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L’interfaccia grafica piatta

John Akwood

20 Maggio 2013

[Tempo di lettura: 7 minuti]

Oltre lo scheumorfismo?

Piastrelle di WindowsNick Bilton (media columnist del NYTimes), in un articolo sul suo blog “Bit” torna su un argomento che aveva già discusso al momento della fuoriuscita di Scott Forstall da Apple a seguito dell’infelice lancio della “Maps App” per iOS. Forstall era il depositario del verbo jobsiano sul design delle interfacce grafiche. Secondo Jobs, che si portava questa visione dai tempi del primo Mac, un’interfaccia deve essere mimetica della realtà così da ridurre l’estraniamento. Con il tempo Jobs aveva spinto questo mimetismo oltre la semplice metafora visuale fino a simulare i materiali di cui sono fatti gli oggetti di uso quotidiano (pelle, vetro, legno, carta, tela, tessuto) e a imprimere consistenza e solidità alle interfacce grafiche (spessore, rotondità, volume, profondità ecc.). Questo fortunato approccio ha preso il nome di scheumorfismo (dal greco skeuos, contenitore, e morphê, forma) e lo troviamo ampiamente applicato nelle interfacce delle applicazioni Apple per iPhone e iPad, da “Note” a “iBooks”, da “Calendario” a “Contatti” fino all’apoteosi del “Game Center” che s’ispira direttamente ai casinò di Las Vegas. Il dibattito sullo scheumorfismo ha preso una certo abbrivio nella blogsfera e il più meanstream dei magazine “Time” gli ha dedicato un articolo dal titolo “Flatland. Shoudl the virtual world try to look like the real one?” nella rubrica culturale a firma di Lev Grossman, una grossa firma del giornalismo USA.

Applicazione Note
L’applicazione “Note” è una delle app più esemplari dello scheumorfismo, simula un bloc notes con tanto di rivestimento in pelle e cuciture a vista. Si racconta che il tipo di pelle che riveste “Calendario” simuli quella del jet privato di Steve Jobs. Per un animalista sono abbellimenti riprovevoli e quanto mai inappropriati.

Jobs aveva portato questo tipo d’interfaccia, come ha ammesso onestamente Eric Schmidt di Google, a un livello di perfezione che lo stesso Schmidt paragonava alle vette dell’opera di Michelangelo. Però come Michelangelo stancò i manieristi che si spinsero oltre il suo schema, così lo scheumorfismo ha iniziato a essere vissuto dalla nuova generazione di design e di grafici come una filosofia sorpassata. È sentito come qualcosa che trasmette viscosità, inutile ornamentalismo e stucchevolezza, attributi che lo distanziano decisamente dalle nuove tendenze visuali sviluppate nel video e nei videogiochi. “Si tratta di inutili richiami al passato come la presenza delle colonne doriche nell’architettura contemporanea” ha detto efficacemente Axel Roesler professore di design all’Università di Washington. C’è addirittura un sito web, skeu.it (ma non è  italiano!), dedicato interamente agli eccessi dello scheumorfismo nella grafica delle applicazione e delle interfacce grafiche.

Non è una critica nuova. Molti considerano l’hardware della Apple imbattibile, ma collocano il software su un gradino più basso, come se non avesse tenuto il passo dell’innovazione sfrenata e frastornante del design degli oggetti. La critica non è del tutto corretta. Si dice che tra i maggiori critici dello scheumorfismo sfrenato ci sia proprio Jonathan Ive che dopo l’uscita di Forstall ha preso in carico la divisione software della Apple. Sembra che Ive, sebbene si sia astenuto dal manifestare apertamente la sua opinione in una lunga intervista al “The Telegraph” quando interrogato direttamente in proposito, abbia fatto intendere il suo stato d’animo che sembra essere: “lo scheumorfismo nel software mi ha stufato”. Farhad Manjoo sul “Financial Times”, che non va certo dietro ai rumors della rete, dice che Ive sta rivoltando come un calzino l’interfaccia di iOS alla ricerca della piattezza e che grande parte della ragione per cui Apple non presenterà nuovi prodotti sino all’autunno 2013 è dovuta proprio a questa necessità sulla cui fondatezza l’articolo nutre qualche dubbio.

Sir Jonathan Ive
Sir Jonathan Ive si dice che sia piuttosto “fed-up” con gli eccessi dello scheumorfismo dell’ultimo Jobs continuato da Scott Forstall fino alle sue dimissioni.
Le piastrelle colorare di Windows 8

Il passo decisivo verso l’abbandono dalla filosofia della metafora visuale delle interfacce utente l’ha compiuto proprio Microsoft, il gigante considerato incapace d’innovazione e il “copione” per eccellenza. I designer di Microsoft, proprio con il progetto Windows 8, hanno proposto un approccio minimalista e funzionale che poggia sulla assoluta piattezza visuale: non c’è profondità, nessun abbellimento, nessun colpo di luce, ombra o qualsivoglia effetto chiaroscurale. Colori primari, riquadri perfetti e tipografia esasperata sono i pilastri della proposta di Microsoft. La parola d’ordine è “piatto”. Queste forme, che sembrano le piastrelle colorate del bagno di Mondrian, non sono però immobili come cartelli stradali ma tendono a cambiare stato con transazioni secche e immediatamente percepibili così da dare l’impressione che l’interfaccia, grazie a questa fluidità spontanea, sia “viva” come se fosse dotata di un’“intelligenza”, tra grandi virgolette.

Questa fissa della capacità interpretativa del software che cerca di intercettare i desideri dell’utente è una costante di Microsoft che alle volte crea più fastidio che altro e quasi mai ci azzecca, ma è indubbiamente questa la direzione in cui si muovono i progettisti di sistemi di software avanzato.

