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Blockbuster

scrittoriJ.K. Rowling per diversi anni è stata il contribuente più importante di Sua Maestà britannica, quest’ultima inclusa. Gli scrittori di bestseller sono al top delle classifiche degli artisti meglio pagati (includendovi anche gli sportivi) a testimonianza che la scrittura è seconda a poche professioni anche sul piano reddituale. La scrittura, oltre a indirizzarsi al grande pubblico, è anche la materia prima per altre arti come il cinema, la televisione, la musica e pertanto ha anche una valenza, diciamo, B2B che, aggiungendosi a quella B2C, porta parecchi quattrini nei conti correnti degli scrittori. A patto che questi ultimi si dotino di un buon agente o, meglio, di un ottimo studio legale; un passaggio dall’uno all’altro che ha effettuato anche la Rowling. Costa parecchio, ma è indispensabile.
Lo scrittore è anche alla sommità della reputazione sociale presso tutte le categorie e le fasce d’età della popolazione. La scrittura è, forse, la forma di talento più rispettata e ammirata in qualsiasi cultura del mondo. Così non è per le arti concorrenti che alle volte suscitano qualche alzata di ciglia da parte del pubblico. Molti non capiscono le valutazioni di certi lavori dei pittori contemporanei e altri s’indignano dello stipendio dei calciatori e degli sportivi, ma nessuno pare scandalizzato dalla paga di certi scrittori che arrivano a guadagnare più dei colleghi che calpestano i campi di calcio, di golf o di tennis. L’autrice delle Sfumature, E.L. James, e lo scrittore seriale James Patterson, nel 2013, hanno guadagnato più di qualsiasi sportivo e perfino più di Lady Gaga. La James e Patterson si sono posizionati al terzo e quarto posto degli artisti più pagati nel comparto media e intrattenimento.

Dopo tre musicisti (gli Ua, Bon Jovi ed Elton John) ci sono due scrittori (E.L. James e James Patterson) tra gli artisti più pagati nel 2013.

Dopo tre musicisti (gli Ua, Bon Jovi ed Elton John) ci sono due scrittori (E.L. James e James Patterson) tra gli artisti più pagati nel 2013.

Stando ai dati di “Forbes”, che compila classifiche di qualsiasi tipo, i dieci autori più pagati del mondo guadagnano complessivamente 404 milioni di dollari, qualcosa di meno dei dieci attori/attrici di Hollywood (465 milioni) e dei dieci atleti meglio retribuiti che portano a casa 550 milioni in tutto. Ben distanziato il plotone dei musicisti: complessivamente i 10 musicisti meglio pagati portano a casa retribuzioni vicine al miliardo di dollari (922 milioni).
Dato quest’ultimo che fa della professione musicale quella con maggiori opportunità di guadagno. Complessivamente trenta persone dotate di un grande talento si aggiudicano 2 miliardi di dollari. Una cifra modica, verrebbe da dire, rispetto ai 6,8 miliardi di dollari, al netto delle tasse, aggiudicatasi da Jan Koum, il co-fondatore di WhatsApp, il cui papà è arrivato dall’Ucraina negli Stati Uniti con pochi rubli in tasca.

Nonostante che gli autori siamo il gruppo di artisti che complessivamente guadagna di meno (sempre riferendosi agli stipendi cumulati del 10 più pagati), resta sempre considerevole la quantità di risorse che si riversa sul comparto dei libri e della scrittura.

Nonostante che gli autori siano il gruppo di artisti che complessivamente guadagna di meno (sempre riferendosi agli stipendi cumulati dei 10 artisti più pagati), resta sempre considerevole la quantità di risorse che si riversa sul comparto dei libri e della scrittura.

E gli altri… come fanno ad arrivare alla fine del mese?
Anita Elberse, la giovane studiosa di Harvard, che nel suo ultimo libro Blockbuster ha illustrato la sua teoria di funzionamento dei prodotti dell'industria culturale al tempo dell'andata al digitale.

Anita Elberse, la giovane studiosa di Harvard, che nel suo ultimo libro Blockbuster ha illustrato la sua teoria sul funzionamento dei prodotti dell’industria culturale al tempo dell’andata al digitale.

