[tempo di lettura: 14 minuti]

salamoto_playlist_250Vorrei raccontarvi una delle storie più divertenti, ma anche istruttive, che ho letto quest’estate, piuttosto avara di amenità. Riguarda uno degli artisti più originali, brillanti, eclettici e sperimentatori del nostro tempo: Ryuichi Sakamoto. A lui si deve anche una delle migliori sintesi musicali tra la cultura orientale e quella occidentale che il compositore di origini giapponese conosce ed esplora con la stessa destrezza.

Algoritmi e professionisti

Penso anche che Sakamoto abbia dato, senza ricercarlo, un contributo importante a un dibattito che lacera la conversazione pubblica, cioè quella del rapporto di valore tra l’intelligenza artificiale (AI), alle sue prime e anche grottesche implementazioni, e quella biologica nel campo della creatività piuttosto che della computazione. Ci sono delle attività nei quali l’AI ha già superato le capacità di quella biologica come negli scacchi o nei quiz televisivi. Ci sono altre in cui si preferisce far lavorare gli algoritmi piuttosto che le persone esperte, come nella creazione di playlist, nei suggerimenti di lettura, nella scelta di film da vedere ecc. E funzionano piuttosto bene anche per scoprire qualcosa di cui si ignora l’esistenza

Spotify, per esempio, crea le proprie Palylist tramite algoritmi, Netflix costruisce i suoi suggerimenti di visione tramite degli algoritmi che macinano big data raccolti con sistemi che non vanno molto a genio alla commissaria europea Margrethe Vestager. La gente tende a fidarsi abbastanza, adesso forse sempre meno, del lavoro di questi algoritmi che beninteso, è qualcosa che lascia a bocca aperta e certe volte spaventa pure. Certo gli algoritmi e le liste create dagli utenti volenterosi e ambiziosi costano meno di un, diciamo, professionista, anche se valore di mercato del professionismo è in calo come le azioni di Autostrade. Spotify a fianco della playlist degli algoritmi ha iniziato a produrre playlist curate da persone esperte e retribuite, un’attività che Apple, che è di un’altra scuola di pensiero, fa regolarmente nel suo Apple Music.

La storia d cui parlavamo, raccontata da Ben Ratliff sul New York Times, dimostra quanta strada deve ancora fare l’AI per sperare solo di poter solo competere con il lavoro creativo di un artista come Ryuichi Sakamonto. Siamo bel lieti di proprorvela con le parole dello stesso Ben. Buon divertimento! La traduzione dall’inglese è di Ilaria Amurri. Anche Google translate non aveva fatto malissimo.

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Sakamoto seduto al ristorante giapponese Kajitsu dove pranza regolarmente.

Sakamoto seduto al ristorante giapponese Kajitsu dove pranza regolarmente.

Cibo e musica in uno spazio pubblico

Ryuichi Sakamoto, il famoso musicista e compositore che adesso vive nel West Village, pare che vada pazzo per un particolare ristorante giapponese del quartiere di Murray Hill, a Manhattan, dove va così spesso che a un certo punto ha deciso di parlare chiaro con lo chef: non sopportava più la musica di sottofondo mentre mangiava..

Il problema non era il volume alto, ma il fatto che la musica fosse stata scelta senza un minimo di criterio. Si offrì di selezionarla lui stesso, gratuitamente, pur di sentirsi a suo agio quando mangiava lì. Lo chef accettò e il musicista iniziò a mettere insieme playlist per il ristorante, nelle quali non figura neanche una delle sue composizioni. Erano in pochi a saperlo, perché Sakamoto non era particolarmente desideroso di pubblicizzare la cosa.

Mi ci è voluta qualche settimana per capire se la storia era seria, se era tutto vero. Penso che il problema della brutta musica nei ristoranti sia andato aggravandosi nel corso degli anni, persino dopo l’avvento dello streaming, che invece avrebbe dovuto migliorare le cose, in linea di principio.

