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Il peso del refuso ortografico

stopNei confronti del refuso ortografico i lettori si spartiscono in tre spicchi uguali. Un terzo non lo tollera assolutamente e lo reputa, in quasi tutti i contesti, una trascuratezza che connota malamente il suo autore e il contenuto che lo ospita, indipendentemente dalla sua qualità che passa in secondo piano. Per esempio i recensori dell’Economist, il magazine più snob del pianeta, nella sezione dedicata ai libri non mancano di additare, con un certo cinismo, la presenza di un problema di questo tipo, dimenticandosi che anche nel loro magazine si sono errori di quel tipo.

Un altro terzo lo tollera agevolmente come un portato inevitabile dei nostri tempi, come lo sono le fastidiose foglie nel giardino dopo il passaggio della tramontana.

L’altro terzo neppure se ne accorge. Personalmente appartengo a questa terza categoria, ma parecchi dei miei amici sono nella prima. Sono troppo concentrato sul contenuto per accorgermi dell’ortografia che viene corretta automaticamente dal correttore ortografico mentale. Capisco che è un atteggiamento individualistico.

La spartizione varia abbastanza se guardiamo alla tipologia di contenuto. Per i libri che costano più di 15 euro, come i libri di testo, quelli universitari, grande parte della saggistica e della fiction in novità e il libro illustrato, spesso il refuso ortografico è veramente disturbante e viene considerato un difetto di fabbrica come il granello di sabbia nel vetro. Questo sentiment scema con il calare del prezzo. In un libro resta comunque sempre qualcosa di disturbante per il lettore. A tal punto che Amazon, che ha una soluzione per tutto, ha preso un hangar a Bangalore dove, assistiti da algoritmi, migliaia di controllori di nazionalità indiana passano al vaglio i libri per pescare i refusi ortografici e segnalarli ad Amazon che a sua volta li inoltra agli editori/autori con la minaccia di mettere una spunta negativa sulla scheda del libro nella sua libreria online. I puristi dell’ortografia, che in genere sono anche i nemici di Amazon, in questo caso devono pagare un tributo al gigante dell’e-commerce.

Nella stampa periodica e nei siti d’informazione ormai l’ortografia è un optional e non fa inorridire più nessun lettore. I giornalisti fanno del loro meglio per evitare gli errori di battitura o di altro tipo, ma ormai non c’è più nessun collega nell’apposita area a verificare il prodotto della loro digitazione. Quelle aree sono diventate “spazi in locazione”.

Il mondo social è la fabbrica dei refusi, ma grande parte degli utenti intensivi dei social media appartengono alla terza categoria, neanche se accorgono. Sono altre le cose a cui guardano e che stimolano il loro appetito.

Refusi epici
La "Bibbia dei peccatori" del 1631 con il più famoso refuso della storia.

La “Bibbia del peccatore” del 1631 con il più famoso refuso della storia “Thou shalt commit adultery”.

Adesso ci sono anche i refusi presidenziali. Si sta parlando naturalmente di Trump, che, però insolitamente per lui, è in buona compagnia. Si dice che George Washington e Abraham Lincoln fossero un po’ approssimativi con l’ortografia. Il che non ha, però, impedito loro di essere grandi presidenti e di avere il proprio volto scolpito su una montagna. William Shakespeare e Jane Austen non scrivevano correttamente il loro nome. Anche Hemingway, sapiente saldatore di parole, aveva una vaga idea della loro ortografia. I futuristi e i dadaisti elevarono il refuso a massima espressione della creatività. Marinetti parlava di “ortografia libera espressiva” e “parole in libertà”. Un antesignano di Twitter. Anche Svevo, senza essere futurista, era piuttosto libertario con l’ortografia e la sintassi, ma ciò non impedì a Montale di apprezzarne il grandissimo valore letterario.

Nel 1631 Robert Barker e Martin Lucas, stampatori in Londra (su commissione reale) della Bibbia di San Giacomo, furono incarcerati nella torre di Londra per un “non” omesso nella elencazione dei 10 comandamenti: il nono comandamento era diventato “Commetterai adulterio”. Si dice che non sia stato tanto una negligenza, quanto un atto di sabotaggio della concorrenza, peraltro ben riuscito: la stamperia Backer infatti uscì dal mercato.

