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L’occidente e la Russia

putin-250La Russia è una grande potenza nucleare. Ma è anche una grande potenza tecnologica, con pochi uguali al mondo. Il culto delle scienze esatte e applicate, della matematica e della conoscenza scientifica coltivato dalla scomparsa Unione Sovietica e percolato in tutte le istituzioni formative del paese, ha prodotto delle eccellenze nelle scienze matematiche e fisiche difficilmente riscontrabili in altri parti del pianeta. Non ci dobbiamo dimenticare che sono stati i russi a lanciare il primo satellite in orbita intorno alla terra. Poi hanno perduto la corsa allo spazio che era una corsa delle vanità.

Non c’è quindi da meravigliarsi che oggi la Russia eccella, nel bene e nel male, nella tecnologia. E quando un paese a governo centralizzato come l’attuale Russia di Putin decide di attivare delle azioni di cyber war, c’è seriamente da preoccuparsi. Ne sanno qualcosa i Democratici che sono stati seriamente danneggiati dai russi nell’ultima sfida presidenziale che hanno perduto, però, soprattutto per colpa loro.

Ora viene da chiedersi, oltre ogni manicheismo, perché la Russia abbia deciso di hackerare i governi occidentali, esponendosi anche a conseguenze importanti. C’è indubbiamente la politica di potenza di Putin, le sue aspirazioni geopolitiche globali sostenute dall’opinione pubblica russa e dagli elettori, memori della passata grandeur, ma ci sono anche gli errori degli occidentali nell’affrontare l’annosa questione russa, una nazione-continente dalla complessità indicibile con una infinita varietà di culture, lingue, religioni e identità. Non l’ha capita Napoleone Bonaparte che si avventurato in una invasione disastrosa, non ha l’ha capita l’alto comando tedesco quando nel 1917  ha messo Lenin su un treno blindato che ha attraversato tutta la Germania per scenderlo a San Pietroburgo dove si è impadronito del Palazzo d’Inverno, non l’ha capita Hitler quando vi ha aperto, ne 1941,  un secondo fronte e neppure l’ha capita un presidente accorto come Roosevelt quando ha scaricato Churchill per Stalin. Una sequela di errori e incomprensioni che si è protratta anche dopo la caduta del comunismo sovietico.

Per capire le ragioni dell’hackeraggio dell’Orso bisogna risalire veramente alle radici del putinismo come fa Giulio Sapelli nel saggio che riproduciamo parzialmente sotto. Un saggio che introduce il volume Nella mente di Putin, L’hackeraggio dell’Orso e la questione della Russia pubblicato da goWare. Il volume ospita anche un contributo di tre esperti di cyberwar e uno scritto dello stesso Putin che spiega bene le ragioni della politica russa nei confronti dell’Occidente.

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L’eredità di Eltsin
Il volume edito da goWare che ospita il saggio di Sapelli.

Il volume edito da goWare che ospita il saggio di Sapelli.

L’URSS crolla quando Putin è ancora giovanissimo e mentre opera, da funzionario dei servizi segreti, nella DDR, sulla frontiera più estrema di quel regime monopolistico di stato a dittatura terroristica che era l’URSS. È sulla linea di frontiera che tutto è ben visibile e palpabile, dove il fallimento di un sistema che ha voluto troppo dai suoi mezzi, può divenire evidente a tutti coloro che guardano in fronte la realtà.

Putin bene comprende come pochi altri che il crollo dell’URSS è un nuovo mondo che si apre dinanzi alla sua generazione, che deve ritrovare nell’avvenire e non nel passato le sue radici. È significativo il passaggio che segna il suo emergere nella vita pubblica come un personaggio di prima grandezza nell’agone del potere, russo, prima, e mondiale, poi.

È il passaggio delle consegne che avviene tra lui ed Eltsin il momento storico fondamentale, allorché comprende che solo la difesa dell’anziano traghettatore, ormai perduto in se stesso dopo gli eroismi di cui era stato capace, fiaccato ormai dalla corruzione sua e della sua famiglia, può significare una nuova era dello state bulding russo. Ebbene, per Putin, Eltsin va difeso e ne va garantita l’incolumità giuridica, prima che fisica, per differenziarne storicamente la figura da quella di coloro che Eltsin ha favorito, ma che ora vanno combattuti ed esautorati dal potere situazionale di fatto di cui si sono appropriati. E così farà.

