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La top ten dei più grandi fallimenti della storia del computer

Terza e ultima parte: fallimenti e poco più

John Akwood

3 Maggio 2019 8 minuti

Computer abbozzati

Questa terza e ultima parte del nostro post sui più grandi flop dell’industria del computer è dedicata alle posizioni di coda della classifica, quella dall’ottava alla decima. Abbiamo visto che i primi tre posti sono occupati da fallimenti virtuosi, cioè di esperienze che hanno lasciato un segno e un’eredità importante: l’Alto della Xerox, il NeXT di Steve Jobs e l’Apple Newton.

Le posizioni centrali della classifica sono occupate dal software di sistema che a un certo punto, con il modello di business della Microsoft, si è staccato dalla progettazione dell’hardware per divenire un elemento totalmente separato da quest’ultimo. Una scelta decisiva che ha ottimizzato i costi di produzione e di distribuzione di un personal computer e fatto nascere un’industria miliardaria. Per questa ragione a metà degli anni Ottanta il software di sistema è stato oggetto di investimenti ingenti in quanto erede di quel valore aggiunto che un tempo stava nell’hardware, ormai ridotto a pura commodity e a prodotto in serie come il folletto.

Le uniche due società che tentarono di sottrarsi a questa evoluzione e combattere l’egemonia della Microsoft, che si sarebbe totalmente dispiegata negli anni Novanta furono, l’IBM, la società che aveva controllato il mercato fino ad allora, e la Apple che si muoveva su una filosofia completamente diversa da quella di Microsoft. La Apple intendeva integrare strettamente hardware, software e contenuti in un unicum in grado di elevare l’user experience a un livello superiore e unico. Impresa quest’ultima non facile perché presupponeva sapere offrire al mercato lo stato dell’arte dell’industria, come aveva fatto l’IBM nel decenni precedenti nel campo dei mainframe.

Ed è sono proprio dei prodotti IBM e Apple a occupare queste posizioni di coda della nostra classifica dei più grandi fallimenti della storia del computer.

8. IBM PCjr
La campagna di lancio dell’IBM PCjr
La campagna di lancio dell’IBM PCjr

Agli inizia degli anni Ottanta, IBM aveva pochissima esperienza nel settore consumer del mercato dei computer. Fino agli anni Settanta questo mercato neppure esisteva o era una nicchia per i nerds di allora. IBM, invece, era il deus-ex-machina dei sistemi corporate e delle grandi organizzazioni statali a cui forniva i suoi mainframe e i cosiddetti minicomputer, che iniziarono a fare capolino dalla seconda metà degli anni Sessanta. In questo campo aveva pochi, ma validi rivali, come la Digital Equipment (DEC) di Ken Olson

L’emersione del mercato dell’home e del personal computer negli anni Settanta convinse il gigante di Armonk a gettarsi nell’arena del mercato consumer. E lo fece con successo, anche se il modo in cui avvenne fu piuttosto infausto per il suo futuro in questo segmento. Nella prima metà degli anni 80 il PC IBM si era prepotentemente affermato e prometteva dei dividendi sostanziosi agli azionisti IBM.

Fu a questo punto, nel 1984, che la direzione dell’IBM decise di realizzare uno spin-off del suo personal, l’IBM PCjr, destinato al mercato domestico e anche a quello delle istituzioni scolastiche primarie e secondarie. Un mercato quest’ultimo che è stato sempre nell’obiettivo della Apple e anche di altri costruttori, nella convinzione che il computer usato a scuola sarebbe stato quello della vita.

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L’IBM PCjr aveva una bella e ricca configurazione. C’erano uno slot per le cassette audio, una porta per connettere una penna ottica, due porte joystick, uscite per la televisione e l’audio, una tastiera a raggi infrarossi dotata di tasti di gomma rettangolari (che richiamavano la forma di una famosa gomma da masticare) e due slot per cartucce. Presentava una configurazione senz’altro multimediale e adatta a sviluppare videogiochi. Fu messo in vendita al prezzo di 1200 dollari.

Il progetto fu, però, realizzato in modo disastroso a tal punto che, a neppure un anno dal suo lancio, l’IBM lo ritirò dal mercato e annullò la sua produzione. Non era totalmente compatibile con il PC-IBM e il prezzo era di poco inferiore ai cloni IBM. Anche per le scuole la scelta dell’IBM PCjr si dimostrò infausta e per certi versi imbarazzante. I ragazzi usavano la tastiera a raggi infrarossi per collegarsi ai computer degli altri compagni di classe e farsi delle burle reciproche.

9. Apple 3

Dal 1977 al 1980 l’Apple 2 aveva venduto molto bene (nel 1981 raggiunse le 250mila unità), ma in azienda c’era la convinzione che quel successo non avrebbe potuto durare per sempre e allora si iniziò a farsi strada l’idea di un sistema più avanzato e performante. Nacque così l’Apple 3 (nome in codice Sara, dal nome della figlia del capo progettista — Wendell Sander). L’Apple 3 uscì nel maggio del 1980. Fu sviluppato un nuovo sistema operativo, denominato Apple SOS (pronuncia “apple sauce”) che andava a sostituire l’Apple DOS dell’Apple 2. Di fatto rendendo non più utilizzabili in modo nativo le applicazioni che avevano fatto il successo dell’Apple 2 come VisiCalc, Multiplan e Apple Writer.

