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Agli albori di una rinascita culturale?

culturaFino ad adesso si è diffusa la percezione che Internet sia stato un parassita per la cultura. Ha messo a soqquadro le forme tradizionali di diffusione della cultura, ha distrutto posti di lavoro, impoverito gli artisti, dimezzato il giro d’affari della musica, annichilito i giornali, serrato le librerie, e, più grave di tutto, alimentato cattive abitudini tra i consumatori dell’industria culturale. Tutto questo marasma a pro di due ristretti gruppi di capitalisti, i tecnologi Silicon Valley e i finanzieri di Wall Street.

Soprattutto Internet ha rovinato un’intera generazione di giovani consumatori avvezzandoli a ricevere il prodotto culturale come l’acqua dal rubinetto. Tutto deve essere pagato da un semplice ed economico abbonamento a Internet, così come si paga la bolletta dell’acqua, ma mentre quest’ultima va a consumo, Internet è una mensa “all you can eat” a prezzo fisso.

E invece succederà che tra un secolo, il primo ventennio del XXI secolo sarà ricordato come un periodo di Rinascimento dell’arte e della cultura. È questa la tesi di uno dei più brillanti e anticonformisti commentatori dei media culturali, il giovane columnist del New York Times Farhad Manjoo. Sulle colonne del quotidiano di New York scrive: “Le cose stanno prendendo una nuova direzione. Per la gente del futuro il nostro tempo non sarà ricordato non come un periodo di decadenza, ma come un periodo di ringiovanimento e di rinascita. Parte della storia è nell’arte stessa. In ciascun media culturale, sia esso il cinema o la musica, i libri o le arti visive, la tecnologia sta portando nuove voci, creando nuovi formati sperimentali che spingono gli appassionati e i creativi a partecipare al vibrante rimescolamento dell’opera d’arte. In questo non c’è niente di nuovo. Negli ultimi 20 anni i blog, i podcast, YouTube hanno creato nuovi formati che hanno condotto a un abbassamento delle barriere per nuovi e non convenzionali artisti”. Evviva!

 L’incubatore tecnologia

HeideggerIn effetti il grande regista polacco Andrej Waida, recentemente scomparso, non la pensa in modo tanto diverso. A proposito del cinema aveva detto, in tempi non sospetti e da un osservatorio non troppo privilegiato (la Polonia comunista): “Si pensa che l’evoluzione del cinema sia un’evoluzione artistica, che il cinema si evolva perché gli artisti reclamano dei cambiamenti. Io credo invece che questa evoluzione sia dettata dalla evoluzione della tecnologia. La tecnologia provoca dei cambiamenti più importanti che non la volontà artistica”.

Il filosofo tedesco Martin Heidegger, in una conferenza del 1949 dal titolo La questione della tecnica (pubblicata anche in Italiano da goWare), dichiarava in modo lungimirante che le “conseguenze della tecnologia sono tutt’altro che tecnologiche … perché la tecnologia non è semplicemente un mezzo”.

L’esplosione del modello abbonamento

abbonamentoNon c’niente di esagerato nell’enfatizzare il ruolo sovvertitore della tecnologia nella cultura e nell’arte, perché qualcosa di sorprendente è già sotto i nostri occhi. Nell’ultimo anno, sovvertendo un trend decennale, la gente ha iniziato a pagare per i contenuti online e sta acquistando di tutto, soprattutto tramite gli abbonamenti. Sta pagando non solo per le piattaforme mainstream, come Amazon Prime, Netflix, Spotify o Apple Music, ma anche per contenuti di nicchia o con una audience modesta distribuiti attraverso podcast, canali YouTube o direttamente da artisti eccentrici, scrittori o cartoonist. Pure le news iniziano ad attirare soldi che non siano quelli sempre più anemici della pubblicità. Il New York Times, il Washington Post, il Wall Street Journal stanno aggiungendo abbonati alle loro edizioni online a un ritmo che non si era mai visto e che ha stupito lo stesso management dei giornali. Il New York Times ha adesso più di 3 milioni di abbonati paganti. Un numero da era dorata dei mass-media.

