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I nuovi territori del software

AnnapurnaL’app economy ha realizzato 68 miliardi di dollari nel 2013 di cui 15,5 miliardi in Europa. Nel 2016 varrà globalmente 143 milioni. Questa è la stima di Vision Mobile, che analizza i trend di questa nuova industria. Si tratta di una cifra enorme che già nel 2013 ha eguagliato il valore generato dall’intera industria dei videogame, il più vibrante comparto dei media. Non male per qualcosa che neppure sei anni fa esisteva.

Lo sviluppo del software applicativo e per il mercato di massa sta migrando dal PC ai dispositivi mobili in mano a due miliardi e mezzo di persone. Anche nel comparto del software gestionale e dei database le app si stanno ritagliando un bel pezzo di torta. C’è da rifare tutto e soprattutto coprire i nuovi territori d’espansione aperti all’industria del software dalla diffusione degli smartphone e dei tablet. Tra questi c’è anche tutta l’area media e intrattenimento dove il divertimento è assicurato.

Agli sviluppatori di applicazioni non manca certo il lavoro e Vision Mobile calcola che in Europa l’app economy abbia creato 600 mila di posti di lavoro. Chi sviluppa nel comparto B2B deve solo decidere quante ore intende lavorare e quali dimensioni dare alla propria attività. Una posizione invidiabile che durerà parecchio.

App Economy

L’Europa è molto ben posizionata nell’ambito dell’app economy globale che ha il suo epicentro negli Stati Uniti.

Quanto valgono gli store di applicazioni per gli sviluppatori?

Più complesso è lo scenario dove operano gli sviluppatori che hanno deciso di pubblicare applicazioni per il mercato di consumo da distribuire come editori indipendenti tramite gli store delle applicazioni. Anche qui i numeri sono impressionanti. Nel 2013 sono state scaricate, secondo Gartner, 83 miliardi di applicazioni, il 91% delle quali gratuite. Nella quasi totalità (90%) sono state prelevate da App Store della Apple e da Google Play. Nel 2016 il numero dei download toccherà i 225 miliardi. Sono numeri colossali che generano risorse interessanti anche se non altrettanto impressionanti. Sempre Gartner ci dice un’altra cosa piuttosto sconvolgente, ma che conferma certe tendenze dell’economia digitale: meno dello 0,01% delle app porta un risultato economico positivo per gli sviluppatori.

Tim Cook

Tim Cook, CEO di Apple, ha dichiarato al WWDC del 2013 che la Apple ha distribuito agli sviluppatori dell’App Store 13 miliardi di dollari.

Non ci sono dati certificati che Apple e Google divulgano solo per scopi promozionali e pertanto dobbiamo ricorrere a stime di terze parti che tendono, però, a divergere. Secondo Gartner gli store di applicazioni nel 2013 hanno generato ricavi di circa 27 miliardi di dollari che cresceranno a 58 miliardi nel 2016. La Apple realizza circa 18 miliardi contro i 9 di Google. Gli sviluppatori si dovrebbero dividere una torta di 19 miliardi di dollari che è di poco superiore al valore globale del Search advertising, giusto per dare un termine di confronto.

Sensibilmente più bassa è la stima di Vision Mobile che valuta la quota degli store di applicazioni in un 20% del valore globale del mercato delle applicazioni (68 miliardi di dollari). La quota sale al 25% con la pubblicità. Si arriva così a una stima di 15 miliardi di dollari che probabilmente è relativa al valore netto generato dagli store.

Stando alle dichiarazioni di Tim Cook, l’App Store di Apple avrebbe distribuito agli sviluppatori 13 miliardi di dollari, confermando così la stima di Gartner. Ma non è dato sapere con certezza. Comunque il mercato c’è ed è robusto. Ma non è questo il punto per gli editori indipendenti di applicazioni.

Ricavi App Store

L’ascesa dei ricavi dell’App Store di Apple sembra la parete terminale dell’Annapurna. La crescita va però rallentando per due ragioni: l’emergere di Google Play e il mercato che sta avviandosi alla maturità.

Il grande bazar degli app store

Il punto è la cosiddetta monetizzazione che toglie il sonno a chi ha deciso di investire tempo e denaro in questo mercato. Sono in molti a interrogarsi su come riuscire a generare ricavi continuativi all’interno di questi store dove “subito e gratis” è il mood dei clienti e dove si trova un po’ di tutto come in un bazar: prodotti altamente professionali e sofisticati accanto a videogiochi di ogni tipo e a gadget che emettono peti e altri suoni corporali per il puro gusto di farlo.