In genere le edizioni con i refusi diventano dei ricercati pezzi d’antiquariato e il loro valore è superiore a quello delle copie non difettate. Una delle restanti 10 copie della bibbia del 1631 (definita la “Bibbia del peccatore”) è andata all’asta battuta a 15mila sterline. Chi fosse interessato a conoscere i dieci peggiori refusi della Bibbia può dilettarsi con l’omonimo articolo pubblicato sul Guardian.

Quando nel 1937 D’Annunzio si imbatte nella sua opera completa, appena stampata da Mondadori senza badare a spese, in “Basilisco” al posto di “Basilico” nella Francesca da Rimini, si gettò come una furia a rileggere tutto il corpo della sua opus magnum, ravvisando una manciata di refusi nei 49 volumi editi da Mondadori. Allora convocò al Vittoriale un tocoliere e fece stampare a proprie spese tre o quattro esemplari senza i refusi con una plaquette a scorno del buon Angelo Sodini che non aveva supervisionato adeguatamente l’opera per via di quella “manciata di orrendi refusi che deturpavano l’opera”.

L'incerta grafia della firma di Shakespeare

L’incerta grafia della firma di Shakespeare

Per secoli portare le parole al pubblico, in grado di riceverle, è stato la prerogativa di una aristocratica élite. Un pugno di chierici e di imprenditori si è assunto il compito di filtrare i contenuti da pubblicare. Ne è nata una filiera molto selezionata che ha reiterato i propri riti per secoli. In questa industria elitaria, piuttosto esclusiva e spesso soggiogata a gruppi d’interesse, il refuso o l’errore ortografico difficilmente percolava nei contenuti destinati al pubblico. L’istruzione pubblica ha poi elevato l’ortografia al pari della matematica, forse un gradino sopra, grazie a Croce e Gentile, quando all’ingresso dell’Accademia platonica era scritto “Non entri chi non sa la geometria”.

Questo modello editoriale è passato intonso nell’epoca dei mass media che hanno solo allargato quantitativamente l’offerta come conseguenza dell’alfabetizzazione totale e all’istruzione obbligatoria.

Oggi è più facile non essere bocciati in ortografia

websterTutto questo ha retto fino al duemila quando la rete e l’avvento dei social media ha buttato giù ogni tramezzo tra lo scrivere e il pubblicare, divenuti due momenti dello stesso istante. Pure lo status superiore e alto dello scrivere rispetto al parlare ha subito un livellamento brutale al quale i sopravvissuti dell’epoca dei mass media devono ancora abituarsi.

Eppure siamo ancora di fronte a un paradosso con Internet. Scrivere correttamente non è mai stato così facile e basterebbe solo un briciolo di voglia di farlo. I correttori ortografici, grammaticali e perfino sintattici sono ormai incorporati in ogni tool di scrittura e funzionano anche durante la digitazione delle parole, suggerendone spesso, ma non sempre, la grafia corretta. Per esempio il correttore dell’iPhone sostituisce automaticamente “sta” con “sto arrivando”. Qualcuno lo ha detto a Tim Cook? Se poi c’è un dubbio che la spartanità del correttore non riesce a sciogliere si può googolare il termine e affidarsi alla meravigliosa funzione “forse cercavi …” e in genere c’indovina. Grazie di esistere, Google.

Queste sono tutte di piccole grandi azioni che aiuterebbero anche a migliorare lo stato di salute dei primi della classe del liceo classico che soffrono la sindrome ortografica e che riceverebbero un certo sollievo dall’avere sotto gli occhi un testo formalmente corretto. In alternativa sarebbe sufficiente un altro atto molto elementare, leggere quello che si è scritto. Entrambe queste azioni sarebbero anche un gesto di virtù civica e di rispetto verso le persone alle quali ci rivolgiamo.

Ma l’immanenza e la compulsione del pubblicare, che è diventata quasi un’azione istintiva di natura pavloviana, non lascia tempo e spazio mentale per l’ortografia. Quindi sarà bene abituarsi al calpestamento dell’ortografia da parte della mandria dei bisonti dei social media.

Trump manda fuori molti errori di ortografia nei suoi tweet postati nottetempo, prontamente corretti al primo mattino dal proprio staff, ma non certo inosservati visto che il Presidente USA ha un indice di attenzione superiore a Games of Thrones. Farhad Manjoo, il media columnist del New York Times, si è domandato se si debbano perdonare i refusi del Twitter in Chef, visto che, per sua stessa ammissione, ambisce al premio Nobel per la letteratura.