Se spendo una certa somma per un piatto, non voglio che sia cucinato dal cameriere, dal lavapiatti o dalla segretaria, ma da qualcuno che sia veramente bravo a cucinare. Lo stesso vale per la musica, che dopotutto si sente prima, durante e dopo il pasto.

Preferirei che non sembrasse improvvisata, né frutto di un calcolo algoritmico. Vorrei che fosse scelta da una persona che conosce la musica a 360 gradi: i suoi contesti, il suo dinamismo e i luoghi comuni sulla sua storia e la sua fruizione. Una persona di questo tipo otterrebbe almeno un minimo risultato, ovvero far vedere al cliente che curiamo i dettagli in modo altruista, originale, accurato e non necessariamente egocentrico.

 

Un angolo del kokage, al piano terra del Ristorante Kajitsu dove si servono i piatti cucinati con i principi della cucina Zen. Al secondo piano vengono invece servite pietanze vegane.

Un angolo del kokage, al piano terra del Ristorante Kajitsu dove si servono i piatti cucinati con i principi della cucina Zen. Al secondo piano vengono invece servite pietanze vegane.

A febbraio, sono andato nel ristorante preferito di Ryuichi Sakamoto sulla 39ª strada, vicino a Lexington Avenue, con il mio figlio più piccolo. Il locale è sviluppato su due livelli: il secondo piano è riservato al Kajitsu, che segue i principi Zen e vegani della cucina Shojin, mentre al piano terra c’è il Kokage, un ambiente più informale che include anche carne e pesce nello stesso concetto. Rivolto verso la strada, infine, c’è un punto vendita di tè giapponesi, l’Ippodo.

Appena ci siamo seduti, la musica ha attirato la nostra attenzione. Proveniva da una fonte senza pretese, un’unica, grande cassa posta su un supporto a meno di mezzo metro dal pavimento, nascosta dietro un tavolino di servizio (eravamo giù nel Kokage, ma era la stessa musica del Kajitsu). Chiesi a una cameriera se era la playlist di Sakamoto e lei confermò.

Musicista, ma anche ascoltatore
"Coda" il docufilm dedicato alla vita, al lavoro e al rapporto con la natura di Sakamoto è stato presentato fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia nel 2017 e al Tribeca Film Festival nel 2018.

“Coda” il docufilm dedicato alla vita, al lavoro e al rapporto con la natura di Sakamoto è stato presentato fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia nel 2017 e al Tribeca Film Festival nel 2018.

Il compositore sessantaseienne è un modello di riferimento tanto come musicista quanto come ascoltatore e per la sua comprensione di come la musica possa essere utilizzata e condivisa. È un eroe della curiosità musicale cosmopolita, uno fra i primi ad aver adottato le nuove tecnologie e una sorta di super-collaboratore. Dalla fine degli Anni ’70, quando fondò il trio elettropop Yellow Magic Orchestra, ha composto e prodotto musica per piste da ballo, sale da concerto, film, videogiochi, suonerie, ma anche per iniziative di sensibilizzazione ambientale e di resistenza politica (come spiega “Coda”, il recente documentario di Stephen Nomura Schible dedicato al musicista).

In effetti alcuni pezzi che abbiamo sentito nel Kokage sembravano del genere che interesserebbe a Sakamoto. Assoli di pianoforte lenti e ampi ascrivibili a tradizioni indistinte, qualche melodia che poteva essere una colonna sonora e un pizzico di improvvisazione. Le parti cantate non erano quasi mai in inglese. Ho mi sembrò di riconoscere una traccia dell’album “Native Dancer” di Wayne Shorter con Milton Nascimento e un pianoforte che poteva essere quello di Mary Lou Williams, ma non ci avrei messo la mano sul fuoco. Non era musica riconoscibile o di quelle che ti fanno venir voglia di spendere, ma rifletteva la conoscenza profonda, la sensibilità e le idiosincrasie di un cliente affezionato. Nel complesso mi sentivo disorientato e coccolato. Ero in estasi.