Lo scenario è quello della lotta per la spartizione delle risorse monopolistico-burocratiche che si sono rapidamente trasformate, grazie al processi di privatizzazione, in un saccheggio violento e selvaggio delle risorse energetiche, naturali e financo amministrative, perché la patrimonializzazione dello Stato sovietico fu anch’essa un processo di inaudita violenza in uno spazio politico che era ormai crollato nella pre-istitualizzazione. Qualsivoglia forma di razionalizzazione era preziosa. Con Eltsin la Russia era crollata da Leviatano a Behemoth, quel Behemoth così ben evocato da Franz Neumann nei suoi studi sul regime nazista. Ora il Behemoth eltsiniano sguazzava nel fango dell’assenza della legge e nella barbarie della forza. Tutta la Russia, l’esistenza stessa della Russia, era in pericolo. Di Behemoth Putin terrà per sé, dopo averlo di fatto sconfitto nelle sue vesti eltsiniane, solo il principio della patrimonializzazione amministrativa, ossia il controllo omofiliaco e violento dell’apparato dello Stato. Dava in tal modo vita a una storicamente inedita forma di istituzionalizzazione politico-amministrativa di stampo semi- autoritario e carismatico.

La poliarchia di Putin
La carriera di Putin inizia da San Pietroburgo.

La carriera di Putin inizia da San Pietroburgo.

Infatti, gli anni in cui Putin si forma dopo l’esperienza nei servizi segreti sono quelli della de-istituzionalizzatone dell’URSS attraverso la spogliazione delle risorse nazionali e di quelle formatesi nella divisione burocratico-internazionale del lavoro del Comecon e del Patto di Varsavia. Una divisione internazionale della specializzazione produttiva che, con la perdita dell’impero, sarà fatale alla Russia allorché sarà spogliata dei suoi vassalli, spesso molto più modernizzati della Russia medesima e molto più ricchi di risorse naturali della nazione che un tempo era insieme la madre socialista e la potenza guida in un regime di scambi ineguali, economici , militari, politici.

Non è un caso che la nuova classe dirigente e dominante in formazione, dopo gli anni della perestroika e di Eltsin, cerchi di opporsi al saccheggio internazionale che ha assunto i nomi di privatizzazione e di globalizzazione, grazie al potere locale amministrativo. Le città e i loro rappresentanti, dapprima non democraticamente eletti, ma cooptati e solo in seguito eletti territorialmente, sono gli incunaboli del potere politico-economico futuro, soprattutto nelle lontane province.

Si tratta spesso di processi di selezione che usano l’arma del voto come un orpello per giustificare la cooptazione, forti – queste classi dominanti territoriali che si pongono al riparo e nel mentre si sottraggono da un potere centrale ormai sempre più decrepito – dei meccanismi di circolazione delle élite di cui si è avuto contezza e se ne è appresa l’arte nel pieno del declino del potere sovietico. Putin trova a Pietroburgo l’arena per collocarsi nel potere situazionale di fatto della nuova istituzionalizzazione, forte dei legami precedentemente stretti nei servizi segreti.

Putin sa che occorre garantire un passaggio dall’oligarchia monopolistica di partito a una nuova forma del potere politico poliarchico, tenendo insieme economia e politica in un anello del potere ancora fragile e incerto perché la minaccia stocastica dell’esercizio della forza di Behemoth non è stata e non può essere totalmente distrutta. E neppure si può imitare la democrazia occidentale: essa è impossibile a inverarsi un una Russia impreparata e ostile a ogni forma di trasparenza democratica per la mancata formazione organica, ossia nazionale, sia dei partiti di massa sia dei sindacati, ossia del corpi intermedi che sono l’essenza stessa della ricostruzione di un pluralismo poliarchico che componga i pesi e le rilevanze ponderate della rappresentanza territoriale e degli interessi situazionali di fatto.

Putin comprende che trasferire l’esperienza amministrativa locale a livello centrale può essere fatto solo in un sistema a poliarchia verticalizzata, ossia in un susseguirsi di anelli del potere in cui i partiti e i corpi intermedi si configurino non tanto come espressione di una società civile ancora insistente, ma, invece, di un potere poliarchico verticalizzato, che sostituisce la società civile. Come è proprio di ogni meccanismo octroyé, esso finisce per impedire il rafforzamento della società civile che vorrebbe sostituire temporaneamente, giungendo a temerne lo stesso sviluppo, come insegna l’esperienza russa di questi ultimi anni. Questo perché le spinte al ritorno al meccanismo della spogliazione proprio nel tempo della globalizzazione finanziaria sono fortissime.

Dmitrij Anatol’evič Medvedev è l’esponente di coloro che credono che la via più rapida per l’istituzionalizzazione sia l’inveramento rapido di una cosiddetta economia di mercato che agisca sin da subito, anche in assenza di un sistema giuridico legal-razionale e un apparato di Stato che dia vita a un vero e proprio state building classicamente inteso. Ma l’esperienza insegna che così facendo il potere altro non può che trasformarsi nel ritorno degli oligarchi. Di qui quel gioco di specchi tra i due demiurghi del potere russo attuale che nascondono i loro conflitti reali e usano la corruzione per misurare la forza e la debolezza insieme dei reciproci schieramenti che hanno di mira un diversissimo futuro della Russia sul piano economico e politico.

