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Lionel Shriver: come il concetto di identità imbavaglia gli scrittori

John Akwood

5 Gennaio 2019

lionel_gag_250Come annunciato nel precedente post, torniamo sul tema dall’appropriazione culturale con un intervento importante che ha dato il tono a coloro che considerano questa idea un’aberrazione per le arti e la cultura. Lo è senz’altra se portata, a livello teorico e nella battaglia delle idee, oltre le sue legittime applicazioni fino alle sue estreme discutibili radicalizzazioni. Non esiste un padrone della cultura, magari se ci sono degli azionisti, questi potrebbero essere coloro che hanno creato i singoli elementi che sono andati a determinarla, ma nessuno può pretendere un diritto di proprietà sulla cultura di per sé. Parafrasando una famosa asserzione di Rousseau sui può dire che la libertà finisce e inizia qualcosa di molto meno ameno quando qualcuno crea un recinto e dice “questo è mio, pagare per entrare”. E il concetto di appropriazione culturale fa proprio questo.

A voi Lionel Shriver

La nota scrittrice americana — oggi suddita di sua maestà britannica — ha un’attrazione fatale per i temi sensibili e pericolosi. Battezzata Margaret ha voluto cambiare il suo nome in Lionel, che, più della margherita, si adatta alla sua indole, in effetti, leonina. Già si inizia con un atto di appropriazione culturale! Da autrice dichiaratamente libertaria, femminista e iconoclasta non ha nessuna remora a scrivere, parlare e accapigliarsi su casi e temi controversi dei quali molto spesso non ha un’esperienza diretta. Altro atto di appropriazione culturale! Per questo motivo quel concetto la fa infuriare.

In un articolo sul “New York Times”, che la invitava a pronunciarsi politicamente, ha dichiarato: “A Londra mi considerano un ultra conversatrice. Quando volo a New York mi trasformo a metà Atlantico, senza avere mutato le mie opinioni, in una radicale di sinistra”. In effetti la Shriver è una sintesi perfetta tra il “Wall Street Journal” nelle faccende economiche e il “Guardian” in quelle dei diritti civili. Aborre ogni forma di regolazione in campo economico, odia le tasse, critica lo stato sociale e la riforma sanitaria, ma vuole decriminalizzare il suicidio assistito, la prostituzione e l’uso, non solo della marjuana, ma di tutte droghe. Difende la pornografia e soprattutto ha rotto i ponti con tutti i libertari antiabortisti, come Rand Paul (che avrebbe potuto essere la sua scelta in politica), così come con coloro che osteggiano il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Sempre sul “New York Times” ha scritto:

«Non sono l’unico americano costretto a votare ripetutamente democratico perché l’agenda sociale repubblicana è retrograda, se non addirittura lunatica — a costo di dare il mio involontario avallo a soluzioni ingannevoli e onerose ai problemi dell’America».

La scrittrice Lionel Shriver: 14 romanzi, tradotti in 25 lingue di cui tre anche in Italiano
La scrittrice Lionel Shriver: 14 romanzi, tradotti in 25 lingue di cui tre anche in Italiano

Dal 1987 a oggi Lionel Shriver ha scritto 14 romanzi di cui 3 tradotti in italiano da Piemme. Al più famoso, … E ora parliamo di Kevin (2003), si sono aggiunti — da qualche mese in edizione italiana — I Mandible. Una famiglia, 2029–2047 (2016) e The Standing Chandelier (2017) un romanzo impietoso e duro sull’impossibilità dell’amicizia tra un uomo etero e una donna. Già in un precedente romanzo, The Big Brother, aveva esplorato un’altra impossibilità, quella di avere in famiglia un grande obeso e dover combattere tra la normalità e le conseguenze sia personali che sociali di quella condizione.

Nwl 2016 gli organizzatori del Brisbane Writers festival (Australia) hanno invitato la Shriver a tenere il discorso di apertura dell’edizione del 2016 proponendoli di sviluppare il tema Fiction and Identity Politics. Riportiamo di seguito la traduzione italiana della trascrizione integrale del discorso tenuto l’8 settembre 2016 e pubblicato in lingua originale dal “Guardian”. Buona lettura!

Il racconto della domenica, “Il grande obeso”, qui, è proprio di Lionel Shriver.


Il sombrero è un furto?

Mi spiace deludervi, ma a meno di non portare il mio discorso al suo punto estremo, quello che dirò non riguarda il tema eccitante “comunità e appartenenza”. Per questo dovete criticare gli organizzatori di questo festival perché invitare una rinomata iconoclasta a parlare di comunità e appartenenza è come chiedere un grande squalo bianco di tenere in equilibrio un pallone da spiaggia sul proprio naso.