Fosse solo questo: finora si sono visti i più disparati modelli di vendita (che è una parola grossa) e soprattutto si è assistito, anche in modo selvaggio, al dispiegarsi e all’amplificarsi dei fenomeni tipici dei mercati digitali come la logica del “vincitore prende tutto”, lo strapotere di un consumatore insolente, l’irrilevanza del brand, il turnover parossistico delle tendenze e la visibilità che dura mezza giornata. Stare su questo mercato con una certa rilevanza è proprio un’impresa da rocciatori.

Inoltre gli app store sono anche diventati dei canali che i marketer utilizzano sempre di più inserendoli nei loro piani pubblicitari con app gratuite ben concepite, ricolme di gadget e ben imbellettate che entrano subito in competizione di visibilità con quella degli editori puri che non fanno i soldi da un’altra parte, ma li fanno proprio in questo ambiente affollato come le strade de Il Cairo.

Produrre un app di successo

Si tratta di un sfida che richiede molta fortuna e che neppure i capolista delle classifiche riescono a spiegare come l’hanno vinta. Neppure loro sanno perché sono lì, nelle top ten. È come con il cinema: nessuno sa niente e se un film sarà una hit o un flop neppure te lo sanno dire i  banchieri di Goldman Sachs che riescono a far previsioni su tutto.

La giovane professoressa dell’Harvard Business School, Anita Elberse, dice che bisogna scommetere tutto su pochi significativi blockbuster.

La prima preoccupazione di un editore di applicazioni è ottenere una visibilità sufficiente per emergere dall’irrilevanza. Una volta superata la soglia di visibilità si tratta di convertirla in download e infine in vendite. Innescare questa catena di eventi non è una cosa da poco. Secondo un’indagine di Deloitte solo il 20% delle applicazioni gratuite superano i mille download. L’80% rimangono nell’irrilevanza.

Quello che succede con le applicazioni è veramente la concretizzazione, come in laboratorio, della teoria del blockbuster sviluppata, in contrapposizione a quella della coda lunga di Chris Anderson, dalla giovane studiosa di Harvard dei fenomeni media Anita Elberse che ha raccolto i suoi studi in un libro importante edito da McMillan dal titolo che è già un business plan: Blockbusters. Hit-making, Risk-taking, and the Big Business of Entertainment. Prendendo a paradigma la musica la Elberse scrive:

“La tendenza è chiara. Come il mercato della musica digitale cresce, cresce parimenti il numero di titoli che non riescono a vendere abbastanza copie da recuperare l’investimento. Sempre più titoli vendono zero.”

Il modello di business indicato dalla studiosa di Harvard è quindi molto chiaro: scegliere un contenuto popolare e assumere un grosso rischio, investire pesantemente nella produzione e nel marketing e poi distribuire globalmente su tutti i mercati raggiungibili. Non è roba da sviluppatori seduti al tavolo della cucina fino alle ore piccole. E non è roba neanche da start-up “normali”. Non è un caso che i primi due posti dei 10 editori che nel 2013 hanno fatto più soldi sull’App Store siano occupati proprio Disney ed Electronic Arts. Non sembra un modello percorribile dalla maggioranza degli editori di applicazioni per gli store. Ma senz’altro qualche indizio la Elberse lo fornisce, non foss’altro che la coda lunga non funziona per le applicazioni.

Migliori app 2013

Fatta eccezione per Pages e WhatsApp le 10 applicazioni più vendute sono giochi. Fonte Distimo.

Il dilemma della monetizzazione

Torniamo al dilemma che sta affaticando varie menti al pari dell’ultimo teorema di Fermat. La musica ci viene ancora incontro, perché nella musica avviene tutto in anticipo. Come per le app la musica ha un problema: la gente la vuole ascoltare gratis ed è disposta a pagare qualche frazione di euro solo per quella che tira fuori uno “wow”. Ecco perché moltissimi editori di app si sono buttati sul modello freemium che tecnicamente si chiama in-app purchase (IAP). L’app si scarica gratis e dà accesso a un contenuto basico-dimostrativo. Se si desidera proseguire occorre acquistare porzioni di contenuto all’interno dell’app stessa. Quanti passano al pagamento? Non ci sono dati al riguardo, sappiamo però che sui servizi di streaming musicale, che utilizzano lo stesso principio, la conversione da gratis con pubblicità ad abbonamento varia dal 5% per Pandora fino al 12% di Spotify. Non male se si fanno dei grandi numeri. Altrimenti sono problemi.

È interessante leggere sul “New York Times”, nella rubrica “Bits”, la storia raccontata da Jenna Wortham, technology reporter del quotidiano di New York che segue i fenomeni della nuova economia digitale. Nell’articolo “A Missing Revenue Stream From Mobile Apps” racconta gli ostacoli e le aspettative di alcuni editori di nicchia nel monetizzare le loro app.

Potete leggere la traduzione italiana dell’articolo su questo post di ebookextra.

 

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