Netflix ha raggiunto i 100 milioni di abbonati nel mondo, Spotify nel corso del 2016 ha aumentato di 2/3 i propri abbonati che sono adesso sopra i 50 milioni e Apple Music in due anni di attività ha raccolto 20 milioni di adesioni. È, comunque, la Apple che ci fornisce il dato più significativo di questo trend: nel 2016 gli utenti di AppleStore hanno pagato 2,7 miliardi in abbonamenti, il 75% in più rispetto al 2015

“È difficile sottostimare l’ampiezza del fenomeno” scrive Manjoo.

Dopo vent’anni in cui Internet non aveva fatto altro che distruggere le basi economiche e finanziarie dei contenuti, oggi si assiste al nascere di un modello di business sostenibile per i contenuti digitali. Se il sorgere degli abbonamenti mostra di essere una onda lunga, non solo avremo la sopravvivenza dei tradizionali fornitori di contenuti e delle forme di cultura “classiche”, ma emergerà una nuova generazione di artisti e di creativi e usciranno nuovi format culturali in cui la distinzione tra creatore e fruitore sarà profondamente ridefinita.

 Gli artisti si stanno impoverendo?
Sono un artista. Questo non significa che lavoro per niente. Ho le bollette da pagare. Grazie per la comprensione.

Sono un artista. Questo non significa che lavoro per niente. Ho anch’io le bollette da pagare. Grazie per la comprensione.

Un altro refrain del movimento dei tecnoscettici è che Internet sta mettendo sul lastrico gli artisti. C’è un fondamento in questa osservazione anche se occorre non perdere di vista il quadro generale. Prima di tutto riguarda solo una parte di Internet e questo dato lo testimonia: ai 160 milioni di dollari di ricavi realizzati su Apple Music, su YouTube ne corrispondono 16mila.

Questo significa che c’è molto da fare sia nei confronti di una certa utenza che continua con le antiche abitudini, sia nei confronti delle piattaforme il cui modello di business, basato quasi interamente sulla pubblicità, pone una certa resistenza ad evolversi verso modelli differenti, magari misti o ibridi. Spotify, per esempio, sembra molto più disponibile di una volta a regimentare il layer gratuito del suo servizio.Google sta avviando YouTube verso un modello simile a quello di Spotify. Ma questi processi richiedono tempo e soprattutto la collaborazione delle piattaforme e egli utenti stessi. Non è che la cosa si possa sistemare nottetempo o con un intervento della Margrethe Vestager o del Congresso USA.

Oggi gli artisti hanno anche il modo di aggirare queste difficoltà, Grazie a Facebook, Twitter, Instagram possono istaurare un rapporto più stretto e intenso con il loro pubblico. Possono offrire saggi del loro lavoro, merchandise, contenuti speciali e promozioni che li aiutano a creare e ampliare una audience con la speranza di trasformare quella più fidelizzata in consumatori paganti.

Fortuna che c’è Patreon

patreonUn esempio è Patreon (cioè mecenate in inglese) che ha iniziato a operare nel 2013. Patreon, il cui motto è “Creators, come get paid”, permette agli appassionati di sottoscrivere un abbonamento per accedere ai contenuti e alle creazioni di un artista. È una sorta di Kickstarter su abbonamento, ma che non si concentra sul finanziamento di uno specifico progetto, ma sostiene l’intera produzione di un artista.

Jack Conte, fondatore di Patreon, ha dichiarato a Manjoo che la piattaforma ha raccolto in 3 anni 100 milioni di dollari e che, nel 2016, 36 artisti hanno realizzato oltre 150mila dollari ciascuno. “Penso fortemente che qualcosa sia cambiato culturalmente – ha dichiarato Conte. La nuova generazione è molto più preoccupata dell’impatto sociale dei propri comportamenti. C’è il desiderio di contare con i propri dollari, il proprio tempo e la propria attenzione”. Solo quando i cambiamenti hanno questa origine e questa motivazione può determinarsi uno sbocco destinato a durare. L’intervento dall’alto è nefasto.

Peter Hollens, un cantante di strada che vive in Oregon e che realizza su Patreon 20mila dollari al mese, ha descritto così il suo stato d’animo:

“Non devo più andare per strada o cantare nei bar. Me ne posso stare a casa. Posso essere un padre e posso essere un marito. Ciò ha reso normale la mia carriera di artista che non è mai stata normale”.

Non sono più i ragazzi della beat generation. Sono i ragazzi della web generation. Aspirano alla stessa normalità a cui aspiravano i papà dei giovani della beat generation e del sessantotto. L’eterno ritorno dell’uguale.

 

 

 

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