L’argomento che, piuttosto, voglio trattare è piuttosto “il romanzo e la politica dell’identità”, che è un argomento più triste.

Ma temo che il rovo di questioni spinose che avvolgono la discussione sulla “politica dell’identità” sia diventato di grande complessità, soprattutto per coloro che fanno il mestiere che condivido con molte persone convenute in questa sala: scrivere romanzi. Perché, portando alle loro conclusioni logiche, le ideologie in voga, si scopre che mettono in discussione proprio il nostro lavoro di scrivere romanzi. Il tipo di fiction, che vorrebbero farci scrivere, diventerebbe così asfittico, circoscritto, così annacquato, che sarebbe davvero meglio astenersi dallo scrivere del tutto.

Uno scatto del Tequila Party tenuto al Bowdoin College di Brunswick, nel Maine che ha sollevato una tempesta in un bicchier d’acqua.
Uno scatto del Tequila Party tenuto al Bowdoin College di Brunswick, nel Maine che ha sollevato una tempesta in un bicchier d’acqua.

Bene! Iniziamo con una tempesta in un bicchiere d’acqua. Andiamo al Bowdoin College di Brunswick, nel Maine. All’inizio del 2016, due studenti hanno organizzato la festa di fine anno sul tema “Tequila per un amico”. I padroni di casa hanno offerto agli ospiti, oltre la tequila, un sombrero, che è stato ampiamente indossato durante la serata.

Quando sono iniziate a circolare sui social media le foto del party, si è sollevata l’indignazione dell’intero campus. Gli amministratori hanno avviato un’indagine su questo “atto di stereotipizzazione etnica”. I partecipanti al party sono stati messi alla gogna, mentre i due organizzatori sono stati espulsi dal loro dormitorio e successivamente messi in stato d’accusa. Il giornale degli studenti di Bowdoin ha stigmatizzato la mancanza di “empatia” di tutti i partecipanti. Il Consiglio studentesco ha rilasciato una “dichiarazione di solidarietà” a “tutti gli studenti feriti o colpiti dall’evento” e ha chiesto agli amministratori “di creare uno spazio sicuro per quegli studenti che sono stati o si sentono presi di mira da quell’azione”. La festa della tequila, precisava la dichiarazione, era proprio il tipo di situazione che “crea un ambiente in cui gli studenti di colore, e in particolare gli ispanici e nello specifico i messicani, si sentono privati della sicurezza”.

Insomma, il party dei sombreri ha costituito — aspettatevelo — un atto di “appropriazione culturale”.

Ora, mi sento piuttosto incapace a spiegare cosa ci sia di tanto insultante in un sombrero — un pratico copricapo per un clima caldo che ripara dal sole con una larga tesa. Quando ero piccola i miei genitori andarono in Messico e portarono un sombrero come souvenir del loro viaggio. Fu una gioia per me e i miei fratelli appropriarcene e infatti non mancammo di indossarlo per i nostri travestimenti. Da parte mia, come tedesco-americana da entrambe le parti, sono più che felice se qualcuno, che non condivide il mio pedigree, intona la canzoncina bavarese della Hofbrauhaus.

Ma cosa c’entra tutto questo con la scrittura di finzione?

La morale dello scandalo del sombrero è chiara: non si devono indossare i cappelli degli altri. Eppure questo è quello che noi scrittori siamo pagati per fare, vero? Entrare nei panni degli altri e provare i loro cappelli.

Secondo l’ultima moda, che si è propagata in breve tempo ben oltre i campus universitari, qualsiasi tradizione, qualsiasi esperienza, qualsiasi costume, qualsiasi modo di fare e dire le cose associato a una minoranza o a un gruppo svantaggiato, è tabu. Guardare, ma non-toccare. Tutti coloro che sono inseribili in una vasta gamma di “identità” — etnie, nazionalità, razze, categorie sessuali e di genere, classi di sotto-privilegiati e disabili — sono incoraggiati a considerare la loro esperienza come una proprietà intellettuale e a considerare i tentativi degli altri gruppi di prendere parte alle loro esperienze e alle loro tradizioni, sia in modo attivo che attraverso l’immaginazione, una forma di furto.

Quello che non sarebbe mai nato
Alcuni capolavori del novecento che secondo una interpretazione estensiva del concetto di appropriazione culturale potrebbero finire nella lista nera dei libri colpevoli di questo crimine culturale
Alcuni capolavori del novecento che secondo una interpretazione estensiva del concetto di appropriazione culturale potrebbero finire nella lista nera dei libri colpevoli di questo crimine culturale

Allora, se gli scrittori avessero rispettato il precetto di non toccare quello che appartiene a gruppi diversi dal loro, non avremmo Sotto il vulcano di Malcolm Lowry e non avremmo neppure la maggior parte dei romanzi di Graham Greene, molti dei quali sono ambientati in quelli che per il mancato premio Nobel inglese erano dei paesi stranieri, popolati da veri stranieri che parlano e si comportano come stranieri.