Stando ai risultati degli studi di Anita Elberse, la studiosa di Harvard autrice del libro Blockbuster, si potrebbe inferire che i guadagni dei dieci scrittori meglio pagati rappresentano più di un quarto dei ricavi totali realizzati dagli scrittori nel mondo. Se consideriamo che gli altri due quarti potrebbero essere realizzati da un altro migliaio di autori, per la stragrande maggioranza dei professionisti della scrittura che fanno conto sui diritti d’autore rimangono, tutto sommato, risorse piuttosto esigue e senz’altro insufficienti a fare della scrittura una professione liberale solida con la quale mantenere dignitosamente se stessi e la famiglia.
Si calcola che negli Stati Uniti, il mercato di gran lunga più importante per gli scrittori, siano tra le 3000 e le 5000 le persone che vivono con i diritti d’autore. Fatte le debite proporzioni e considerando che il mercato dei libri in Italia è esattamente un decimo di quello USA (a fronte di un quinto della popolazione) in Italia gli scrittori premiati dal mercato con una retribuzione adeguata non superano le 500 persone.

Internet: amore o odio?
Internet ha sconvolto il mondo della scrittura e non solo quello. Verrebbe da dire: mal comune, mezzo gaudio.

Internet ha sconvolto il mondo della scrittura e non solo quello. Verrebbe da dire: mal comune, mezzo gaudio.

Internet è una cosa meravigliosa per chi scrive e vuole far conoscere e diffondere il proprio lavoro, ma è anche qualcosa che aiuta poco economicamente, perché ancora non sono stati elaborati e non si conoscono modelli di business in grado di prendere il posto di quelli che Internet scardina con l’efficienza e la metodicità di una macchina escavatrice.
La musica per esempio, l’arte più devastata da Internet, è oggi in termini economici meno della metà di quello che era alla fine del secolo scorso. Ma c’è un altro fenomeno angosciante: la rete premia la logica del “vincitore sbancaavvantaggiando incommensurabilmente pochi artisti e pochi prodotti e lasciando tutti gli altri nella semioscurità e nella speranza che la teoria della coda lunga possa venire in loro il soccorso. Un’illusione dal sapore asprigno, direbbe l’ineffabile Antita Elberse.
Un articolo di Robert McCrum apparso su “The Observer” e intitolato “From bestseller to bust: is this the end of an author’s life?” spiega bene, come recita il catenaccio: “La stretta creditizia e Internet stanno rendendo la scrittura una carriera molto più difficile di quanto lo sia stato una generazione fa”. Robert McCrum parla di autori affermarti che nel Regno Unito, uno dei più importanti mercati editoriali, stanno facendo fatica ad arrivare alla fine del mese. Invitiamo a leggere questo articolo pubblicato su “The Guardian” e riprodotto in traduzione italiana anche su “Internazione” n. 1043, del 28 aprile 2014. In ogni caso lo trovate qui di seguito in traduzione integrale. Un testo che merita i 10 minuti che domanda per essere letto.

* * *

Sull’orlo dell’indigenza
Rupert Thompson. Spera di poter continuare a scrivere, ma non c'è certezza economica.

Rupert Thompson spera di poter continuare a scrivere, ma non c’è certezza economica.

Rupert Thomson ha scritto nove romanzi compreso The Insult (1996) che David Bowie ha posto tra i centro libri imperdibili e Morte di un’assassina è entrato nella rosa ristretta del premio “Costa Novel of the Year 2007”. Il suo ultimo libro, Secrecy, è “brillante da raggelare” (“Financial Times”), mentre il “Daily Mail” l’ha trovato “affascinante”. Secondo l’“Independent” “oggi nel Regno Unito nessuno scrive bene come lui”.
Thomson è stato paragonato a J.G. Ballard, Elmore Leonard, Mervyn Peake e perfino a Kafka. Insomma è un autore affermato e di successo con una produzione di tutto rispetto.
Dopo avere lavorato sette giorni su sette senza neppure una vacanza e adesso che si sta avvicinando ai 60, ci sarebbe da attendersi un sudato periodo di sicurezza e di tranquillità, con la vecchiaia che incombe. Ma non è così. Per alcuni anni ha preso in affitto uno studio a Black Prince road, sulla riva sud di Londra, dove si reca tutti i giorni. Di recente, dopo aver fatto i conti delle spese, ha deciso di ricavare un piccolo studio nell’attico di casa: un metro e mezzo per tre in quella che chiama “la mia soffitta”. Lo spazio è così angusto che con il suo metro e 82 riesce a stare dritto solo sulla soglia, ciononostante ricava una sinistra soddisfazione dal misurarsi con questa situazione difficile.

