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È opinione comune che i social media siano un fenomeno recentissimo e invece il mood dei social media è piuttosto antico, si può andare indietro di 400 anni per rintracciarne le origini. E si tratta di uno spirito vibrantemente e poderosamente democratico nel quale si sono affermati apertamente molti comportamenti pubblici: il piacere di trovarsi e discutere liberamente su un sacco di questioni, il cazzeggio sul più e sul meno, l’appuntamento di lavoro per chiudere un affare, il far conoscenza per il far conoscenza e via dicendo. È la nascita della relazionalità moderna: libera, ugualitaria, trasparente. Il Facebook di allora si chiamava coffee-house ed era, almeno alle origini, un fenomeno prettamente inglese se non londinese. Il London Stock Exchange (LSE) è nato in una coffe-house dal nome Jonathan’s. In una coffe-house Adam Smith ha scritto La ricchezza delle nazioni e Isaac Newton è rimasto così ispirato dalle discussioni, davanti a una tazza di caffè, con i suoi colleghi scienziati che ha scritto i suoi Principia Mathematica. Certo il caffè non doveva essere granché, ma le discussioni senz’altro erano elevate.

Tom Standage è il digital editor dell’“Economist” e sta scrivendo un libro dal titolo Writing on the Wall: Social Media – The first 2000 Years. Sulle sue riflessioni in merito ha scritto un articolo notevolissimo per la pagina “op/ed” del New York Times che vi proponiamo di seguito, liberamente adattato e interpretato per il pubblico italiano.

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Le coffee-house, i social del XVII secolo

I social network fanno perdere produttività. Stando a un’infografica che circola sulla rete, Facebook e Twitter e altri social media costano all’economia americana 650 miliardi di dollari all’anno che è il PIL di un paese come la Svizzera. I social media sono un’“arma di distruzione di massa” per la produttività: distraggono, deconcentrano e fanno perdere un sacco di tempo prezioso.

Queste identiche cose si sono dette nell’Inghilterra della seconda metà del 1600 a proposito di qualcosa di simile, la cui attrattiva tra i giovani era tale da pregiudicare il buon esito degli studi e del lavoro: le coffee-house. Erano i social network del tempo.

Come il caffè, le coffe-house erano state importate dal mondo arabo. La prima coffee-house inglese aprì i battenti a Oxford agli inizi del 1650 e centinata d’iniziative simili proliferarono negli anni seguenti a Londra e in altre città inglesi. La gente frequentava il locale non tanto per bere un caffè, ma per parlare degli ultimi pamphlet, leggere le notizie sui fogli di giornale e tenersi aggiornati sulle indiscrezioni dell’ultima ora e i pettegolezzi sulle persone illustri e non. La famosa “cultura dei tabloid”, la leggendaria stampa popolare inglese, ha le sue radici proprio qui.

Le coffee-house erano anche degli uffici postali. I clienti si recavano più volte al giorno all’abituale coffe-house per ritirare la posta e scambiare due parole con gli altri avventori, conosciuti ed estranei. Alcune coffe-house si erano specializzate su argomenti specifici di discussione come scienza, letteratura, politica, commercio marittimo. Come i clienti si spostavano da un locale all’altro l’informazione circolava con loro.

Un dipinto che ritrae un momento della vita in una coffee-house nel 1668 a Londra. I vari gruppi di avventori seduti sono impegnati in varie attività. Sulla parete frontale sono esposti dei quadri probabilmente in vendita. Un commesso versa del caffè per eventuali “refill”. Un’elegante signora al bancone, che è in realtà un baldacchino, sembra preparare la bevanda nelle tazze che sono raccolte dai camerieri. Nel focolare bolle il pentolone dell’acqua.

Entusiasti e detrattori

Il diario di Samuel Pepys, un funzionario del governo, è punteggiato da varianti di questa frase: “di nuovo alla coffe-house”. Questo diario testimonia l’importanza capitale di frequentare le coffee-house anche per gli affari del governo. Una nota del novembre 1663 fa riferimento “a lunghe e appassionate discussioni sulla storia romana, su come conservare la birra, sul nuovo tipo di arma nautica e sul miglior modo di affrontare un processo giudiziario”.

Una delle ragioni della vivacità e passionalità di queste conservazioni era l’assenza di preclusioni sociali all’interno delle coffe-house. Le distinzioni sociali rimanevano fuori dalla porta. Gli avventori si sentivano incoraggiati a discutere con estranei che provenivano da esperienze totalmente diverse. Per dirla con le parole del poeta Samuel Butler: “gentiluomini, meccanici, signori e mascalzoni tutti d’amore e d’accordo”.