Nel suo capolavoro, Il passeggero inglese, Matthew Kneale avrebbe dovuto trattenersi dall’includervi capitoli scritti in lingua aborigena, sebbene siano proprio queste alcune delle parti più ricche e convincenti del romanzo. Se Dalton Trumbo si fosse fatto scrupolo nel descrivere la condizione di una persona intrappolata in un corpo senza braccia, gambe e volto, perché non era in quella condizione — Trumbo, infatti, non aveva combattuto nella Prima Guerra Mondiale, né tanto meno vi era stato mutilato e quindi non aveva l’esperienza diretta della condizione di isolamento di un paraplegico — non avremmo avuto l’inquietante classico del 1938, E Johnny prese il fucile.

Non avremmo nemmeno il capolavoro erotico contemporaneo di Maria McCann, As Meat Loves Salt — in cui una signora eterosessuale scrive di un amore omosessuale tra due uomini durante la guerra civile inglese. Anche se il libro è più saggistica che narrativa, vale la pena notare che non avremmo avuto neppure Black Like Me del 1961. Per scriverlo il giornalista bianco John Howard Griffin aveva commesso l’imperdonabile peccato di scurirsi la pelle per spacciarsi da uomo di colore. Avendosi però scurito la pelle — una sorta operazione Michael Jackson al contrario — Griffin aveva scoperto come viveva una persona di colore nell’ambiente segregazionista del sud. Oggi sarebbe stato escoriato, ma quel libro ha avuto un impatto sociale importante per il movimento dei diritti civili degli uomini di colore.

Chi possiede la cultura?

L’autrice di Who Owns Culture? Authenticity and Appropriation in American Law, Susan Scafidi, professore di legge alla Fordham University, che per la cronaca è bianca, definisce l’appropriazione culturale in questo modo:

Prendere senza permesso la proprietà intellettuale, le conoscenze tradizionali, le espressioni culturali o gli artefatti dalla cultura di qualcun altro. Questo può includere l’uso non autorizzato della danza, dell’abbigliamento, della musica, della lingua, del folclore, della cucina, della medicina tradizionale, dei simboli religiosi ecc. di un’altra cultura.

La studiosa Susan Scafidi che nel suo libro “Who Owns Culture? Authenticity and Appropriation in American Law” ha cercato di definire anche giuridicamente l’ambito di applicazione del concetto di appropriazione culturale. Con il sostegno di Diane von Furstenberg ha fondato e dirige il Fashion Law Institute.
La studiosa Susan Scafidi che nel suo libro “Who Owns Culture? Authenticity and Appropriation in American Law” ha cercato di definire anche giuridicamente l’ambito di applicazione del concetto di appropriazione culturale. Con il sostegno di Diane von Furstenberg ha fondato e dirige il Fashion Law Institute.

Ciò che mi colpisce di questa definizione è l’espressione “senza permesso”. Come facciamo, noi scrittori di narrativa, a ricercare il “permesso” per usare un personaggio di un’altra razza o cultura, o impiegare la lingua di un gruppo linguistico al quale non apparteniamo? Che facciamo? Mettiamo una bancarella all’angolo di una strada e avviciniamo i passanti per ottenere il permesso di impiegare un personaggio indonesiano nel capitolo dodici?

Sono pertanto fiduciosa che il concetto di “appropriazione culturale” sia una moda passeggera, una sorta di ipersensibilità transitoria. Il contatto tra persone con background diversi, che si stropicciano l’una contro l’altra e si scambiano idee e comportamenti, è uno degli aspetti più fecondi e affascinanti della vita urbana moderna.

Ma questa ultima e un poco assurda moda del diniego è parte di un più ampio clima di, diciamo, iper-sensibilità collettiva che, sciorinando un’ampia rosa di proibizioni nell’interesse della giustizia sociale e del politicamente corretto, limitano il lavoro dei creativi e nella prospettiva rendono impossibile portarlo avanti.

Kate Perry agli American Music Awards del 2013.
Kate Perry agli American Music Awards del 2013.

Finora, la maggior parte di questi ridicoli casi di “appropriazione” si sono avuti nella moda, nella danza e nella musica. Agli American Music Awards del 2013, Katy Perry si è agghindata come una geisha. Secondo lo scrittore arabo-americano Randa Jarrar, per qualcuno della mia stessa provenienza culturale praticare la danza del ventre è “appropriazione bianca di una danza medio-orientale”, mentre secondo “The Daily Beast” Iggy Azalea (rapper e modella australiana) ha commesso un “crimine culturale” imitando il rap praticato dagli artisti di colore e poetando in “blaccent” (accento tipico degli afro-americani).

