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Dal caos delle notizie online alla pagina di vetro

News onlineInternet ha nociuto più alla carta stampata che alla televisione: quest’ultima comincia ad avere qualche fastidio adesso, ma la carta stampata è stata coventrizzata da Internet. Sino a un paio d’anni fa ci si chiedeva sicuri della risposta: “Chi mai pagherà più per una notizia o un’opinione adesso che sono arrivati anche i dispositivi intelligenti tascabili con Internet a bordo?” Nessuno. E così era. Un’indagine condotta in Francia da McKinsey nel 2010 rilevava che meno del 5% degli intervistati si diceva ben disposto nei confronti delle notizie a pagamento online.  L’altro 95% le pretendeva gratis.

Poi è successo che sui tablet le applicazioni sono diventate più importanti di Internet e così le notizie sono diventate pagine di vetro con i consumatori che hanno cominciato ad apprezzare di nuovo gli impaginati belli e ordinati, le immagini vivaci, i contenuti ben strutturati e continuamente aggiornati. Tutti attributi del leggere e dell’informarsi che erano andati perduti nel calderone sanamente anarchico delle pagine web simili al traffico di Il Cairo all’imbrunire con i fastidiosi banner, i messaggi interstiziali e gli annunci di Google che cercavano di indovinare quelli che stavi pensando senza azzeccarci. Il paradosso ha voluto che invece di distruggere definitivamente l’industria della notizia, gli smartphone e i tablet siano diventati la scialuppa di salvataggio di un grande barcone alla deriva, quello dei giornali e dei giornalisti.

Adesso abbiamo la certezza che è proprio così, ma i giornali non possono ancora stappare lo champagne. Il business è veramente cambiato ed è venuto il tempo dell’austerità.

Buone notizie per le notizie

Un recente studio del Reuters Institute for the Study of Journalism all’Università di Oxford dal titolo “Digital News Report 2013” (curatori Nic Newman e David A. L. Levy) discute ampiamente i risultati di una indagine condotta in 9 paesi (tra cui l’Italia) su un campione di 11mila consumatori. Da questa indagine emerge una grossa novità che ha sorpreso anche i curatori della ricerca; si tratta della disponibilità dei consumatori a pagare per i contenuti online che è in significativa crescita globale grazie alla diffusione dei dispositvi mobili e alla proliferazione dei modelli metrici di accesso alle notizie che limitano quantitativamente la visione gratuita degli articoli.

Negli Stati Uniti, Regno Unito, Danimarca, Francia e Germania tra il 9 e l’11% degli intervistati sta già acquistando contenuti giornalistici. La percentuale sale dal 16% al 24% in Spagna, Italia, Giappone e Brasile. Un altro 14%, che non acquista ancora le notizie, ha dichiarato che probabilmente lo farà in futuro con in testa gli utenti dei paesi con una minore penetrazione di Internet (vedi figura sotto).

Ecco le parole che gli editori stavano aspettando di ascoltare al posto delle solite profezie apocalittiche di Clay Shirky. Il direttore del Reuters Research Institute, Robert Picard, ha dichiarato infatti:

Abbiamo dei movimenti che indicano la possibilità di monetizzare le notizie nel mondo digitale, che sono capaci di sostenere operazioni economiche sulle news.

Gli hanno poi fatto eco gli autori del report:

Eravamo in caduta libera e adesso s’inizia a vedere arrivare soldi che rendono brillante la prospettiva dell’industria… Il rapporto di quest’anno offre alcuni segnali di speranza per coloro che investono nei contenuti originali.

Pagare notizie e contenuti online

Le quote sono ancora molto piccole e non possono certo avere effetti significativi sull’economia del comparto, ma manifestano una tendenza interessante soprattutto in alcuni paesi dove in appena un anno sono raddoppiati.

La disponibilità pagare per le notizie online è elevata anche tra coloro che non si sono dichiarati “news lover”. In alcuni paesi, come l’Italia, il differenziale è molto contenuto. Un dato importante a prova del fatto che esiste un interesse considerevole verso l’informazione da parte del grande pubblico.

Ma che è successo?

Quale fattore c’è dietro questa transazione tanto inattesa quanto confortante. Eccolo: il 20% dei giovani intervistati tra i 25 e i 34 anni, gli utilizzatori forti di tablet, hanno manifestato la loro intenzione positiva verso forme di notizie online a pagamento. La disponibilità aumenta con il crescere del reddito.

Un terzo di questi giovani usa un tablet e chi usa un tablet è più abituato a pagare per i contenuti, infatti il 24% del campione con un tablet paga per i contenuti contro il 12% di chi usa il computer e il web per informarsi. Il tablet funziona benissimo per vendere giornali e notizie.