L’unica cosa che mi interessa è avere abbastanza denaro per continuare a scrivere a tempo pieno. E non si tratta di una gran cifra. Presumo che si possa pensare che sono stato abbastanza fortunato per aver potuto fare, fino a questo punto, quello che mi è piaciuto. Purtroppo la longevità non è più un segno di potere.

Thomson non è ancora sul lastrico, ma poco ci manca. La storia della soffitta è una parabola della vita degli scrittori nel Regno Unito di oggi. Dall’inizio della crisi economica hanno iniziato a tirare la cinghia e, in casi estremi, a precipitare in un abisso di indigenza. “L’anno scorso”, ha detto Paul Bailey all’“Observer” nel 2010, “è stato un vero inferno”. In privato sono molti gli autori che liberamente parlano dei loro timori per il futuro, elencando apertamente i loro sforzi per arrivare alla fine del mese. Per esempio Hanif Kureishi, che di recente ha perduto i risparmi di una vita per un raggiro, mi ha raccontato quanto sia diventata difficile la sua situazione. Non è un fatto di soldi è il fatto che la professione di autore è a rischio.

Ritorno al bohémien?
Tim Waterstone. La sua catena di libreria ha contribuito moltissimo all'affermazione economica degli scrittori britannici delle ultime generazioni.

Tim Waterstone. La sua catena di librerie ha contribuito moltissimo all’affermazione economica degli scrittori britannici delle ultime generazioni.

Dopo un periodo di tranquillità economica e di prosperità, durato all’incirca una generazione (dal 1980 al 2007), gli scrittori inglesi devono confrontarsi con le difficoltà affrontate dagli artisti di ogni epoca. (Si dice dei residenti di Grub Street del XVIII secolo che “conobbero il lusso, poi la miseria, ma mai l’agio”). Thomson sta ripensando la sua situazione nell’attesa che succeda qualcosa di buono, come il Micawber di Dickens in David Copperfield:

Non compro niente, né vestiti né beni di lusso, niente. Non ho uno stipendio né una moglie ricca, un’eredità o una pensione. Non ho nulla a cui potermi appoggiare. Non c’è alcuna rete di sicurezza.

Insieme a molti altri, Thomson si trova ad affrontare problemi senza precedenti per la sua sopravvivenza come scrittore.
Guardando indietro, il punto di svolta per gli scrittori inglesi è arrivato nel 1980. Per la prima volta il Booker prize fu trasmesso in tv e l’anno seguente fu conferito a l figli della mezzanotte di Salman Rushdie. Da allora, il mondo letterario visse una sorta di boom, come specchio dell’irrazionale esuberanza dell’economia. Tim Waterstone, con la sua catena di librerie, rivoluzionò la distribuzione. Gli scrittori ottennero i titoli dei giornali. In questo clima di euforia gli anticipi pagati dagli editori raggiunsero un livello tale che ogni criterio di ragionevolezza economica era buttato alle ortiche.
Thomson ricorda esattamente quando la festa finì. Stava partecipando a un evento nell’autunno del 2008 e gli capitò di parlare con Lee Braxton, un editor della Faber & Faber. Ricorda così quel colloquio:

Mi disse e non per la prima volta, quanto sarebbe piaciuto a Faber pubblicare le mie opere; e poi aggiunse: “ma non possiamo permettercelo”. Gli chiesi quanto sarebbero stati disposti pagare e lui fece riferimento a un anticipo pagato per due libri. Era la prima volta che sentivo parlare di una caduta negli anticipi perché la cifra che mi proponeva era solo una frazione di quanto avevo preso fino ad allora. Tornai a casa, mi sedetti al tavolo della cucina e feci due conti su un foglio di carta. Dovrò cambiare stile di vita, pensai.

