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Se tutto è possibile

REGOLEPer inquietante che possa sembrare, la realtà nella quale stiamo entrando sempre più massicciamente, sia pur a variabilità e velocità diversificate, a seconda dell’area geografica, sociale, culturale, economica, e aggiungerei anche anagrafica, è quella del ciberspazio. Quella, per intenderci, dove effettuiamo sempre più spesso i nostri acquisti, dove “coltiviamo le nostre amicizie”, dove svolgiamo innumerevoli pratiche fino a poco fa esclusivamente cartacee, e dove assumiamo  sempre più spesso le informazioni. Ma anche quella dove un presidente di uno stato concorre a far eleggere quello di un altro stato a lui più congeniale ( leggi Putin e Trump), o dove qualcuno riesce a infamare, ma fino ad un certo punto, chi crede, ricorrendo ai vari social.

In questa nuova realtà “ciberspaziale” non valgono più, o non valgono del tutto,  le regole che hanno fino ad oggi disciplinato la società, la cultura, la politica, l’economia e il vivere comune: esse si rivelano insufficienti, parziali, carenti, inadeguate a regolamentare un mondo tutto nuovo. Occorrono pertanto nuove regole e nuovi comportamenti, che però non sono stati ancora elaborati del tutto, né tantomeno assorbiti dal contesto che dovrebbero disciplinare, per cui restano ampi spazi privi di una regolamentazione efficace e condivisa da tutti,  tale da ispirare e indirizzare i comportamenti di singoli, enti e istituzioni.  E a mo’ di esempio basta guardare quanto sta accadendo in materia fiscale tra le grandi multinazionali, google, airbnb, apple, amazon, facebook,  e così via e i singoli stati, il nostro per primo, che sta faticosamente cercando di dotarsi di una web tax adeguata.

In questa fase di assoluta transizione, con un quadro normativo e comportamentale in ritardo rispetto alla nuova realtà, come  è ovvio che sia e come è sempre avvenuto, la domanda da porsi è pertanto quella di come si possano disciplinare i contrasti che inevitabilmente vengono a crearsi in una società complessa.

 

postÈ questo il tema di fondo  dell’interessantissimo libro Il post-giornalismo, a cura di Mario Mancini, uscito per i tipi della casa editrice go-ware di Firenze, nell’aprile del 2017. Nei sei saggi che lo compongono, uno dei quali ad opera dello stesso Mancini e gli altri di assoluti esperti in materia, del calibro di Thomas Friedman, colummnist del “New York Times” e vincitore di tre premi Pulitzer, si prende a paradigma il caso controverso che ha visto scontrarsi Hulk Hogan, il celebre wrestler con i baffoni a manubrio, contro un blog di pettegolezzi ( e di molto altro ancora) come Gawker. Questo infatti ha messo in rete, all’insaputa dei protagonisti, un video di circa 30 minuti, in cui Hulk Hogan fa sesso con la moglie del suo ex-migliore amico, un conduttore radiofonico molto popolare, Bubba the love sponge ( Bubba, la spugna dell’amore), giustificando tale decisione come irrinunciabile diritto alla cronaca dei cittadini, sancito dal Primo emendamento della costituzione degli Stati Uniti. La cosa ha suscitato un’enorme attrattiva visto il clamore del fatto e la popolarità del soggetto, tradottasi in poco tempo in milioni di visualizzazioni che hanno procurato al blog un ingente guadagno.

La risposta del wrestler, amato da milioni e milioni di spettatori in tutto il mondo, è stata, giustamente, rabbiosa, nel nome del diritto alla tutela della privacy, diritto di uguale, se non ancora maggior rilievo di quello dell’informazione. Sono scesi in campo sostenitori dell’una e dell’altra parte, in particolare  Peter Thiel, un miliardario co-fondatore di paypal e ben presente nell’azionariato di facebook, che ha assicurato a Hogan una copertura finanziaria senza limiti, supportati da squadre di legali pagati più che profumatamente. Alla fine la vittoria è arrisa al grande lottatore, al quale è andato un risarcimento, per noi comuni mortali assurdamente pazzesco e lontano da ogni logica di questo mondo, di 140 milioni di dollari, fra danni  morali, di immagine, e di vario tipo. In seguito, pare, ridotto a 31, in virtù di un accordo tra lo stesso Hogan e la Gawker Media, che in cambio avrebbe evitato di ricorrere in appello.  Sono cifre astronomiche, delle quali comunque sentiremo parlare sempre più spesso via via che ci si inoltrerà in questa società “ciberspaziale”, ma non spropositate per la società nord americana, nella quale, riporta il libro, una cronista sportiva, Erin Andrews, ha ricevuto 5 milioni di dollari per una causa intentata e vinta a una catena di alberghi, per essere stata ripresa nuda, a sua insaputa, in una camera dell’albergo e finita nella rete.

Vittoria della privacy? Dipende
Sopra; il motto del New York Times. Sotto; rivisitato dalle testate web

Sopra: il motto del New York Times.
Sotto: il motto rivisitato dalle testate del cyberspazio

A questo punto sembrerebbe che la partita dovesse essere conclusa, con la vittoria del sacrosanto diritto alla tutela della privacy, che dovrebbe  prevalere sul diritto all’informazione. E questo anche per salvaguardare casi più o meno analoghi, ma conclusisi tragicamente anche nel nostro paese, che hanno evidenziato come il diritto alla privacy meriti una tutela maggiore rispetto a quello dell’ informazione. Ma la partita è davvero finita? O la sentenza in America sul caso Hogan-Gawker è dovuta in larga parte alla discesa in campo di una squadra di legali di assoluto rilievo. E se uno non potesse permettersi una assistenza legale di quel tipo, cosa succederebbe? Si può ipotizzare che le cose andrebbero diversamente? E’ lecito pensarlo. Al momento si può solo aggiungere che sarebbe auspicabile che il legislatore intervenisse quanto prima e con assoluta chiarezza in materia, e che emettesse una norma precisa, non contestabile da nessuno e che definisse bene  il raggio di azione sia dell’informazione che della tutela della privacy.

Un libro insomma da comprare, il post-giornalismo,  nella versione digitale, come in quella cartacea, e soprattutto da leggere e meditare, nella convinzione che quanto è accaduto e sta accadendo nella maggiore democrazia occidentale del pianeta, si trasferirà, forse prima di quanto si pensi, anche nel nostro sonnacchioso paese, sempre preso dalle dispute partitiche e forse troppo distante dai grandi temi della società. Anche questo ci ricorda il pamphlet del Mancini: un motivo in più per non farselo scappare.

 

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