Putin è impegnato nel compito più difficile: costruire un sistema economico a mercato non dispiegato, ma regolato e aperto solo per quel che serve alla potenza della nazione.

Putin e la dottrina Pimakov
Primakov con Putin nel 1999.

Primakov con Putin nel 1999.

Unitamente al ministro degli Esteri Lavrov e seguendo gli insegnamenti di quel grande politico, ministro degli Esteri e premier Evgenij Maksimovič Primakov, Putin fa riscrivere l’intera politica estera russa, ritornando di fatto, sulla scorta dell’insegnamento di Primakov, a una specifica forma di ritorno alla politica zarista euroasiatica. Significativa è la carriera di Primakov, senza percorrere la quale non si comprende il filo conduttore dell’attuale politica estera putiniana, che sorge non dal cervello isolato del presidente, ma da tutta una coorte di giovani che si formarono negli anni del declino e poi del crollo dell’URSS e si impegnarono in seguito nella rinascita della Russia.

Primakov fu ricercatore superiore dell’Istituto di Economia mondiale e direttore dell’Istituto di Studi orientali dell’Accademia delle Scienze, presidente del Soviet dell’unione dal 1989 e dal 1990 al 1991 membro del Consiglio presidenziale del leader sovietico Michail Gorbačëv e in questa veste inviato speciale in Iraq. Dopo il fallito tentativo di colpo di Stato dell’agosto 1991, Primakov venne nominato primo vicepresidente del KGB e poi direttore del Servizio segreto estero dal 1991 al 1996. Ministro degli affari esteri della Federazione Russa dal gennaio 1996 al settembre 1998. Fu uno strenuo oppositore dell’espansione della NATO nel blocco orientale, pur firmando, il 27 maggio 1997, l’“Atto fondativo delle relazioni reciproche, cooperazione e sicurezza tra nato e Federazione russa”, che venne inteso come il segnale della fine delle ostilità legate alla Guerra fredda.

Primakov si adoperò per una politica estera russa basata sulla mediazione e una contemporanea espansione dell’influenza verso il Medio Oriente e le ex Repubbliche sovietiche. Questa politica è nota come “Dottrina Primakov”, che ha alla base la convinzione che la Russia sarà grande e sicura solo dominando l’Heartland, dalla foce dell’Indo ai mari caldi mediterranei. Di qui il lavoro, oggi è più che mai premiato, di Primakov di creare il triangolo strategico costituito da Russia, Cina e India, come contrappeso agli Stati Uniti. Questa mossa è stata interpretata da alcuni osservatori come un accordo a combattere insieme le “rivoluzioni colorate” in Asia centrale e l’espansione via via crescente di una coalizione definita da Samuel Huntington “antiegemonica”. La politica di Primakov altro non è che il consapevole ritorno alla politica di Aleksandr Michajlovič Gorčakov: principe, diplomatico, ministro degli Esteri dal 1856 al 1882, cancelliere dell’impero sino alla morte.

La sindrome dell’accerchiamento nella storia russa e le sue conseguenze
Sergey Lavrov, ministro degli esteri Russo con Rex Tillerson, segretario di Stato dell'amministrazione Trump

Sergey Lavrov, ministro degli esteri Russo con Rex Tillerson, segretario di Stato dell’amministrazione Trump

La guerra di Crimea era finita nel 1856 lasciando la Russia in preda a una sensazione ricorrente che in tutta la sua storia ciclicamente pervade le classi dirigenti: la sindrome dell’isolamento e dell’accerchiamento, da est a ovest, dai mari caldi mediterranei al Pacifico. La guerra di Crimea aveva avuto risultati incerti nel Vicino Oriente, ma decisivi in Europa: aveva infranto il mito e la potenza della Russia che aveva battuto Napoleone. La tradizionale alleanza tra Austria e Russia iniziò a vacillare e l’ordine sancito dal Congresso di Vienna era posto in discussione: la smilitarizzazione del Mar Nero e la cessione da parte della Russia della zona della foce del Danubio (Bessarabia meridionale) a favore della Moldavia era la questione centrale che minava gli interessi russi. Come è noto la Russia si trovò obbligata, allora, certo a non dimenticare la necessità di riconquistare lo spazio vitale mediterraneo, ma nel contempo a rielaborare una politica di quell’espansione ch’era necessaria per consolidarle l’impero verso il sud della Russia asiatica dal canato di Kokand alla Cecenia e a tutto il Caucaso proseguendo sino a Bukhara, mentre grazie alla Guerra dell’oppio otteneva dalla Cina quelle “concessioni” che diverranno strategiche per espandersi sino al Pacifico. Solo la sconfitta subita dal Giappone nel 1905 costrinse la Russia a una sosta nella sua politica espansiva consolidando la sua presenza oceanica con la base di Vladivostok. La Russia era ormai una potenza globale.