Ne è uscito un articolo divertente con una conclusione che condivido appieno. Sono molto più fastidiosi gli svarioni di storia del Presidente USA, perché con la storia si dovrebbe tendere a costruire la politica. Ma ls storia non la conosce più nessuno ormai. Come si fa a sentire dire che i boulevard di Parigi sono stati costruiti da Napoleone Bonaparte o che la Corea del Nord è stata parte della Cina e che lo stesso Napoleone ha perduto la campagna di Russia perché troppo impegnato in attività extracurricolari (ma questa è una battuta) La CNN, che si è fatta uno scopo di vita nello sputtanare il biondo presidente e la sua amministrazione, non manca mai di notare e commentare, alimentando un circolo vizioso che non serve alla causa della democrazia.

Vi proponiamo di seguito l’articolo di Manjoo. Il titolo  dell’articolo è “So Trump Makes Spelling Errors. In the Twitter Age, Whoo Does”. Buon divertimento.

* * *

L’ortografia di Trump è un problema?
Le tre versioni del tweet di Trump su Charlottesville.

Le tre versioni del tweet di Trump su Charlottesville.

Mentre in tutto il paese si tenevano delle manifestazioni contro i neonazisti di Charlotteville, il presidente Trump ha fatto qualcosa di veramente sconcertante su Twitter: ha fatto una dichiarazione equilibrata, lodando i manifestanti antisuprematisti.

Ma la tradiva manifestazione di sensibilità istituzionale è stata messa in ombra da qualcosa che per lui è diventato un problema frequente: ha fatto un pasticcio con l’ortografia. In alcune versioni del suo conciliante tweet aveva confuso il plurale con il singolare, e scritto malamente il termine (“heal” con “heel”) che cambiava senso della frase (forse Freud lo chiamerebbe lapsus, cfr. i tacchi indossati da Melania Trump nella sua prima visita agli alluvionati di Houston). Nonostante che questi errori siano stati visibili solo per pochi minuti prima di essere rimossi, è partito lo sfottò su Twitter.

Questo non è stato il primo inciampo del presidente con l’ortografia.

Trump dice di cavarsela bene con le parole, ma sembra essere piuttosto in difficoltà a ricordarsi come si scrivono e come si mettono insieme correttamente. Si sono già pescati almeno una mezza dozzina di errori di ortografia nei suoi tweet (e ancor di più nelle dichiarazioni del suo staff). Alcuni di questi sono lievi – “counsel” per “council,” “gas” al posto di “has,” “tapp” invece di “tap” –, altri sono più gravi – “unpresidented” per “unprecedented,” “honered” al posto di “honored” – e altri impescrutabili – “covfefe”.

Al che io dico “Lett Trrump bee” (Lassamolo perde’).

Ci sono un sacco di motivi per criticare il comportamento, la politica e le dichiarazioni di Trump, specialmente nei suoi tweet. Mai suoi errori di ortografia non sono un problema.

In effetti sarebbe meglio lasciar perdere gli errori di ortografia di tutti. Nell’era digitale dell’autocorrezione e della pubblicazione elettronica, che può essere effettuata da remoto, per non menzionare i social media che premiano l’autenticità e l’immediatezza rispetto alla perfezione formale, l’ortografia è diventata qualcosa di facilmente perdonabile. Non importa conoscerla come succedeva obbligatoriamente una volta perché oggi ci sono degli strumenti che possono catturare e correggere gli errori – così non è un gran problema se nella prima bozza si scrive “heel” invece di “heal”.

La gente è molto affezionata all’ortografia, naturalmente. Quando per la prima volta ho accennato alla perdonabilità degli errori di ortografia dei politici, sono stato sommerso da una valanga di critiche su Twitter. Mia Moglie si è irritata a tal punto che ha smesso di parlarmi per il resto della giornata. Quando ho mandato una email al mio direttore dicendo che avevo intenzione di difendere l’ortografia di Trump, mi ha risposto “Dovresti dare retta a tua moglie”.

Così ho fatto quello che normalmente faccio quando mi confronto con opinioni contrarie: ho cercato su Internet. Ho letto la storia degli errori standard di ortografia e che cosa questi significano da un punto di vista cognitivo. Ho scoperto una ricca storia in proposito. E ho letto un libro di un professore di Oxford sul cambiamento di atteggiamento nei confronti dell’ortografia e poi gli ho anche parlato a lungo di persona.

Conclusione: è venuto fuori, come direbbe Trump, che ho ragione al 100%. Ecco le tre ragioni per le quali non dovremmo preoccuparci dell’ortografia di Trump come di quella di qualsiasi altra persona.