Interfaccia Surface
L’interfaccia di Surface il tablet di Microsoft che monta Windows 8.

La piattezza non è solo questione di gusti o di tendenze ma anche di scelte dettate dalla micro-estensione della superficie disponibile per la visualizzazione che è quella di uno smartphone dove ogni pixel è terreno edificabile di grandissimo valore. L’icona piatta di una cuffietta che fora un fondo colorato può comunicare subito e meglio la funzione “musica” di un’elaborata forma che mima un cd o un qualche altro oggetto musicale. Insomma la via intrapresa da Microsoft sembra rispondere meglio dell’approccio scheumorfico alle necessità di velocità, responsività, fluidità e interazione diretta dei dispositivi mobili controllati dalla gestualità.

L’idea è stata accolta con grandissimo entusiasmo dalla comunità dei designer e lo stesso Steve Wozniack, co-fondatore di Apple che va in giro a danzare con la maglietta dell’iPhone, ha dichiarato che gli piace Windows 8 e che Steve Jobs si è reincarnato in Microsoft. L’interfaccia a piastrelle che piace a Wozni ha anche un nome, si chiama “Metro Design Philosophy”. La parola “Metro”ci svela la scaturigine di tutto: è la grande cartellonistica delle metropolitane, degli aeroporti e dei grandi hub di trasporto dove sono sospesi ampi riquadri colorati, con forti contrasti di colore e grandi caratteri della famiglia dei bastoni.

Cartellonistica di un areoporto
La cartellonistica segnaletica di un areoporto. La somiglianza con le icone di Windows 8 è evidente
Windows 8: successo di critica ma meno di pubblico

Tanti sono gli apprezzamenti che Microsoft ha ricevuto dagli addetti ai lavori, quanti sono gli improperi che ha ottenuto dagli utilizzatori di Windows su PC non tattile che hanno vissuto proprio lo spaesamento che Steve Jobs aveva cercato di smorzare con la metafora della realtà. L’impatto di Windows 8 è stato così cruento che Microsoft ha deciso di fare un’inversione a “U” ripensando “aspetti chiave” dell’interfaccia, primo fra tutti il ripristino delle funzioni del pulsante “Start”. Il “Financial Times” ha commentato con queste parole l’annuncio di Microsoft blues, che a breve prenderà il posto di Windows 8: “una delle maggiori ammissioni di fallimento di un prodotto destinato a un nuovo mercato di massa dal fiasco della “new coke” della Coca Cola 30 anni fa”. E l’Economist ha sentenziata ancora più laconicamente: “Reintrodurre il bottone “Start” non riporterà Microsoft all’antica gloria”.

Forse l’errore di Microsoft, ossessionato dall’indivisibilità di Windows come Santa Caterina da Siena da Gesù, deriva dall’idea di unificare in un’unica interfaccia i sistemi non tattili con quelli tattili che hanno operatività diverse e anche utenze molto differenti, l’una casalinga e l’altra professionale. Unicità dalla quale si sta tenendo lontana la Apple che ha invece un approccio molto gradualista verso la convergenza di questi due mondi. Forse ha avuto ragione Tim Cook a dire che questo tentativo di Microsoft è simile a quello di far convergere un tostapane con un frigorifero.

Mark Anderson, un analista che segue Microsoft ha scritto: “Non c’è assolutamento nessuna indicazione che i computer da tavolo debbano avere lo stesso sistema operativo e la stessa interfaccia utente degli smartphone e dei tablet. In realtà è vero l’opposto. Microsoft sta cercando di colmare il divario tra dispositivi avanzati e dispostivi arretrati, tra applicazionia professionali ad uso intensivo e applicazioni ad uso sporadico per intrattenimento, ma questo divario esiste e ha una sua ragione. A parte tutto è più comodo usare il mouse su un PC che toccare lo schermo con un dito.”

E gli altri?

Il sincretismo di Google è noto ed è anche notoria la sua capacità di stupire come di lasciare interdetti. Il grande motore di ricerca si sta muovendo a metà strada tra lo scheumorfismo di Apple e la Metro philosophy di Microsoft. Alcune recenti interfacce, pur pensate in un contesto piatto, hanno mantenuto al minimo alcune proprietà dello schema scheumorfico come una certa profondità, l’ombreggiatura e il colpo di luce. La scelta di Google si potrebbe definire come “quasi piatto” o “scheuminimalista”. In ogni caso è in atto uno sforzo di semplificazione, pulizia e parsimoniosità. La sensazione “vischiosa” è evitata.

Lo stesso si può dire per Facebook che ha rivisitato il design del sito in chiave minimalista semplificando l’iconografia che si era stratificata piuttosto spontaneamente. La stessa “f” del logo ha perduto la barretta orizzontale alla base della “f” in un blu più tenue. Adesso c’è solo una grande “f” su un fondo blu scuro. Sembra l’insegna del terminal “f” di un qualche grande aeroporto. Twitter è sempre stato minimalista non si sa se per scelta o per necessità.

Vecchio, a sinistra, e nuovo, a destra: logo di Facebook.

Sembra che un maestro della grafica piatta sia proprio un italiano che vive a Londra e che si chiama Lorenzo Verzini, menzionato da Nick Bilton nel suo articolo. Quando si parla di design c’è sempre un italiano nel mezzo.

Che farà Apple? Attendiamo Jonathan Ive, che qualcosa s’inventerà per iOS 7.0, anche se in questo caso non può lavorare sul suo ambito preferito: i materiali. Il materiale qui non c’è, ci sono solo pixel. E la regola aurea di Ive è che non si può disconnettere la forma dai materiali, i materiali informano la forma.

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