Il prezzo fu fissato tra i 4300 dollari e i 7800 (monitor incluso), quando l’Apple 2 come fascia di prezzo era posizionato tra i 1300 e i 2600 dollari. L’Apple 3 era anche il primo computer ad essere venduto unitamente con un monitor dedicato. Il nuovo prodotto Apple era rivolto al mondo delle imprese, sancendo così di fatto il primo, di molti, tentativi di Apple di entrare negli ambienti professionali dove l’IBM la faceva da padrona.

Nel progetto c’era anche lo zampino di Steve Jobs. Per stare nelle dimensioni imposte da Jobs, i progettisti della Apple furono costretti a miniaturizzare oltre modo i vari componenti provocandone dei malfunzionamenti. Inoltre Jobs non volle alcuna ventola di raffreddamento, una delle sue ossessioni ricorrenti (per via del rumore che disturbava la concentrazione). Succedeva così che il surriscaldamento dei componenti provocava non pochi problemi di funzionamento. L’utilizzatore, alle volte, era costretto, su consiglio anche degli ingegneri della Apple, a sollevare il computer di almeno 10 centimetri dal tavolo e quindi lasciarlo andare così che i chips potessero tornare nei loro slots.

Nella sua biografia di Jobs, Walter Isaacson riporta il giudizio di Randy Wigginton, uno degli ingegneri che aveva lavorato al progetto: «L’Apple 3 era come un figlio concepito durante un’orgia di gruppo, dopo la quale tutti si ritrovano con un tremendo mal di testa e, quando nacque, nessuno volle ammettere che fosse suo». Lo stesso Wozniak definì il computer “100 percent hardware failures”.

Nel 1983 fu presentato un nuovo modello l’Apple 3+ che finalmente sistemava i problemi dell’hardware. Era ormai troppo tardi per salvare un progetto dalla reputazione disastrosa. Così il 24 aprile 1984 cessò la produzione dell’Apple 3. Anche perché nel frattempo il computer a 16 bit dell’IBM aveva messo fuori gioco quelli a 8 bit e lo stesso team Apple aveva iniziato a lavorare con il microprocessore 68000 della Motorola.

Si pensa che Apple abbia venduto tra 65mila e 75 mila Apple 3 dopo aver sostituito 14mila schede madri difettose.

10. Apple Lisa

Lisa è il primo progetto della Apple dove appare dominante la visione di Steve Jobs, già dal nome. Lisa ufficialmente stava per “Local Integrated Systems Architecture”, un nonsenso. I progettisti della Apple che ci lavorarono lo rinominarono “Invented Stupid Acronim”. In realtà era il nome della figlia di Jobs Lisa Brennan. A Lisa, Steve negò la paternità per lungo tempo, così come era accaduto a lui medesimo. Forse il senso di colpa per l’abbandono della bimba lo portò a forgiare questo nome per un progetto che avrebbe dovuto creare un nuovo standard nell’industria del computer. Nel film Steve Jobs (2015), con Michael Fassbender, questo episodio è ricostruito molto bene.

Siamo nel 1979 e prima di tutto il nuovo dispositivo doveva essere un computer con un microprocessore a 32 bit (il Motorola 68000) anziché quello a 8 bit dell’Apple 2 e 3. 32 bit per Jobs significava funzione avanzate. Significava anche una differente user experience per l’utilizzatore: interfaccia grafica mimetica di una scrivania, mouse, icone e finestre. E soprattutto non doveva costare più di 2000 dollari. Jobs aveva visto che cosa avevano fatto allo XEROX PARK di Palo Alto e lo voleva per la Apple, migliorato.

Come era solito fare, individuò, nel team tecnico della Apple, un “eroe” in grado di realizzare la sua visione. L’eroe era Bill Atkinson. Ma John Couch, capo-progettista del lIsa, e gli altri del team vedevano con fastidio le interferenze di Jobs nel loro lavoro. Se ne lamentarono con gli azionisti e la direzione. Markkula e Scott (il CEO) decisero di allontanare Jobs dal progetto che portava il nome della figlia. Di fatto lo esautorarono di ogni ruolo operativo. Fu allora che Jobs si buttò nel progetto del Macintosh che non era altro che una versione compatta del Lisa. Da quel momento Jobs iniziò ad apostrofare il Lisa come “una schifezza”

In realtà ciò che uccise il Lisa, rilasciato nel 1983, furono tre cose. La prima era la lentezza. Il Lisa OS supportava il concurrence multitasking e l’utilizzo della memoria virtuale. Si trattava di qualcosa di avveniristico per la tecnologia dell’epoca, e questo però costava un utilizzo massiccio di tutte le risorse del sistema. La seconda era il prezzo: il Lisa costava 10mila dollari (22mila euro di oggi). La impedimento a sviluppare software di terze parti. Con il Lisa veniva, però, distribuita una suite di applicazioni di produttività piuttosto interessanti denominata Workshop. Workshop includeva il LisaWrite (word processing), LisaCalc (foglio di calcolo), LisaGraph (generatore grafici), LisaList (minicad), LisaProject (organizer), LisaDraw (disegno), LisaTerminal (comunicazione). Non male tutto sommato.

Lisa è veramente un computer mitologico. Un Lisa funzionante oggi può raggiungere un valore superiore a 50mila euro.

La brochure pubblicitaria delle soluzioni Apple per il mondo dei professionisti e dei dirigenti d’azienda.
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