Il crimine delle “dita appiccicose di appropriazione culturale” si estende anche alle pratiche sportive o meditative. All’università di Ottawa, in Canada, un’insegnante di yoga è stata pubblicamente umiliata a tal punto da dover sospendere le sue lezioni, “perché lo yoga, originariamente, viene dall’India”. Si è allora offerta di re-intitolare il corso, “Allontanamento consapevole”. Il purismo ha raggiunto anche il mondo del cibo. Sostenuti da Lena Dunham (la premiata interprete di Hannah Horvath in Girls), gli studenti dell’Oberlin College in Ohio hanno contestato “il cibo culturalmente inappropriato”, come il sushi, servito alla loro mensa (commensali fortunati — ai miei tempi, non abbiamo mai avuto sushi alla mensa), la cui inautenticità offende culture differenti come quella giapponese.

Seriamente, abbiamo ancora persone che si chiedono se sia appropriato per i bianchi mangiare pad thai. Girando la frittata, immagino che questo significhi anche che un originario della Carolina del Nord possa sentirsi insultato se i thailandesi se mangiano bistecche fatte col barbecue. (Scommetto che si scambieranno le pietanze con reciproca soddisfazione).

Questa stesso tipo di iper-sensibilità, però, sta arrivando anche in libreria. Domandiamoci: chi è l’appropriatore per eccellenza? È chi prende a prestito le voci, la lingua, i sentimenti e gli idiomi propri di altre persone. È chi mette letteralmente le parole in bocca a persone diverse da lui o da lei. È chi osa entrare nelle teste di estranei. È chi ha la faccia tosta di proiettare pensieri e sentimenti nelle menti degli altri, rubando i loro pensieri più intimi. È chi assorbe, come un bambino in un negozio di dolciumi, ogni vista, odore, sensazione o conversazione per potersi appropriare di quelle sensazioni. Chi è, insomma, questo professionista della rapina seriale? Chi è il primo borsaiolo delle arti? È Il narratore di storie, ecco chi è il ladro.

… E ora parliamo di “autenticità”

cold_bloodQuella del romanziere, per sua stessa natura, è una vocazione irrispettosa, indiscreta, voyeuristica, cleptomane e presuntuosa. E queste sono proprio le caratteristiche della fiction al suo stadio più elevato. Quando Truman Capote raccontava storie dal punto di vista degli assassini e dei condannati a morte o da quello di una classe economica inferiore alla sua, aveva un bel po’ di fegato. Ma per scrivere storie ci vuole un bel po’ di fegato.

Per quanto riguarda l’ossessione della pulizia culturale e dell’“autenticità”, la fiction è di per sé inautentica. È falsa, è coscientemente e volutamente falsa. È proprio la falsità la natura di questa forma artistica che parla di persone che non esistono ed eventi che non sono ma accaduti. La posta in gioco non è se il romanzo onora la realtà; ma se lo scrittore può cavarsela nel narrarla.

Nel suo romanzo del 2009, Little Bee, Chris Cleave — che partecipa a questo festival — ha avuto il coraggio scrivere dal punto di vista di una ragazzina nigeriana di 14 anni, sebbene sia maschio, bianco e britannico. Rimarrò neutrale sul punto se “se la sia cavata” in termini letterari, perché non ho ancora letto il libro.

In linea di principio, ammiro il suo coraggio, se non altro perché ha sollevato una questione di etica forense. In una recensione su “SFGate” si leggeva:

Quando un autore maschio bianco scrive come una giovane ragazza nigeriana, è un atto di empatia o un furto di identità? — si è chiesto il recensore. Quando un autore finge di essere qualcuno che non è, lo fa per raccontare una storia al di fuori della sua gamma esperienziale. Ma, a sua volta, deve stare attento a non sfruttare i suoi personaggi, a non usarli per la sua storia.

Un attimo! Diamine, mettendoli sulla pagina sta necessariamente “sfruttando” i suoi personaggi. E ovviamente li sta anche usando per la sua storia! Come potrebbe non essere così? Sono i suoi personaggi, li può manipolare per il suo capriccio, lo può manipolare per realizzare qualunque scopo abbia intenzione di raggiungere.