La linea di riscatto personificata dal principe Gorčakov giungeva a compimento. Nel decennio settanta dell’Ottocento la Russia vide ridimensionate le sue aspirazioni balcaniche dall’aiuto prestato agli ottomani dalle potenze europee capitanate dal Regno Unito e dalla appena unificata Germania. Il panslavismo aveva acceso di già quei cuori che avrebbero poi gettato le basi per la crisi balcanica che condurrà alla Prima guerra mondiale e di lì poi alla Rivoluzione russa.

Questo retroterra storico è fondamentale per comprendere quale fosse la spinta ideale che guidava il gruppo dirigente russo educato da Primakov allorché tutte le contraddizioni sollevate dalla mancata spartizione del mondo tra Russia e USA dopo la caduta dell’URSS, emerse come non mai, a partire dalle stesse terre russe strappate all’impero allorché esso si era dissolto, come accadde in Ucraina e in Crimea.

Ma emersero anche, per quanto abbiamo detto, là dove si realizzavano i punti di caduta della necessità vitale per la Russia di controllare , o meglio condividere il Mediterraneo, strappandolo in tal modo al solo dominio nord-americano, ch’era succeduto, dopo la crisi di Suez del 1956, all’incontrastato dominio britannico. Le prime avvisaglie si erano già avvertite nel cambio della spalla del fucile in occasione della repressione della rivoluzione greca nella prima metà degli anni Quaranta  quando le baldanzose forze armate USA avevano sostituito le esauste forze britanniche. Appunto, in Nord Africa e in Medio Oriente.

Il fallimento del progetto europeo
Truppe Russia in azione in Siria

Truppe russe in azione in Siria

Il Medio Oriente, o meglio, la Mesopotamia, è il punto archetipale che tiene insieme l’Heartland e il Mediterraneo, e non a caso nel Mediterraneo e nell’Oceano Indiano e nel Mar Cinese del sud si scaricano tutte le contraddizioni dell’instabilità odierna. E la Russia vive in pieno questa instabilità che conferisce alla sua intelligente politica estera, una forza prima inusitata.

Il Mediterraneo non è più un’ansa dell’Atlantico, ma la quintessenza e l’emblema di un vuoto politico: i migranti che dall’Africa e dalla Mesopotamia risalgono dal Mediterraneo e dagli stati balcanici l’Europa del Sud per dirigersi verso quella centrale e nordica. Ma qui trovano l’altro, clamoroso processo di deistituzionalizzazione. Ovvero la crescente frammentazione e disgregazione delle istituzioni di secondo grado, ossia sovranazionali, dell’Unione Europea. Qui si consuma il fallimento più grande della seconda metà del Novecento.

È fallito il tentativo di tenere insieme il plesso di nazioni da cui tuttao nasce nel mondo, ossia il mito illuministico-massonico che la teocrazia laica funzionalista potesse essere in grado non solo e non tanto di creare diritto e moneta, ma anche sistemi di senso e di legittimazione sottraendo per sempre l’Europa alla democrazia rappresentativa: Rousseau e Montesquieu dovevano morire. Ed è questa morte che crea lo squilibrio internazionale che promana dall’Europa, perché il culmine del processo di istituzionalizzazione risiede da sempre nella creazione delle burocrazie militari. Come è noto, esse continuano la politica con altri mezzi, ed è per questo che l’Europa non riesce a crearle, perché ha ucciso la politica.

Di qui il vuoto internazionale provocato dall’Europa con conseguenze che possono essere devastanti. Le uniche due potenze nucleari europee, la Gran Bretagna e la Francia, perseguono disegni strategici di lungo periodo stand-alone, ovvero vogliono fare da sole. Il Regno Unito con la Brexit e il ritorno agli anni Cinquanta-Sessanta, quando si rifiutò di entrare nel mec.

Ora il piano è quello dell’anglosfera, del grande disegno di un governo della potenza militare ed economica rifondata sulle terre del Commonwealth e della strategia ottocentesca del “sistema economico americano” che Henry Clay propugnò, suscitando l’ammirazione di Lincoln e fondando le basi del nazionalismo economico americano, su cui Andrew Spannaus ha scritto recentemente.

Quello che era, in primis, un disegno anti-inglese, perché la nascente Repubblica americana non voleva finire come finì l’India con il dominio britannico, diviene ora un modello internazionale di neo-industrialismo e di neo-protezionismo selettivo che altro non farebbe che dare forma istituzionale a ciò che accade nel commercio mondiale da circa trent’anni, con la fine dei trattati multilaterali e il crollo delle compagnie della logistica mondiale.

 

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