Scoprii che l’artista si era fatto aiutare dal produttore, manager e curatore newyorchese Ryu Takahashi, nel creare la playlist. Io e mio figlio li abbiamo incontrati entrambi, assieme a Norika Sora, moglie e agente di Sakamoto, in un bel pomeriggio di primavera, fra il pranzo e la cena, al Kajitsu, la cui sala era permeata dal profumo di terra e tabacco del tè Iribancha. Sakamoto era tutto vestito di nero, comprese le scarpe da ginnastica.

Gli chiesi se era vero quello che si diceva. Disse di sì. Gli chiesi se gli avrebbe dato fastidio che si sapesse in giro. “Per me va bene”, disse, “Non dobbiamo mica nasconderci”.

In questo fermo immagine Sakamoto interpreta il Capitano Yonoi, a fianco di David Bowie in Furyo il film del 1983 di Nagisa Oshima. Sakamoto ha composto la colonna sonora di Furyo nella quale figura il famoso pezzo Merry Christmas Mr. Lawrence.

In questo fermo immagine Sakamoto interpreta il Capitano Yonoi, a fianco di David Bowie in Furyo il film del 1983 di Nagisa Oshima. Sakamoto ha composto la colonna sonora di Furyo nella quale figura il famoso pezzo Merry Christmas Mr. Lawrence.

La musica di sottofondo (BGM) in pubblico

Di solito non si lamenta se non gli piace la musica di un luogo pubblico, anche perché succede davvero spesso. “In genere me ne vado e basta”, ha detto. “È una cosa che non sopporto, ma questo ristorante mi piace davvero tanto e rispetto molto lo chef, Odo” (Hoiroki Odo è stato il terzo chef del Kajitsu, dove ha lavorato per cinque anni, fino a marzo; lui mi spiegò che la musica era stata scelta dall’amministrazione del ristorante, in Giappone).

“La loro BGM era davvero pessima”, disse Sakamoto usando l’acronimo che in gergo sta per background music [“sottofondo musicale”] (BGM è anche il titolo di un album del 1981 degli Yellow Magic Orchestra). Fece un’espressione schifata. “Davvero pessima”. Che musica era? “Un misto di orrendo pop brasiliano e vecchio folk americano”, disse, “e un po’ di jazz, tipo Miles Davies”.

Ryuichi Sakamoto al centro, con Haruomi Hosono (a sinistra) e Yukihiro Takahashi nel 1983, ai tempi del loro settimo e ultimo album Naughty Boys come Yellow Magic Orchestra.

Ryuichi Sakamoto al centro, con Haruomi Hosono (a sinistra) e Yukihiro Takahashi nel 1983, ai tempi del loro settimo e ultimo album Naughty Boys come Yellow Magic Orchestra.

Certe cose non erano niente male, prese singolarmente, dissi.

“Nel giusto contesto, forse”, rispose, “Ma di sicuro il pop brasiliano era una porcheria. Conosco la musica brasiliana, ho lavorato tante volte coi brasiliani, e quella non era buona musica. Un pomeriggio non ce la facevo più, allora me ne sono andato”.

Andò a casa e scrisse un’email a Odo dicendo “Io amo il vostro cibo, ti rispetto e adoro questo ristorante, ma non sopporto la musica che mettete”, racconta. “Chi l’ha scelta? Chi ha deciso di mettere insieme una simile accozzaglia? Lasciate che ci pensi io. Perché il vostro cibo è buono quanto è bella la villa imperiale di Katsura” (il palazzo millenario di Kyoto costruito in parte secondo i principi estetici del wabi-sabi, ovvero l’imperfezione e le condizioni naturali), “mentre la musica del vostro ristorante sembra quella della Trump Tower”.

In realtà, quando diciamo che un ristorante offre un’esperienza musicale negativa, stiamo parlando di qualcosa che sarà il surrogato di un’esperienza accettabile, un’esperienza nel complesso “abbastanza buona”. Può essere il risultato della programmazione algoritmica di Pandora o Spotify oppure una delle tante playlist create dai curatori dei servizi di streaming, destinate a un vasto pubblico, o magari può nascere dalle scelte egocentriche di qualche membro dello staff. Ma quello che vale per il cibo vale anche per la musica, al ristorante: abbastanza buono non è abbastanza.