La crisi degli scrittori di media classifica

L'uscita di scena di molte librerie, solo a Manhattan dal 2000 al 2012 le librerie sono scese da 150 a 106, ha dato una mazzata poderosa a tutto il comparto dell'industria libraria.

L’uscita di scena di molte librerie (solo a Manhattan dal 2000 al 2012 le librerie sono scese da 150 a 106) ha dato una mazzata poderosa a tutto il comparto dell’industria libraria.

Thomson è un veterano in un campo di battaglia ormai deserto. Il tasso di logoramento degli scrittori di media classifica, professionisti di lungo corso che non riescono più a trovare un editore che li supporti, ha iniziato a innalzarsi in modo preoccupante. Ma, saltando una generazione o due, si rintracciano delle storie analoghe: giovani scrittori che faticano a trovare un posto in un mondo letterario completamente nuovo e per certi versi ostile. In un ambiente che si regge sulle apparenze, nessuno vuole ammetterlo, ma in privato c’è un sacco di preoccupazione.
Il denaro, una volta abbondante, ha iniziato a scarseggiare. Prendiamo la storia di Joanna Kavenna, ex-critica letteraria dell’“Observer”, celebrata autrice di The ice museum (2002) e vincitrice nel 2008 dell’Orange prize per gli scrittori emergenti. Kavenna, che nel 2013 è stata inclusa da Granta nella lista dei “giovani autori britannici da promuovere”, ripensa ai suoi esordi come autrice e romanziere, quando passava da un paese all’altro alla ricerca di un affitto a basso costo e di un lavoro che le lasciasse abbastanza tempo per scrivere. Ricorda:

Tiravo avanti alla giornata a Oslo, quando ebbi l’ispirazione per The ice museum. La Penguin mi offrì un contratto – una manna per me – a sei cifre per due libri.

Insomma Kavenna ha ricevuto, a rate e netti, poco più di centomila sterline senza includere la commissione del suo agente. Fino a ora niente di nuovo. La bolla dell’editoria era ancora in piena fluorescenza (ma vicina a scoppiare). Guardando indietro, Kavenna ricorda l’esperienza di scrivere e pubblicare The ice museum con una certa partecipazione. Dice:

All’inizio la mia carriera ha rispecchiato l’idea di autore che mi ero fatta. Scrivi un libro, ti dai da fare per farlo pubblicare, se sei fortunato trovi un editore disponibile a pagarti qualcosa e poi forse sarai pagato di più per scriverne un altro e così via. Nel frattempo ti dedichi anche ad altro, come il giornalismo o fai la segretaria, per arrotondare. Ma poi, tra il 2007 e il 2010, tutto è cambiato.

A questo spunto la Kavenna comincia a snocciolare la litania di guai condivisi da tutti gli scrittori di oggi: le pagine dedicate alle recensioni sui giornali sono sempre meno, le case editrici sono preoccupate per il futuro, a dire l’ultima parola sono i responsabili del marketing, le biblioteche chiudono, le librerie falliscono schiacciate dalla marcia a rullo compressore di Amazon. Come altri dell’ambiente, teme l’esplosione dei social media, l’ascesa di Facebook, Twitter e della blogosfera, cioè dell’universo di Internet dove ognuno può pubblicare “contenuti gratuiti”, per piacere personale, per farsi pubblicità o per mix confuso di entrambe le cose. Collezionando queste ansie si compone il quadro di una forma di vita a rischio di estinzione. In sostanza, dice Kavenna:

Lo scrittore ha cessato di essere quello che è stato per secoli – o che ci si aspetti che sia – per diventare qualcosa di diverso.

Qualcosa di selvaggiamente diverso
Il

Il “Financial Times” dà la notizia del fallimento della banca Lehman Brothers. È l’inizio della grande recessione che è anche all’origine dei guai dell’editoria e dell’industria del libro, a sua volta assediata anche da una trasformazione tecnologica radicale.