Il recensore ha ricordato a Cleave l’obbligo di “chiarire che sta rappresentando [la ragazza], piuttosto che sfruttarla”. Di nuovo, una falsa dicotomia. Certo che la sta sfruttando! È il suo libro, e lui che l’ha inventata. Il personaggio è la sua creatura, da sfruttare per ogni evenienza. Eppure la recensione gli rimprovera che “occorre prestare particolare attenzione a una storia da raccontare che non è implicitamente tua” e si preoccupa che “Cleave spinga i propri limiti forse oltre le sue stesse intenzioni”.

Il poster del film “… E ora parliamo di Kevin” che ha portato alla interprete, Tilda Swinton e alla regista Lynne Ramsay numerosi e importanti riconoscimenti.
Il poster del film “… E ora parliamo di Kevin” che ha portato alla interprete, Tilda Swinton e alla regista Lynne Ramsay numerosi e importanti riconoscimenti.

Certo, ma viene, però, da chiedersi quali possano essere le storie che appartengono davvero agli scrittori e quali siano i confini che delimitano il loro lavoro? Direi che qualsiasi storia che uno scrittore inventa è sua e tentare di superare i confini dell’esperienza personale fa parte del mestiere dello scrittore di romanzi. Spero che gli scrittori di romanzi gialli, ad esempio, non abbiano tutti un’esperienza personale di assassini e uccisioni, come vorrebbero gli assertori dell’“autenticità”. Io stessa, senza essere una serial killer, sono entrata nella mente di un folle omicida rappresentando la follia assassina in E ora parliamo di Kevin. Mi dispiace per i puristi, ma io non ho mai scoccato frecce che hanno ucciso sette bambini, un insegnante e un ausiliare in un liceo.

Ci inventiamo qualcosa, ci prendiamo dei rischi, facciamo qualche ricerca, ma alla fine si tratta ancora una volta di come possiamo farla franca — di come possiamo convincere, o meglio “ingannare”, i nostri lettori. Perché l’esito ultimo di tenere fuori le dita da un’esperienza che non ci appartiene è che quello di uccidere la fiction. Tutto ciò che rimane è un libro di memorie. Ed ecco il comma 22 della richiesta autenticità; ecco dove non possiamo davvero vincere. Nello stesso tempo in cui scriveremo solo delle nostre esperienze in nome dell’”autenticità,” verremo rimproverati di non aver rappresentato nelle nostre storie una umanità sufficientemente differenziata. È quello che è successo con il mio romanzo più recente, I mandible. Una famiglia, 2029–2047 [disponibile in italiano].

Le critiche insensate a “I mandible”

mandibleI mandible, è stato preso di mira da un recensore per aver descritto un’America “normale e bianca”. È questa la mia America, quella in cui sono cresciuta. Si dà proprio il caso che I mandible sia la saga di una famiglia bianca di Brooklyn. Non ero istintivamente incline a inserirvi un travestito o un bisessuale, per non introdurre elementi che avrebbero potuto distogliere dal tema centrale, quello dell’economia apocalittica. Eppure proprio la critica che ha ricevuto il romanzo implica che noi narratori dobbiamo introdurre nel nostro cast personaggi appartenenti a una varietà di gruppi, come se dovessimo riempire di matricole una classe in un’università con rigidi requisiti di ammissione delle diversità.

In effetti si vede questa sorta di populismo solo in televisione. C’è stato un momento negli ultimi anni ’90 in cui ogni sitcom o dramma doveva avere un personaggio, o una coppia, gay o lesbica. Questo era un buon voucher per il successo dell’iniziativa, ma alla fine è diventata una faccenda po’ tediosa e trita. Diceva: guardateci, il nostro spettacolo è alla moda, uno dei personaggi è omosessuale! Ora stiamo ripetendo lo stesso schema con i personaggi transgender in serie come Transparent e Orange is the New Black. Grazie, ma mi piacerebbe ancora tenermi il diritto di romanziere di usare solo i personaggi che riguardano la mia storia.

Quali potrebbero essere le conseguenze? Dobbiamo coltivare il nostro orto e scrivere solo di noi stessi o delle persone come noi, perché non dobbiamo rubacchiare l’esperienza altrui, oppure dobbiamo insegnare alle persone come a cantare la pubblicità della Coca-Cola?

Perché a questi chiari di luna può essere pericoloso percorrere la via della diversità. Soprattutto perché sembra esserci un consenso sul concetto espresso dal critico del “SFGate” quando ha affermato: “occorre prestare particolare attenzione a una storia da raccontare che non è implicitamente tua”.

