi impresa privata, non importa quanto questa prometta di promuovere il bene pubblico. Non è facile misurare questa fiducia nello Stato, i sondaggi non ci aiutano perché sono influenzati dal governo in carica o da altri fattori. In ogni caso i tedeschi registrano livelli molto più alti di fiducia nelle principali istituzioni dello Stato – il parlamento federale, i tribunali, la polizia – degli Americani.

Nessuno dei principali partiti, di sinistra o di destra, chiede un ridimensionamento dello Stato; l’unico partito a farlo, i liberal democratici, sono troppo piccoli per sedere nel Bundestag e stanno combattendo per la loro sopravvivenza nei parlamenti regionali. A differenza che in America dove la fiducia nello Stato tende a diminuire nei momenti di crisi, in Germania cresce. Quando arrivano i problemi i tedeschi si rivolgono a “Vater Staat” – lo Stato Padre – per protezione.

Questo comprende anche i tentativi di scardinare i modelli di business dominanti, come quello attuati dalla Silicon Valley. La vera ragione politica per cui politici, come Gabriel (che ha detto che “si deve domare il capitalismo della Silicon Valley), è che combattere Amazon e Uber porta voti. Anche politici che, come Oettinger, sono generalmente pro-deregolamentazione sanno che andar giù duro con i gruppi tecnologici americani porta popolarità.

Se la Silicon Valley intende avere successo in Europa deve rispettare le specificità del mercato tedesco ed europeo. Gli europei amano la tecnologia, ma desiderano che si sviluppi alle loro condizioni. In Germania i cowboy piacciono solo al cinema.

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