[Tempo di lettura: 12 minuti]

È ancora la musica l’occhio del ciclone

musicaIn uno spassoso articolo David Carr, Il media columnist del NYTimes, torna sulla vexata quaestio del consumo a costo zero di contenuti su Internet. Al tempo dei mass media, la produzione e la distribuzione della musica registrata, dell’informazione, del video e dei giochi generava a una florida economia. Non era tanto tempo fa: il world wide web c’è da poco più di una 20na d’anni.

Oggi la crescita dei servizi di streaming, capeggiati da Netflix e Spotify, stanno sottoponendo a ulteriore stress economico quel poco che resta dei contenuti a pagamento sulla rete. Questa nuova evoluzione ha riaperto la deprimente discussione sul futuro di quelli che lavorano nell’industria culturale o si guadagnano da vivere con il proprio talento creativo. Se i download a pagamento generavano meno introiti del Cd, adesso lo streaming tende a produrre, a pari volumi distribuiti, ancor meno risorse dei download . Ecco che è ancora una volta la musica a essere la punta di diamante di questo processo che si estenderà anche agli altri comparti del settore media e divertimento. Pandora, Spotify, Beats Music ecc. sono qui per restare e non sono certo qualche promettente novità di cui si discute nei meeting di “Disrupt” di TechCrunch o che cade nel cono di attenzione del fondo futurista Andreesen-Horowitz.

La regola della nuova economia
La musica ha già compiunto un lungo cammino in direzione dei nuovi media e oggi dopo una caduta vertiginosa si trova a risalire.

La musica ha già compiunto un lungo cammino in direzione dei nuovi media e oggi dopo una caduta vertiginosa si trova a risalire.

La musica registrata è veramente il laboratorio dei nuovi media dove succede di tutto. Può essere consolante constatare che la musica ha già compiuto una grande parte del Camino. Lo scorso anno si è finalmente arrestata l’emorragia dei ricavi che nei precedenti 10 anni aveva portato questa industria a essere la metà di quelle che era alle soglie del 2000. Nel 2012 e poi nel 2013 l’industria della musica registrata ha iniziato a crescere anche se a dosi omeopatiche.

Nell’ultimo decennio abbiamo però assistito attoniti a quella che sembra essere la regola economica che accompagna il passaggio dai vecchi ai nuovi media. È un fenomeno piuttosto spaventoso e anche inedito nella sua essenza. Il consumo di musica è quasi raddoppiato, mentre i ricavi dell’intera industria sono quasi dimezzati. In genere funziona al contrario: aumentano i consumi, cresce il mercato e aumentano anche i fatturati dell’industria, l’occupazione e la ricchezza sociale. Con i nuovi media le due linee si muovono in direzioni opposte, verso l’alto i consumi, verso il basso i fatturati. Due studiosi del MIT, Erik Brynjolfsson e Joo Hee Oh, in un paper del 2012 hanno identificato e descritto questo fenomeno accaduto nell’arco di tempo 2004-2008, il “disrupt moment” della musica. Il grafico sotto, prodotto dai due studiosi, visualizza bene questo fenomeno. Impressionante, vero?

Ecco come Brynjolfsson e Joo Hee Oh hanno schematizzato il percorso della musica verso il digitale. Maggiori dettagli si trovano nel paper The Attention Economy: Valuing Free Goods on the Internet

Ecco come Brynjolfsson e Joo Hee Oh hanno schematizzato il percorso della musica verso il digitale. Maggiori dettagli si trovano nel paper The Attention Economy: Valuing Free Goods on the Internet.

La logica del qualcosa per niente
Prendi è gratis.

Prendi è gratis. Per l’economia è come se le pagassi, qualcosa ci compenserà.