La playlist non è quello che ti piace
Al Superiority Burger, nell’East Village, si può ascoltare la versione integrale di Rock and Rollin’ with Fats Domino, della durata di mezzora.

Al Superiority Burger, nell’East Village, si può ascoltare la versione integrale di Rock and Rollin’ with Fats Domino, della durata di mezzora.

Ho chiesto ad alcuni ristoratori come fanno a superare l’“abbastanza buono”, nel creare e gestire le loro playlist. Gerardo Gonzalez, chef del Lalito di Chinatown, ha parlato di prime ed ultime impressioni. Per lui la musica è il primo e il più forte indicatore sensoriale della personalità di un ristorante e vuole che i suoi ospiti escano più contenti di quando sono entrati.

Le tracce famose possono essere utili, ammette, ma è fondamentale che ci sia un senso di elevazione e di trascendenza (porta l’arpa jazz di Alice Coltrane e di Dorothy Ashby come esempi di musica infallibile). Poi non è detto che nella playlist da presentare ai clienti possa starci la musica che ascolti per conto tuo. “Mi impongo di non farlo”, ha precisato, “non metto quello che ascolto a casa, perché potrebbe sembrare cupo e distopico”.

Brooks Headley, chef del Superiority Burger, nell’East Village, e a sua volta musicista (suona la batteria in diversi gruppi punk fin dai primi Anni ‘90), ha fatto girare il suo iPod fra alcuni amici intenditori perché caricassero i loro suggerimenti. “Niente di troppo malinconico o impegnativo”, gli aveva detto. Gli amici presero la cosa sul serio e a lui non dispiace ascoltare anche cose che non conosce (uno dei successi che si sentono nel suo ristorante è “Rock and Rollin’ with Fats Domino”, nella versione integrale da 29 minuti).

Frank Falcinelli, chef e comproprietario del Prime Meats e del Frankies di New York, ha il terrore dei cliché sulla musica da ristornante e ha sviluppato alcune strategie per evitare di ricadervi: mandare le versioni originali di canzoni rese famose da cover o pezzi poco noti di album famosi. Ad esempio “Moonlight Mile”, dell’album “Sticky Fingers” dei Rolling Stones, ma non “Brown Sugar” (vi prego, non “Brown Sugar”).

Siobhan Lowe, invece, direttrice del ristorante (Reynard) e del bar (The Ides) del Whyte Hotel di Brooklyn, si è rivolta allo studio di sound-design Gray V per creare le sue playlist altamente diversificate e sempre aggiornate. Le sue istruzioni sono precise: “Ci vuole una playlist per i pomeriggi di pioggia nell’Ides, che non ti faccia sclelare mio padre, ma che possa piacere anche a un pubblico più underground”. Poi lascia che gli esperti facciano il loro lavoro. Così come Frank Falcinelli, si è resa conto di come alcune chicche facciano colpo sui clienti, ad esempio una versione live di “The Big Country” dei Talking Heads.

Ho chiesto a Ryuichi Sakamoto se creare una playlist da ristorante sia stato facile come scegliere canzoni che gli piacciono. “No”, ha detto, “All’inizio volevo fare una raccolta di musica d’ambiente, non Brian Eno, qualcosa di più recente”. È andato al ristorante e ha ascoltato attentamente mentre mangiava. Lui e sua moglie concordarono sul fatto che la musica era troppo cupa.

La ricerca della playlist adatta allo spazio pubblico specifico
Uno dei pezzi più idonei a far pate di un playlist destinata agli spazi condivisi è il primo movimento movimento di “Four Walls” di John Cage, interpretato da Aki Takahashi

Uno dei pezzi più idonei a far pate di una playlist destinata agli spazi condivisi è il primo movimento movimento di “Four Walls” di John Cage, interpretato da Aki Takahashi

“Questo posto è molto luminoso”, disse Sora. “Il colore delle pareti, il materiale dei mobili e lo stile della sala non erano adatti ad ascoltare musica dai toni cupi, per finire la serata. Credo che non sia solo una questione di cibo e di orario, ma anche di atmosfera, colore e arredamento”.