Twitter, la prima bozza dei pensieri del mondo

vomitChi non commette errori su Twitter, vuol dire che sta sbagliando mezzo di comunicazione.

Twitter è un caos. Sulla base dei requisiti linguistici elementari come l’ortografia, la punteggiatura, la completezza delle frasi, Twitter appare come un vomito di parole. Ci sono delle ragioni tecniche. Twitter limita i post a 140 caratteri e molti sono prodotti e consumati rapidamente sui dispositivi mobili. Ciò incoraggia le abbreviazioni, gli acronimi il textese e altre scorciatoie linguistiche per non parlare dei refusi umani e di quelli degli strumenti di autocorrezione.

Per la sparuta ma combattiva banda di assetati twitter-dipendenti (come il sottoscritto), lo squallore sintattico di Twitter è un ineliminabile effetto collaterale della sua stessa essenza, che è l’immediatezza. L’attrattività di Twitter risiede proprio nel suo essere il luogo dove depositare le prime ed essenziali osservazioni su quanto accade intorno a noi– è come se fosse la prima bozza dei pensieri del mondo

Questa immediatezza inevitabilmente richiama l’errore e l’esagerazione, che è anche la cosa più divertente. Su Twitter succede che qualcuno dica la cosa sbagliata, nel posto e nel momento sbagliato, si diverta nel farlo, poi se ne dimentichi per tornare a ripeterla il giorno dopo.

Se l’immediatezza richiama l’errore, allora l’errore, a sua volta, richiama l’umanità. Un errore comune ai politici e ai brand che si affacciano su Twitter è che scrivono i tweet come se scrivessero un comunicato stampa ufficiale. Usano frasi complete, parole importanti e l’intero tono è elevato come se indossassero corpetto e cravatta a un pigiama party.

Alcuni dei migliori account di Twitter, al contrario, utilizzano la sciatteria testuale di proposito per ottenere una sorta accattivante candore che potrebbe andare perduto con una prosa più formale.

Non sto insinuando che Trump usa scientemente gli errori (anche se ho il sospetto che da qualche anno a questa parte i politici lo facciamo per sembrare più autentici). In ogni caso i suoi errori aggiungono un’aura di autenticità al suo operato. Offrono una nuda, diretta vista sulla sua mente, anche perché sappiamo che egli posta direttamente i tweet, il che si desume chiaramente da tutti gli errori che mette, come quando ha postato “hereby” invece di “hear by”, poi lo ha cancellato e quindi lo ha sbagliato di nuovo per azzeccarlo solo al terzo tentativo.

Criticare lo spelling è elitario
L'ortografia ha messo fine alla carriera politica di di Dan Quayle, 44° vicepresidente degli Stati Uniti.

L’ortografia ha messo fine alla carriera politica di di Dan Quayle, 44° vicepresidente degli Stati Uniti.

Potete giustamente obiettare che prendersi poca cura dell’ortografia su Twitter va bene per le persone ordinarie, ma un presidente dovrebbe elevarsi sopra i costumi anarchici dei social media. Le persone noiose tendono a usare sempre lo stesso argomento ogni volta che un politico usa un mezzo di comunicazione in modo nuovo. È successo con Bill Clinton nel 1994 al talk show su MTV e a Barak Obama quando è stato intervistato da alcune star di YouTube come GloZell Green, che una volta ha fatto il bagno in un vasca deglutendo compulsivamente rondelle di cereale sparse nell’acqua (14 milioni di visualizzazioni).

Ma c’è un’ancora più profonda forma di elitismo sottostante alla critica al cattivo uso dell’ortografia. È la correlazione dell’ortografia con il grado di istruzione e di intelligenza, una messa in relazione che è, in realtà, non esiste.

Non c’è alcuna prova scientifica che suggerisca una cosa del genere. Nello stesso modo che alcuni hanno una predisposizione per l’aritmetica, altri sono più portati all’ortografia dei loro simili (alcune persone hanno delle disfunzioni lessicali, come la dislessia, che rende l’ortografia particolarmente ostica). Seppur si possa essere bravi in ortografia può succedere di essere delle capre in altre cose e viceversa se si è capre in ortografia si può essere geni in altre attività.

Confrontati con gli errori legati ai numeri, quelli di ortografia attirano di più l’attenzione. Quando Obama dichiarò di aver visitato 57 stati e che ne restavano ancora due da fare, tutti capirono, ad eccezione dei suoi più accaniti oppositori, che si trattava di un vuoto di memoria. Ma quando Dan Quayle (vicepresidente con Bush senior) dichiarò che “potato” si scriveva “potatoe”, la sua carriera giunse a fine, perché tutti pensarono che il vice presidente fosse un cretino.