Forse la società trae lo stesso un vantaggio dall’economia del qualcosa per niente. In che modo?  I consumatori ottengono ugualmente  beniservizi anche senza una transazione propriamente economica. Volere è ottenere. Ecco una nuova edizione di socialismo, immateriale per l’appunto, che piace moltissimo ai consumatori, anche ai seguaci di Ayn Rand. Alcuni economisti stanno iniziando a premere sui governi perché questo passaggio di beni e servizi gratuiti trovi un qualche posto nella contabilità nazionale. Non è ancora certo come, ma la cosa ha senz’altro un senso. Alla fine si tratta di una sorta di baratto pre-monetario; un patto tacitamente consensuale tra consumatore e piattaforma di distribuzione impostato così: io consumatore, in cambio della musica che mi pomperai sul mio dispositivo,  consento a te, piattaforma, di tenere traccia del mio comportamento e di fare un business, di cui non voglio sapere niente, con le informazioni che potrai raccogliere.

Chi perde in questo patto?  Perdono i produttori, nel caso della musica gli artisti, costretti a sottostare alle condizioni dei distributori che controllano sempre più il business. Perché perdono i musicisti? Perché le risorse che riescono a raccogliere le piattaforme attraverso questo business indiretto, in base al quale distribuisco una cosa ma i soldi li fanno con un’altra attività, raccolgono una frazione dei ricavi che l’industria generava prima del loro avvento. Per ora sono gli investori e il quantitative easing a sostenere questo meccanismo economico, è la fiducia messianica nel qualcosa che sarà, nella religione della “disriptive innovation“.

Adesso vi lasciamo alla lettura dell’articolo di David Carr nella traduzione di Giuseppe de Pirro. Vi diciamo già che se avete molti CD a casa e pensate di venderli al mercato del pulci, non ci provate neppure! Il loro valore è quello della plastica che li contiene. La musica non costa più niente.

* * *

L’esplosione della gratuità
Nessuno si sognerebbe di ricevere gratis un grappolo d'uva come questo. La musica però la vogliano gratis? C'è una spiegazione a ciò?

Nessuno si sognerebbe di ricevere gratis un grappolo d’uva come questo. La musica però la vogliano gratis? C’è una spiegazione a ciò?

Ieri sera sul tardi mi sono fermato al banco di frutta e un meraviglioso grappolo d’uva rossa ha catturato la mia attenzione. Il venditore ha detto che un grappolo di un chilo sarebbe costato 6 dollari, il che mi è apparso un ladrocinio. Sono stato sul punto di dirglielo, e poi mi sono ricreduto e gli ho dato i soldi che chiedeva.

Mi sono meravigliato del fatto che abbia esitato quando è arrivato il momento di pagare e mi sono reso conto che, proprio in qualità di ulteriore partecipante all’economia del “Qualcosa in cambio di Niente”, mi ero abituato ad ottenere ogni sorta di delizia a costo zero.

Per tutto il giorno, avevo utilizzato una suite di servizi di Google – e-mail, contatti, documenti – ad un costo pari a zero. Ho usato un’applicazione gratuita chiamata HopStop per tracciare il mio percorso in metropolitana fino a Brooklyn al fine di incontrare mia figlia per la cena, ho quindi utilizzato una mappatura gratuita incorporata nel mio iPhone per procedere sino al ristorante. Lungo la strada, ho ascoltato canzoni su canzoni grazie alla versione gratuita di Spotify. C’erano alcune spese per i servizi relativi ai dati, tuttavia in generale, stavo consumando gratuitamente.

L’esplosione della gratuità viene avvertita in tutta l’economia, ma la musica è un settore che ha prodotto la colonna sonora dell’esistenza americana contemporanea. Gli artisti stanno lamentando gli effetti rovinosi dello streaming, e nessuno vuole trovarsi a dover assistere al giorno in cui la musica dovesse morire.

La musica è stata gratuita per decenni attraverso il miracolo della radio sovvenzionata dalla pubblicità, ma i servizi di streaming sono diversi dalla radio perché posso ascoltare ciò che voglio, tutte le volte che lo voglio. La promessa implicita della radio risiedeva nel presupposto che i consumatori ascoltavano la canzone che amavano per poi acquistarla. Ma quando mi piace qualcosa su Spotify, la mia reazione è di ascoltarne ancora di più su Spotify. Potrei pagare 10 dollari al mese per la versione premium e l’ho fatto in passato, ma al momento, mi attengo al servizio gratuito e tollero della pubblicità occasionale.

L’era dell’abbondanza
Nel solo mese di maggio Pandora ha servito in streaming 1,7 miliardi di ore di musica.