Ne I mandible, ho un personaggio secondario, Luella, che è afroamericana. È sposata con un personaggio più centrale, Douglas, il patriarca di 97 anni della famiglia Mandible. Ho pensato che Douglas, un newyorkese liberal, avrebbe, in modo plausibile, potuto preferire alla moglie un’attraente afroamericana, perché una persona di colore lo avrebbe accreditato all’interno della sua cerchia, e avrebbe anche rintuzzato le infantili obiezioni dei progressisti. Ma alla fine esce fuori che la beffa è per Douglas, perché Luella soffre di demenza precoce, mentre la sua ex-moglie, totalmente sana di mente, finisce con il gestire un ente di beneficenza per la ricerca sulla demenza. Mentre il romanzo raggiunge il suo culmine e la famiglia è ridotta al lastrico, sono costretti a internare la stranulata e disorientata Luella, per impedirle di vagare senza meta.

Ed ecco che il recensore del “Washington Post” ha accusato, senza fondamento, questo libro di essere “razzista”– perché politicamente non pende dalla parte del politicamente corretto del  Partito Democratico. Ha descritto la figura di Luella in questo modo:

I Mandible sono bianchi di Brooklyn. Luella, l’unica afroamericana della famiglia cade nella incontinenza e nella demenza. Le viene messa la camicia di forza. Mentre le fortune dei Mandible declinano rapidamente e la famiglia si riunisce per avventurarsi nelle strade di una New York senza più legge, Luella viene tenuta al guinzaglio come un cane. Se I mandible verrà mai trasformato in un film, il mio suggerimento è che questa immagine non sia utilizzata per il poster del film.

Ne consegue che, secondo il recensore, l’autore, implicitamente, desidera ardentemente il ritorno della schiavitù.

La camicia di forza è dello scrittore

Dopo le critiche insensate al mio romanzo del “Washington Post”, mi sono resa conto che in un mondo dominato dalla politica dell’identità, gli scrittori di fiction devono stare molto attenti. Se decidiamo di rappresentare soggetti appartenenti a gruppi protetti, dobbiamo applicare delle regole speciali. Se un personaggio è di colore, deve essere trattato con i guanti bianchi e non essere mai collocato in scene che, prese fuori dal contesto, potrebbero sembrare irrispettose. Ma questo non è il modo di scrivere. Il fardello è troppo, troppo grande! L’autoesame paralizzante! Il risultato naturale del tipo di critica del “Post” è che la prossima volta non userò nessun personaggio di colore per evitare che mi facciano a pezzi.

Tilda Swinton interpreta Eva Khatchadourian, il personaggio di origine armena, sul quale un lettore di origine armena ha avuto modo di sentire un’offesa alla propria etnia
Tilda Swinton interpreta Eva Khatchadourian, il personaggio di origine armena, sul quale un lettore di origine armena ha avuto modo di sentire un’offesa alla propria etnia

A proposito, mi viene in mente una lettera di un armeno-americano che mi rimproverava di aver scelto come interprete una donna di origine armena (il personaggio si chiama Eva Khatchadourian, interpretata nel film da Tilda Swinton) per il mio settimo romanzo …Dobbiamo parlare di Kevin? Non gli piaceva quello che diceva e sentiva che la sua etnia denigrava tutta la comunità armena. Mi sono sforzata di spiegare che sapevo qualcosa del patrimonio armeno, perché il mio migliore amico negli Stati Uniti è armeno, e pensavo anche che quel qualcosa di oscuro e dolente nella cultura della diaspora armena, era, come atmosfera, pertinente al mio libro. C’è da disperarsi! Tutti negli Stati Uniti hanno un background etnico di qualche tipo, e quando scegliamo qualcuno per interpretare una storia per forza incappiamo in qualche appartenenza!

Il messaggio è chiaro: scrittori, lavorate con personaggi appartenenti alla vostra fascia sociale, così da poter essere duri con loro quanto volete essere duri, e così fargli fare quello che vi pare senza offendere nessuno. Impiegando, invece, un cast fatto di provenienze diverse, la libertà viene meno; si va involontariamente ad abbracciare una serie di regole, come se si dovesse aderire all’Unione Europea. Se si usano razze, etnie e identità di genere e minoranze diverse dalla propria si finisce sotto esame.

Una perdita di libertà creativa

Confesso che questo tipo di esame è finito anche nella mia testa.

Quando ho iniziato la mia carriera di romanziere, per esempio, non ho esitato a scrivere di personaggi afroamericani o di avvalermi dei loro dialetti, per i quali, essendo cresciuta nel Sud degli Stati Uniti, avevo un discreto orecchio. Ora sono molto più ansiosa nel tratteggiare personaggi di razze diverse, e gli accenti mi rendono nervosa.