Ryu Takahashi ammette che lui e Sakamoto hanno fatto almeno cinque brutte copie prima di confermare la versione attuale della playlist del Kajitsu. Alcune canzoni erano troppo così o troppo colà, troppo forti, troppo vivaci, troppo jazz.

“Il jazz al ristorante è troppo stereotipato”, dice Sakamoto. I pianisti jazz sono un tema particolarmente controverso, per lui. Sentirete Mary Lou Williams, ma non Duke Ellington (che ormai è stato escluso). Sentirete Bill Evans, ma non il suo famoso “Waltz for Debby”, ma anche assoli di Jason Moran e di Thelonius Monk.

Una delle canzoni con pianoforte solista che mi sono piaciute di più è il primo movimento della placida “Four Walls” di John Cage, interpretata da Aki Takahashi (“È incredibilmente pop”, dice Sakamoto entusiasta, “potrebbe quasi passare alla radio”. Un’altra è “My First Homage” di Gavin Bryars. Altri pezzi che mi sono piaciuti particolarmente, con o senza pianoforte, sono “Graysmith’s Theme”, di David Shire, tratta dalla colonna sonora del film “Zodiac”, e “Claudia, Wilhelm R and Me” di Roberto Musci. Tutti questi pezzi producono un effetto particolare sull’ascoltatore: catturano l’attenzione, pur essendo discreti e minimalisti.

In più la musica non era molto alta e qui arriviamo a una questione che potrebbe interessare più ai clienti attempati che ai giovani. Sakamoto è contrario al volume alto nei ristoranti e spesso misura i decibel dell’ambiente in cui si trova con un’applicazione del telefono.

In passato aveva già composto musica originale per gli spazi pubblici, racconta (un museo della scienza e la sede di un’agenzia pubblicitaria a Tokyo), servendosi di sensori per il vento e la luminosità per cambiare la musica durante il giorno, ma non aveva mai creato playlist con la musica di altri, se non per i suoi familiari.

Ne aveva fatta una per suo figlio, quando stava imparando a suonare il basso. Aveva escluso accuratamente il bassista Jaco Pastorius, per suo gusto personale, ma suo figlio lo scoprì una settimana dopo e sgridò il padre per l’omissione. Ne fece una anche per suo padre, quando era ricoverato in ospedale, e una per il funerale di sua madre.

Erano canzoni che le piacevano? Sakamoto si fermò, scoppiò a ridere e scosse la testa. “Diciamo che era più il mio ego”, disse.

Lui e Takahashi prevedono di cambiare playlist all’inizio di ogni stagione. In più i nuovi locali di Odo, il bar Hall e il ristorante Odo, apriranno nel Flatiron District questo autunno e Sakamoto è stato riconfermato come addetto alle playlist.


playlist

La Kajitsu playlist di Sakamonto (su Spotify)

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benBen Ratliff (New York City, 1968) ha compiuto studi classici al Classics, Columbia College. Adesso vive nel Bronx a New York. Dal 1996 è il Jazz e pop critic al New York Times. È autore di 4 libri Every Song Ever: Twenty Ways to Listen in an Age of Musical Plenty (2016); The Jazz Ear: Conversations Over Music (2008); Coltrane: The Story of a Sound (2007, finalista al National Book Critics Circle Award); e Jazz: A Critic’s Guide to the 100 Most Important Recordings (2002). Scrive anche per New York Review of Books, Esquire, NPR, Slate, Pitchfork, Rolling Stone, 4Columns, Spin, Lingua Franca, Guardian, Metropolis, Village Voice, Coda, Option, Granta, Bookforum, Jazz Times, Wire.

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