Nel solo mese di maggio Pandora ha servito in streaming 1,7 miliardi di ore di musica.

Con la penuria ormai terminata, le canzoni sono nell’aria, una nebbia attraverso la quale ci muoviamo come nell’abbondante profumo di un grande magazzino. Non collezioniamo più musica; la musica ci sta rotolando addosso dalle varie piattaforme di streaming.

Spotify ha raddoppiato il numero dei suoi abbonati, paganti e non paganti, negli ultimi 18 mesi e lo scorso mese ha raggiunto il traguardo dei 10 milioni di abbonati paganti in tutto il mondo. Nel mese di maggio, Pandora ha emesso 1,7 miliardi di ore di musica, in crescita del 28 per cento rispetto all’anno precedente. I due servizi presentano considerevoli differenze, ma entrambi hanno opzioni premium a pagamento, nonché versioni gratuite finanziate dalla pubblicità. E Amazon, Apple e YouTube stanno tutti muovendo rapidamente verso lo streaming.

Si tratta di un mondo alquanto recente con colossi che si scontrano, alla ricerca di un luogo da cui trarre profitto, all’interno di un contesto normativo che non si è evoluto molto da quando i Rolling Stones hanno sfornato il loro primo successo. Il Dipartimento della Giustizia ha annunciato che avrebbe rivisto gli accordi vecchi di 73 anni che regolano Ascap e BMI, le agenzie sovrintendono alle licenze per le stazioni radio, gli spazi pubblici ed i siti web. Queste agenzie raccolgono quasi 2 miliardi di dollari l’anno in royalties, ma operano in base a sentenze consensuali che essi asseriscono non danno loro la possibilità di negoziare accordi attuabili in epoca di streaming.

La musica è gratis e basta!
35 dollari il prezzo ricavato dalla vendita delle centinaia di CD collezionati da David Carr negli anni. Il prezzo includeva anche il mobiletto porta CD.

35 dollari il prezzo ricavato dalla vendita delle centinaia di CD collezionati da David Carr negli anni. Il prezzo includeva anche il mobiletto porta CD.

Molte etichette discografiche e molti musicisti e cantautori con cui lavorano affermano che lo streaming alimenta il rischio che essi vengano spazzati via dal pagamento di royalties esigue, ma le persone che creano tutta questa ghiotta musica in realtà sono amati alla follia dai fan che si aspettano che tutto ciò sia gratuito.

E va solo a peggiorare. Consegnate un CD musicale a un adolescente di 10 anni e chiedetegli a cosa serve. La maggior parte non vedrà mai una canzone come un qualcosa che è stato imprigionato in di un disco o un download per il quale si debba pagare.

E non riguarda solo i preadolescenti. Qualche settimana fa, abbiamo avuto una vendita di oggetti usati a casa nostra e avevo intenzione di separarmi solamente da circa la metà dei miei libri. Quando ho esaminato la mia collezione di CD e ho riflettuto in merito a cosa avrei voluto tenere, la mia risposta è stata, ehm, niente. Ce n’erano centinaia, collezionati con cura per più di un decennio, alcuni erano dei regali, alcuni addirittura registrati da amici o da band delle quali avevo scritto, ma erano rimasti inutilizzati per anni. Ho assegnato loro un prezzo di un quarto del valore di ciascuno e alla fine qualcuno ha offerto 35 dollari per l’intero lotto ed abbiamo capitolato. Vi abbiamo persino incluso lo scaffale porta cd.

I libri hanno mantenuto un qualche valore nel mio personale ecosistema in evoluzione dei media, in parte perché il manufatto fisico è più attraente della custodia di plastica del CD (che può essere aperta solo con un piede di porco). Le collezioni di CD non esprimono più alcuna identità culturale (gli LP, che stanno tornando in auge come prodotto di nicchia , sono una questione diversa).

La fuga della musica è iniziata non appena è stato possibile trasformare le canzoni in tanti uno e zero. Quando Steve Jobs della Apple ha deciso che il prezzo di una canzone fosse 99 centesimi, ha “salvato” un’industria discografica assediata dalla pirateria dall’annichilimento di circa la metà di essa. Le persone hanno smesso di comprare gli album e acquistano solamente le canzoni che desiderano, una scissione che ha spazzato via l’inefficienza – ovvero il profitto sotto un altro nome.