In “Does Spelling Matter?” Simon Horobin, un professore di inglese al Magdalen College di Oxford, afferma che la gente non è sempre così intrattabile a proposito dell’ortografia. L’ortografia standard dell’inglese è venuta con il progresso tecnologico – cioè la tipografia che richiedeva un modo uniforme e condiviso di scrivere le parole. Così per grande parte del 18 e del 19 secolo l’ortografia fu appannaggio solo dei tipografi. La gente comune usava la propria nella corrispondenza privata e nei diari. Ciò valeva anche per i presidenti che erano piuttosto sciatti con l’uso delle parole. Abraham Lincoln, per esempio, sbagliava quasi tutte le parole compresi i nomi dei campi di battaglia della Guerra di Secessione (“Fort Sumpter” invece di “Sumter”); scriveva “inaugural” come “inaugeral” e confondeva “emancipation” e “immancipation.”

Fu solo nel 20 secolo, quando l’ortografia diventò curricolare nella moderna pubblica istruzione, che l’abilità a memorizzare il modo di scrivere di determinate parole iniziò a ottenere una considerazione sociale. “Divenne immediatamente l’unità di misura dell’istruzione e dello status sociale”, dice Horobin. “Esiste un equivoco su che cosa sia l’ortografia, È essenzialmente un test di memoria, un esercizio di apprendimento automatico – ma noi lo consideriamo molto più di questo”.

Focalizzarsi sull’ortografia impedisce di apprezzare il contenuto

content-i-the-kingÈ solo da poche centinaia di anni che l’ortografia standardizzata regola la nostra comunicazione. Ci è stata molto utile. Pertanto penso che l’idea di abbandonarla, o rilassarci sul suo utilizzo, sia terrificante e costituisca il primo passo di un breve cammino verso il declino della nostra civiltà. Alla fine c’è anche il test delle praline m&m – se qualcuno usa correttamente l’ortografia vuol dire che si prende cura anche della scrittura alla stesso modo che il gruppo rock dei Van Halen proibiva l’uso delle praline m&ms durante i loro tour come prova l’attenzione ai dettagli dello staff incaricato di preparare la scenografia dei loro concerti. Ergo, gli errori d’ortografia di Trump e del suo staff segnalano una certa generale sciatteria.

Questo è una deduzione corretta. Ma chiudo con due cose.

La prima. La sciatteria viene incoraggiata piuttosto che dissuasa dai nostri dispositivi. Obama e il suo staff commettevano errori di ortografia e testuali; uno dei suoi consiglieri sulla comunicazione ha fatto un refuso tipico di Twitter: ha scritto “bigger” con una “N”.

La seconda. Non ci sono poche prove scientifiche a dimostrare una correlazione tra il mispelling sui dispositivi elettronici e altre disfunzionalità linguistiche. Uno studio, infatti, mostra che i ragazzi che usano frequentemente il testese tendono ad essere migliori in grammatica di coloro che non lo utilizzano.

Tutto questo fa pensare che semplicemente diamo troppo peso alla ortografia e agli altri errori tipografici. Bisogna focalizzarci su ciò che uno scrive, non su come è l’ortografia. Horobin ha detto: “Si vede su Twitter. Quando qualcuno posta qualcosa di veramente terribile – razzista od omofobico – e un sacco di gente replica con un “aha”, noto che è stata fatto un errore con la parola “its” e pertanto in forza di quell’errore non vale la pena neanche di perdere tempo a replicare a quel contenuto. Mi sembra che così non si sia afferrato il concetto. Un tweet razzista è un tweet razziata, che sia scritto bene o male”.

Pertanto concentriamoci sul contenuto, non sull’ortografia.

* * *

“Chiunque pensa a un modo univoco di scrivere una parola manca ovviamente di immaginazione… Fainali, xen, aafte sam 20 iers ov orxogrefkl riform, wi wud hev a lojikl, kohirnt speling in ius xrewawt xe Ingliy-spiking werld.”

Mark Twain

aha!

 

O come dice Totò a Beppino nella Malafemmina: “Dico io, adesso che stiamo a Milano, finalmente, vogliamo andare a vedere questo famoso Colosseo”. Troppo forte direbbe Ciro Ferrara.

Lo sbaglio è arte.

 

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