Non tutti però erano così entusiasti delle coffee-house. I cristiani si lamentavano per l’abbandono della loro tradizionale birra a favore di una bevanda straniera, altri critici si rammaricavano perché le coffee-house allontanavano le persone dal lavorare. Tra i primi a suonare l’allarme fu Anthony Wood, un professore di Oxford, che nel 1667 si domandava “perché gli studi seri declinano e in così pochi seguono l’università?”; si rispondeva sa solo: “a causa delle coffe-house dove la gente passa tutto il tempo”. Gli faceva eco Rogert North, un avvocato di Cambridge “questa novità è una grande perdita di tempo, chi può applicarsi a un mestiere con la testa piena del brusio della coffe-house?”. Sono frasi che richiamano alla mente gli allarmi lanciati da molti commentatori contemporanei. Un motivo ricorrente di preoccupazione è che le piattaforme social siano nocive alla gioventù.

L’influenza delle coffee-house

Si dice che Newton abbia iniziato a pensare di scrivere i Principia proprio a seguito delle accese discussioni nell’abituale coffee-house.

Qual è stato l’effettivo impatto delle coffe-house sulla produttività, l’educazione e l’innovazione? Piuttosto che danneggiare l’industria, le coffe-house sono state il crogiolo della creatività, proprio perché stimolavano la mescolanza delle idee e delle persone. I membri della Royal Society, che elaboravano le scoperte scientifiche, spesso terminavano le loro discussioni con una tazza di caffè in una coffee-house. Gli scienziati vi conducevano degli esperimenti e tenevano delle lezioni e, dato che l’ammissione costava solo un penny (il costo di una tazza di caffè), le coffe-house erano chiamate “penny universities”. Fu una discussione in una coffe-house con i colleghi scienziati che spronò Newton a scrivere i suoi Principia Mathematica, uno dei testo fondamentali del pensiero moderno.

Le coffe-house erano anche luoghi d’innovazione per il business. I mercanti usavano le coffee-house come luoghi per riunirsi e per costituire nuove società e varare nuovi modelli di business. Jonathan’s, una coffe-house di Londra, divenne la borsa valori (la London Stock Exchange). E l’economista Adam Smith scrisse la maggior parte della Ricchezza delle nazioni alla British Coffee House, un popolare ritrovo degli intellettuali scozzesi.

Non c’è alcun dubbio sul fatto che si buttava del tempo nelle coffee-house e che gli sfaccendati c’andavano a nozze. Ma i vantaggi sorpassavano ampiamente gli svantaggi. Le coffee-house furono un ambiente socialmente e intellettualmente vivace e fecondo che liberò un flusso d’innovazioni tale da plasmare il mondo moderno.

Lo spirito delle coffee-house è nei social

Oggi lo spirito delle coffee-house è rinato con le piattaforme di social media. Esse sono aperte a tutti e consentono alle persone di diversa estrazione ed esperienza di incontrarsi, discutere, condividere informazioni con conoscenti ed estranei, forgiando così nuove relazioni e accendendo nuove idee. Alcune conversazioni possono essere interamente virtuali, ma hanno l’enorme potenzialità di portare cambiamenti nel mondo reale.

Sebbene alcuni boss deridano l’uso dei social media nei luoghi di lavoro come attività relazionale, molte aziende adottano sistemi di “enterprise social networking”, che sono essenzialmente delle versioni aziendali di Facebook, per incoraggiare la collaborazione, scoprire i talenti nascosti, promuovere la conoscenza tra i dipendenti e ridurre così l’uso della posta elettronica, che è ancora più sciupatempo.

L’uso dei social media nella formazione è incoraggiata da studi che dimostrano che gli studenti imparano più velocemente quando interagiscono tra di loro. Open Worm, un progetto di biologia computazionale è partito da un tweet e adesso coinvolge persone sparse in tutto il mondo che s’incontrano attraverso Google Hangouts.

C’è sempre un periodo di aggiustamento quando arriva una nuova tecnologia. Durante questa fase di transizione, che può richiedere svariati anni, le tecnologie sono spesso criticate perché distruggono i modi soliti di fare le cose. Ma la lezione delle coffee-house mostra che le preoccupazioni sui rischi del social media sono esagerate. Questo genere di media ha una lunga storia: Martin Lutero usò i pamphlet e la contemporanea diffusione della stampa a caratteri mobili per divulgare i principi della Riforma protestante con una straordinaria analogia con ciò che accaduto nella Primavera araba, così come c’è un parallelo tra la poesia satirica allusiva del periodo pre-rivoluzionario francese e l’uso del microblogging in Cina.

Più ci confrontiamo con le questioni sollevate dalle nuove tecnologie, più abbiamo da imparare dalla storia.

In questa incisione a stampa del tardo 600 si vede il vasto ambiente che costituisce lo spazio di una coffee-house tematica dove di può notare il gioco di parole sulla iscrizione nel cartiglio “Cafée and thée=logia”. Da notare che al tavolo sono sedute anche delle signore, a testimonianza dell’assoluta uguaglianza anche dei generi all’interno delle coffee-house. Il termine “politico da coffee-house” si diffuse più tardi per designare qualcuno che pontificava sui massimi sistemi discutendo con qualcuno disposto ad ascoltarlo.

Tradotto e adattato da Jogn Akwood

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