Ne I mandible, nel descrivere un messicano-americano di seconda generazione sposato con uno dei personaggi principali, ho preferito scrivere i dialoghi in inglese-americano standard, per mettere in chiaro che parlava senza alcun accento, e ho usato l’ispanico solo per espressioni idiomatiche. Certamente ci penserei due volte — più di due volte —prima di scrivere un intero romanzo, o anche una importante parte, dal punto di vista di un personaggio la cui razza è diversa dalla mia — perché anche se mi vendo come iconoclasta — sono molto preoccupata di attirare critiche al vetriolo. Ma penso che tutto ciò sia una perdita. Penso che ciò sia il segno di una contrazione del mio immaginario che non va bene per i libri e non va bene neanche per la mia coscienza.

Scrivendo sotto lo pseudonimo di Edward Schlosser su “Vox”, l’autore del saggio I’m a Liberal Professor, and My Liberal Students Scare Me descrive l’attuale “clima di paura” che esiste nei college americane e “il grande scrutinio” a cui si viene sottoposti dalla sensibilità semantica”. Sono preoccupata che questo suscettibilità semantica, che trasforma la presunta offesa in un’arma, si sia diffusa ben oltre il mondo accademico, in parte grazie ai social media.

È proprio per non perdere la mia ispirazione creativa che rimango fuori da Facebook e Twitter, che potrebbero sicuramente indurmi in un’auto-censura istintiva per timore di suscitare una tempesta su Twitter. Ma penso che tutto ciò, alla resa dei conti, sia una perdita. Penso che ciò sia il segno di una contrazione del mio immaginario che non va bene per i libri e non va bene neanche per la mia anima.

Le conseguenze dell’imbavagliamento

Dieci anni fa, ho fatto il discorso di apertura di questo stesso festival, in cui sostenevo che gli scrittori di narrativa avevano un particolare interesse nel proteggere il “diritto di offendere” gli altri — perché se ferire, anche inavvertitamente, i sentimenti di qualcun altro diventa una giustificazione sufficiente per imbavagliare, allora ci sarà sempre qualcuno che può seccarsi di quello che si scrive, e in questo modo la libertà di parola muore. Con l’ascesa della politica dell’identità, che privilegia il sentimento soggettivo di pregiudizio come base per un’azione censoria, questa è una battaglia che, nel decennio che è trascorso dall’ultima volta che ho parlato qui a Brisbane, abbiamo perduto.

Peggio: l’abbraccio dell’ipersensibilità semantica da parte della sinistra inevitabilmente ha provocato una reazione. Donald Trump ha fatto appello alle persone che non vogliono sentirsi dire quello che possono o non possono dire e fare. Spingendosi contro la cultura mainstream del politicamente corretto, si sono scatenati in una sfida al credo dominante, anche se i loro argomenti sono piuttosto terrificanti.

big_brotherPer quanto riguarda la politica dell’identità applicata alla fiction, ciò che mi ha particolarmente rattristato, nella mia recente esperienza, è l’intolleranza verso chiunque non appartenga al proprio gruppo. Nel 2013, ho pubblicato The Big Brother, un romanzo che è scaturito dalla perdita di mio fratello maggiore, che nel 2009 è venuto a mancare per le complicazioni dell’obesità patologica. Mi sono decisa a scrivere il libro, non solo per il dolore della perdita, ma anche per la compassione che sentivo per quella condizione. Negli anni prima della scomparsa di mio fratello, mentre diventava sempre più pesante, ho visto il modo terribile con cui le altre persone lo trattavano — il modo in cui lo accompagnavano a un tavolo appartato al ristorante, come il personale si scambiava degli sguardi dopo aver ricevuto l’ordine, anche se non gli era stato richiesto più cibo di chiunque altro cliente.

Ero incredibilmente insofferente dal modo in cui le persone sono giudicate in base al loro peso e ho cercato di mettere sulla pagina anche il mio sgomento per quanta energia la gente mette intorno al proprio peso, angosciandosi a causa qualche chilo di troppo. Sia l’autore che il libro erano dalla parte degli angeli obesi, o almeno questo è quello che volevo comunicare al lettore.

Ma negli incontri per promuovere The Big Brother, ho iniziato a notare un certo schema. La maggior parte delle persone che acquistavano il libro e si mettevano in coda per il firma-copie erano magre. Soprattutto negli Stati Uniti, l’obesità è adesso uno di quei temi per cui “o sei con noi, o sei contro di noi”. L’ho verificato quando ho avuto uno scambio di e-mail con un’attivista di “Healthy at Any Size”, che era irritata dal romanzo, che non aveva, peraltro, nemmeno letto. Che si era addirittura rifiutata di leggere! Non sono servite le montagne di spiegazioni per dire che il romanzo era dalla loro parte, che era un libro profondamente addolorato per il modo in cui le persone obese vengono trattate e per il modo in cui vengono ingiustamente giudicate, per vincere l’impressione suscitata dalla foto dell’autrice pelle e ossa sul risvolto di copertina.