Tra ciò che ho comprato e ciò che ho masterizzato, mi sono ritrovato con circa 7.000 canzoni. Ma indovinate un po’? Neppure le ascolto. Perché dovrei quando senza pensare posso premere un semplice pulsante?

Il tramonto dei download
Il cantautore Neil Young si è spesso lamentato della perdita di qualità sonora dei file MP3 rispetto alla qualità di riproduzione dei CD audio.C'è qualcuno che è interessato a questo tema? No!

Il cantautore canadese Neil Young si è spesso lamentato della perdita di qualità sonora dei file MP3 rispetto alla qualità di riproduzione dei CD audio.C’è qualcuno che è interessato a questo tema? No!

Ho scritto un profilo di Neil Young qualche tempo fa nel quale egli si scagliava contro la perdita di qualità del suono, tuttavia come ha affermato Clay Shirky, professore presso l’Interactive Telecommunications Program della New York University, “l’abbastanza buono è abbastanza buono”. La comodità di premere il pulsante di un dispositivo portatile che trasmette in modalità wireless a un altoparlante risulterà sempre vincente rispetto all’andare in cerca di un CD con una qualità audio lievemente migliore ed inserirlo in un qualche dispositivo.

Dovrei credere di essere l’unico pigro? Le vendite dei download digitali sono calate di uno spropositato 13 per cento nel primo trimestre di quest’anno, dopo una caduta del 5 per cento nel 2013, che è stato il primo anno dal debutto di iTunes nel quale le vendite di musica digitale sono diminuite. Apple lo ha sicuramente notato; meno di due settimane fa, ha annunciato di voler acquistare Beats Electronics in un affare di 3 miliardi dollari che include un nascente servizio di streaming musicale.

L’acquisizione comprende anche le costose cuffie Beats, 300 dollari e più in una varietà di colori in modo da fungere anche da accessorio di moda. La gente spende ancora molti soldi per i dispositivi e migliaia di persone hanno speso almeno 250 dollari per un accesso di tre giorni al Governor’s Ball Music Festival di New York. Si tratta di una curiosa disparità: gli appassionati sono disposti a pagare fior di dollari per un accessorio o un evento musicale, ma non vogliono assolutamente pagare per ascoltare la musica.

Che succederà agli artisti?
L'ultimo albun du Beyoncé uscito a sorpresa su iTunes ha venduto milioni di copie. O sei un blockbuster o a malapena esisti, ecco un'altra regola del commercio della creatività.

L’ultimo albun du Beyoncé uscito a sorpresa su iTunes ha venduto milioni di copie. O sei un blockbuster o a malapena esisti, ecco un’altra regola del commercio della creatività.

Scrivendo sul The Daily Beast, il musicista Van Dyke Parks ha affermato che ai bei vecchi tempi, una canzone che ha scritto recentemente con Ringo Starr gli avrebbe procurato “una casa e una piscina”. Ma ai tassi attuali delle royalty, ha stimato che lui e l’ex-Beatle racimolerebbero meno di 80 dollari, il che significa che dovrà scegliere tra una casa delle bambole ed una piscina per bambini e poi condividerla con Mr. Starr.

Superstar come Beyoncé possono lanciare senza preavviso una bomba su iTunes e vendere un milione di copie in meno di due settimane, ma la maggior parte degli artisti stanno avendo problemi a restare a galla tra i flutti. I servizi di streaming sostengono che, crescendo la loro base di abbonati, i musicisti saranno in grado di sopravvivere grazie a tante piccole fette di una torta molto grande.

Durante il viaggio in autobus verso casa, ho mandato in streaming la gran parte del meraviglioso nuovo album dei Parquet Courts, gentile concessione del paradosso “Qualcosa in cambio di Niente”. Gli acini d’uva da 6 dollari erano deliziosi, tra l’altro, ma li ho consumati lentamente ed intenzionalmente, ognuno di essi portava con sé non solo la squisitezza, ma la consapevolezza che li avevo pagati.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>