Il 25% degli intervistati di tutti i paesi possiede un tablet e il 16% lo usa per leggere le notizie. In alcuni paesi come il Regno Unito gli utilizzatori del tablet per le notizie sono raddoppiati negli ultimi 10 mesi. Più di un quarto degli intervistati usa almeno due device per accedere alle notizie – e il 7% tre – in una logica di multivisione che è un fenomeno comune a tutti i media. Coloro che possiedono un device mobile sono ancora più attivi nel consumo di notizie: l’81% le guarda anche in TV, il 49% legge un giornale a stampa e 43% le ascolta dalla radio.

Altra conclusione: le notizie devono essere distribuite su tutte le piattaforme con soluzioni adatte a ciascuna piattaforma. Il sito web ottimizzato può essere limitativo, occorrono offerte diversificate e adatte a promuovere la migliore user experience.

È interessante un altro dato che emerge dalle interviste: ci sono più persone di quanto si pensi interessate all’informazione di attualità, tra il 17% e il 27%, con l’Italia che tocca un interessante 24%. Su questo aspetto faremo un post specifico su ebookextra.

Fonte di accesso alle notizie

Il computer resta il veicolo ampiamente più utilizzato per accedere alle notizie. I dati mostrano la predilizione degli italiani per i dispositivi mobili il cui utilizzo non è molto lontano da quello dei paesi più sviluppati sul piano tecnologico come la Danimarca.

E gli editori?

Nic Newman, uno degli autori del rapporto, ha dato un’indicazione preziosissima agli editori quando ha scritto in apertura dell’”executive summary”: “Le notizie stanno diventando più mobili, più sociali e più in tempo reale”. Ecco delineati i tre pilastri di una possibile rifondazione dell’industria: mobilità, socialità e istantaneità.

Gli editori devono dunque affrettarsi a immettere sul mercato idee e servizi basati su applicazioni mobili che offrono o organizzano le notizie. Laddove questo processo è più lento, o ritardato dalla volontà degli editori, la crisi è più acuta. Francia e Germania sono i paesi dove l’industria tradizionale tiene maggiormente: il 58% dei tedeschi intervistati usa una sola fonte per le notizie, il giornale, quando questa quota è appena il 35% negli USA e il 29% in Giappone. Una “linea Maginot” che ottiene l’appoggio attivo dei governi e dei parlamenti di Parigi e di Berlino, ma come tutti i protezionismi non si sa quanto giovi all’economia e ai consumatori.

Gli editori hanno ancora un grande capitale da spendere: tutti lettori, sia giovani che anziani, valutano moltissimo in termini di accuratezza, fiducia, affidabilità e serietà i brand tradizionali. Per i giornali si va dal 87% del Regno Unito, al 65% del Giappone, con i lettori italiani che si affidano per il 74% all’offerta delle testate giornalistiche tradizionali.

Anche i nuovi brand giornalistici dell’online (HuffPost, Yahoo news ecc.) hanno un’ottima reputazione con punte del 56% negli Stati Uniti e il 78% in Giappone (Italia 47%); anche blog e social media ricevono un’attenzione crescente che li trasforma in competitor insidiosi delle testate e dei servizi tradizionali. Italia, Spagna e Brasile ottengono le maggiori percentuali di consenso. Conclusione: niente sta cannibalizzando niente, i marchi storici non sono spodestati dai new comers che tendono ad aggiungersi piuttosto che a sostituire i primi nelle preferenze dei lettori. L’ecosistema delle notizie digitali tende a espandere la base dei lettori, pesca più all’esterno che all’interno dell’audience classica dei lettori dei giornali.

Una situazione che gli editori, invece, dovranno cercare di correggere riguarda la modalità in cui i lettori arrivano alla notizia: la maggioranza non vi arriva andando subito sulla testata online, ma attraverso una ricerca – Google per esempio – (in Italia siamo al 50%) o una risorsa social – Facebook, per esempio –, in percentuale inferiore ma in forte crescita. Negli Stati Uniti sono ben il 47% gli intervistati sotto i 45 anni che raggiungono una notizia attraverso un social media. La fidelizzazione alla testata online resta un obiettivo piuttosto che essere un dato di fatto.

Ma c’è un fatto che si fa fatica a riconoscere e metabolizzare, tanto è duro da ammettere. Lo spiega bene Robert Picard:

Le notizie digitali a pagamento saranno un prodotto diretto a un’udienza nicchia più che un prodotto che va a collocarsi sul mercato di massa dei consumatori.

È l’epitaffio sull’epoca dei mass media. Una cosa a cui dovremo/dovranno abituarci/si.

Reputazione dei brand

Un grandissimo valore che non è stato intaccato dall’avvento del digitale è la notorietà e la reputazione dei grandi brand del giornalismo che hanno costruito un rapporto di fiducia con i lettori che rimane pressoché intatto.

Segue il video (in lingua inglese) di presentazione dei risultati della ricerca, assai ben fatto.

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