Lei e i suoi colleghi del movimento per i diritti degli obesi non volevano saperne. Non potevo capire e parlare di questo tema perché non appartenevo al loro club. Ero un’abusiva. Ho trovato in tutto ciò una delusione artistica, e politica e sopportato anche delle conseguenze commerciali — perché negli Stati Uniti e nel Regno Unito, sono stati solo i fisici stecchini a comprare il libro, il gruppo di potenziali consumatori è evaporato come una pozzanghera d’acqua nella Valle della morte.

Sono preoccupata che il chiassoso mondo della politica dell’identità stia minando le stesse cause che i suoi attivisti dicono di sostenere. Ebbene, come scrittrice di fiction, sì, accidenti, voglio che il mio narratore sia un armeno.

L’appartenenza non è identità

L’appartenenza a un gruppo più ampio non è un’identità. Essere asiatici non è un’identità. Essere gay non è un’identità. Essere sordo, cieco o confinato su una sedia a rotelle non è un’identità, né lo è l’essere economicamente svantaggiati. Recentemente ho recensito un romanzo a cui mi è dispiaciuto dare pollice verso, anche se era terribilmente ben intenzionato e il suo cuore era nel posto giusto. Ma nel raccontare l’esperienza degli immigrati cinesi in America, l’autore proponeva personaggi che erano per lo più cinesi. Tutta la varietà umana del romanzo si esauriva nell’essere cinesi. Il che è frustrante. Ho detto la stessa cosa, la scorsa settimana a Melbourne, in relazione al genere: sia come scrittori che come persone, dovremmo cercare di andare oltre le categorie vincolanti in cui siamo stati arbitrariamente assegnati alla nascita.

Se abbracciamo strettamente un’identità di gruppo, ci mettiamo in quelle stesse gabbie nelle quali gli altri vorrebbero intrappolarci. Ci auto-incaselliamo. Limitiamo la nostra essenza e, presentandoci come parte di un gruppo, come rappresentanti di un tipo, o ambasciatori di quello o un amalgama di queste cose, ci condanniamo all’invisibilità.

La lettura e la scrittura delle storie sono ovviamente guidate dal desiderio di guardare nell’intimità, di auto-esaminarsi e di riflettere su se stessi. Ma le storie nascono anche dal desiderio di liberarsi dalla claustrofobia della propria esperienza e iniziare un viaggio nella esistenza degli altri.

Lo spirito di una buona narrativa è l’esplorazione, la generosità, la curiosità, l’audacia e la compassione. Scrivendo durante il giorno e leggendo alla sera, prima di coricarmi, trovo un enorme sollievo nell’evadere dalla realtà quotidiana. Anche se i romanzi e le storie lo fanno solo creando un’illusione, la finzione aiuta a far cadere le barriere tra noi, e per un po’ ci permette di immergersi nella realtà sorprendente di altre persone.

Alla fine il discrimine non è l’identità ma la qualità delle storie

L’ultima cosa di cui gli scrittori di narrativa hanno bisogno sono le restrizioni su ciò che gli appartiene proprio come scrittori. In una recente intervista, il nostro collega Chris Cleave ha ammesso:

Come cittadino inglese ho diritto di scrivere la storia di una donna nigeriana? … Sono completamente d’accordo con le persone che dicono che non ho il diritto di farlo. La mia unica spiegazione è che so farlo bene.

Il che mi porta al punto cruciale. Non tutti lo facciamo altrettanto bene. Quindi è più che plausibile che scrivendo dal punto di vista, diciamo, di una lesbica mutilata dell’Afghanistan facciamo fiasco. Non troviamo il dialogo giusto e per i dialoghi in Pashto dipendiamo da Google Translate. Gli sforzi per entrare persuasivamente nella vita di persone molto diverse da noi possono fallire: è un dato di fatto. Ma forse piuttosto che stracciarci le vesti, dovremmo cercare di miglioraci. Dopo tutto, la maggior parte della narrativa fa schifo. La maggior parte della scrittura fa schifo. La maggior parte delle cose che le persone fanno fa schifo. Ma questo non significa che non dovremmo fare nulla, per paura di fare qualcosa.

La risposta sta in un moderno cliché: fallire per cercare di migliorarsi. Detto francamente: che sia qualunque cosa, piuttosto che dover connotare i miei personaggio dal punto di osservazione di una donna della Carolina del Nord un po’ saccente, in là con gli anni e alta un metro e sessanta.

Noi, scrittori di romanzi, dobbiamo preservare il nostro diritto di indossare molti cappelli, incluso il sombrero.

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