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“Non sbagliatevi: Spotify non pagherà i nuovi artisti che scoprite con lo streaming”. Se lo dice un tweet di Thom Yorke, voce dei Radiohead e degli Atoms For Peace, ci credi quasi ciecamente. A dire il vero, i gruppi emergenti che approdano sulla piattaforma di streaming Spotify qualche soldo lo incassano pure, ma non si tratta di cifre da capogiro. Si parla di circa 0,004 dollari per ogni pezzo ascoltato dagli utenti.

La polemica sollevata da Yorke fotografa un mondo che in molti già conoscevano da tempo: i termini d’uso di Spotify prevedono che agli artisti presenti sulla piattaforma sia corrisposta una cifra calcolata in base al numero di streaming globali della giornata. Come spiega l’artista D.A. Wallace in una intervista su Hypebot, le forme di pagamento dipendono da diversi fattori:

“[Noi di Spotify] aggreghiamo tutti i profitti provenienti da due canali (pubblicità e account premium, nda) e ne distribuiamo il 70% in royalties sulla base della popolarità di ogni singolo brano. Per esempio, se una delle tue canzoni copre l’1% di tutti gli streaming totali del mese, tu riceverai l’1% del 70% di royalties che paghiamo agli aventi diritto. Corrispondiamo questa cifra a chiunque possegga tali diritti. Se ti appoggi a TuneCore noi pagheremo loro direttamente e dato che TuneCore non prende percentuali, qualunque cifra noi giriamo loro va direttamente all’artista. Se tu sei in accordi con una casa discografica noi pagheremo l’etichetta, che a sua volta è responsabile del pagamento all’artista in base al contratto che ha stretto con lui”.

zoe keating

 

Le cifre di cui si parla in giro sono attendibili?

Pare proprio di sì. The Atlantic ha raccolto la storia della violoncellista Zoë Keating, artista indipendente che ha pubblicato online un google doc con tutti i ricavi ottenuti dall’ascolto dei propri singoli/album su Spotify e altre piattaforme online tra ottobre 2011 e marzo 2012. Per farla breve, in quel periodo 70.000 ascolti dei suoi brani le hanno fruttato circa 300 dollari netti. Con una cifra del genere non si paga neppure una trasferta.

Per gli artisti con alle spalle una casa discografica le cose andrebbero anche peggio. Alcuni dati raccolti del 2010 parlano addirittura di 0,00029 dollari per ogni brano ascoltato su Spotify (fonte: InformationIsBeautiful, i dati completi li trovate qui). Significa che per guadagnare l’equivalente di uno stipendio minimo di 1.160 dollari un artista dovrebbe raggiungere ben 4 milioni di brani in streaming al mese. Non sono noccioline.

Infatti si tratta di cifre d’ascolto stratosferiche. Giusto per fare un paragone, il tormentone dei Daft Punk “Get Lucky” è ascoltato circa 80.000-100.000 volte alla settimana solo in Italia. Fama a parte, questo significa che un gruppo che canta solo in italiano non ha comunque grandi speranze. Nonostante tutto, anche a livello mondiale i numeri non sono a favore degli artisti, grandi o piccoli che siano. Secondo Wikipedia, a marzo 2013 Spotify vantava 24 milioni di utenti attivi, di cui 6 milioni con sottoscrizione a pagamento.

Ciò può voler dire due cose: che le etichette di distribuzione non sono in grado di strappare a Spotify contratti favorevoli, oppure che le major trattengono per sé la maggior parte dei ricavi provenienti dallo streaming online. Qualunque sia la verità, agli artisti restano solo le briciole. 

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Come si fa a portare la propria musica su Spotify?

Ci sono due strade per approdare su Spotify: A) se sei un artista/gruppo con una casa discografica alle spalle devi chiederle di stringere accordi privati con Spotify come hanno già fatto altre etichette di distribuzione; B) se sei un artista/gruppo indipendente devi scegliere un distributore di musica online dalla lista di aggregatori riconosciuti da Spotify. In entrambi i casi, nessun artista/gruppo può prendere accordi diretti con Spotify perché di mezzo c’è sempre un intermediario (casa discografica o aggregatore).

In poche parole, salta fuori il fatto che Spotify sia solo un aggregatore di aggregatori di streaming musicale. Certo, in superficie c’è altro (funzioni social, account premium, inserzioni pubblicitarie), ma la base vera e propria della piattaforma è un’altra. Lo ha spiegato su Quora il backend developer Niklas Gustavsson: Spotify è un servizio che permette di ascoltare file audio attraverso una cache locale, una rete peer-2-peer o da un database dell’azienda.

Agli artisti indie conviene stare su Spotify?

Sicuramente sì, ma solo per ragioni di immagine. Di certo non li renderà ricchi. Gli artisti guadagnano molto di più su altre piattaforme online. Per esempio, tornando al caso di Zoë Keating, scopriamo che tra il 2011 e il 2012 la musicista ha incassato 46.477 dollari da iTunes, 25.000 dollari da Bandcamp, 8.352 e 2.821 dollari rispettivamente dalla vendita di CD e Mp3 su Amazon. In totale sono più di 80.000 dollari di ricavi netti. Tradotto in ascolti Spotify, per ottenere la stessa cifra ci sarebbero voluti più di 20 milioni di ascolti in sei mesi.

Morale della favola, gli artisti possono ancora fare affidamento sul mondo offline e sulle vendite di CD e vinili (a proposito di LP, date un’occhiata al progetto Long Play – Il suono lungo del vinile). Un post del 2011 sul blog Digita Musica fa il punto sulle fonti di ricavo tipiche di un musicista del terzo millennio – la band Uniform Motion in questo caso – e, sorpresa, vinili e CD garantiscono ancora il 50% di ricavo netto sul prezzo di copertina. Ovviamente non è facile piazzare centinaia di dischi per rientrare almeno delle spese di produzione, ma unendo la vendita di supporti materiali agli album Mp3 è ancora possibile sbarcare il lunario.

Gli artisti indipendenti hanno un futuro?

La risposta è sì, ma ovviamente non avranno (e mai hanno avuto) vita facile. Il caso di Zoë Keating forse è un’eccezione e non tutti gli artisti indipendenti possono vantare un numero di dischi/Mp3 venduti così elevato. Un altro caso eclatante è quello della pianista e cantante Amanda Palmer, che ha mollato la casa discografica per autofinanziare il proprio album grazie alla piattaforma di crowdfunding Kickstarter. A fine campagna ha raccolto più di 1 milione di dollari da circa 25.000 sostenitori. Non tutti i musicisti hanno la fortuna di poter contare sull’aiuto di così tante persone, è vero. Tuttavia, l’arte è fatta così: quando nessuno se ne innamora più, scompare.

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2 Responses to Quanto guadagna un artista indie su Spotify

  1. Sulla stessa lunghezza d’onda. Ancora non è molto chiaro quanto possa fare del bene Spotify alla musica indipendente. Bell’articolo!

  2. [...] è vero. Tuttavia, l’arte è fatta così: quando nessuno se ne innamora più, scompare. reblog <ebook>extra credits: Tech Pop Post SimiliPerché compriamo musica su iTunesL’Istat e i finti [...]

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