Una diversità così profonda che si può parlare di rivoluzione. Per gli autori della mia generazione cresciuti nell’era dei libri Penguin, dei dischi in vinile e della Bbc, è come se un intero ecosistema culturale sia stato spazzato via. In passato ogni aspirante scrittore conosceva alla perfezione il mondo della carta stampata, conosceva la piazza dove abitavano i grandi editori (ora in pensione), il viale in cui si affacciavano le librerie (ora in fallimento), i vicoli circostanti dove potevi imbatterti negli agenti letterari, marginalizzati come borseggiatori di elemosine. Era un ecosistema interdipendente.
Gli editori erano gran signori, i librai mercanti e gli stampatori artigiani i campioni della libertà. Eravamo convinti che, come il sistema in classi sociali, niente sarebbe mai cambiato. La scadenza più urgente era decidere dove andare a pranzo.
Ma ci sbagliavamo. Gli anni tra il 2007 e il 2010 sono stati un punto di svolta: prima, come ci ha detto Thompson, è arrivata la stretta finanziaria che è andata a sommarsi agli effetti della rivoluzione tecnologica che stava distruggendo i mezzi di sostentamento dei creativi – registi, musicisti e scrittori di tutti i tipi – che fino ad allora avevano vissuto dei loro diritti d’autore.
In breve, fino al 2000, se scrivevi una storia, facevi un film o incidevi una canzone, e la gente pagava per comprarli come libro, dvd o cd, si riceveva un giusto compenso per la creatività. I clienti pagavano perché erano felici di riconoscere il diritto d’autore. Quando negli anni novanta è arrivato Internet, molti sogni utopici di una società aperta, dove le informazioni sono libere di circolare e disponibili per tutti, hanno avuto modo di realizzarsi. Wikipedia è figlia di quel sogno, ma oggi chiede agli utenti di contribuire con una sottoscrizione.
Tra i profeti della società libera e aperta, Jaron Lanier, autore di Tu non sei un gadget e Who Owns the future?, ha perorato l’idea della conoscenza senza frontiere dalla tranquillizzante sicurezza di una cattedra universitaria. La resa dei conti è stata lenta a venire, ma ora arrivano evidenti segnali di cambiamento. Lo stesso Lanier, per dire, riconosce che nell’iniziale entusiasmo per la nascita della rete non aveva considerato gli artisti. Riconosce di aver assistito all’annientamento professionale di un’intera generazione di suoi amici – registi, scrittori e musicisti – dovuto alla perdita del diritto d’autore.

Captain copyright ha perso qualche duro colpo nella Gotham city di Internet.

Captain Copyright ha prerso qualche duro colpo nella Gotham city di Internet.

Il diritto d’autore è la spina dorsale della tradizione intellettuale occidentale. Fino a che il mondo dei libri, come quello della musica, non riuscirà a conciliare le straordinarie opportunità offerte dalla rete con l’esigenza di una seria tutela del copyright, gli artisti di ogni tipo continueranno a soffrire. E la situazione sconfortante porta a soluzioni disperate. Thomson confessa che “se qualcuno mi offrisse di cedere i diritti di almeno un paio di libri già pubblicati per farne uscire due nuovi, accetterei”.
Kavenna parla con passione del problema del diritto di autore dal punto di vista di un giovane autore che lotta per salvare il proprio tenore di vita. Citando, con spavento, la cosiddetta Google print initiative (la scannerizzazione dei libri conservati nelle biblioteche di tutto il mondo) dice: “È come rientrare a casa e trovarla rapinata e quando la polizia arriva ti chiede come mai non avevi esposto un cartello sulla porta con scritto: ‘Non rapinate questa casa”‘.
Oggi, nel Regno Unito, il futuro è incerto per tutti gli scrittori, tranne che per gli autori di bestseller. Ciò mette in pericolo la cultura nel suo complesso: la minaccia è quella di un mondo in cui una manciata di vincitori di premi domina il mercato. Rupert Thomson, che ha goduto di una certa notorietà, dichiara:

Un premio vale più di mille recensioni entusiaste. I premi sono diventati essenziali, ma non tanto per la gloria, quanto per la sopravvivenza.

Il Royal Literary Fund, per esempio, è stato istituito per aiutare gli scrittori in difficoltà. Uno dei suoi membri racconta che a ogni riunione del comitato, almeno la metà dei presenti pensa “Per grazia di Dio…”.

I giovani autori
Tara Isabella Burton, una giovane autrice cresciuta su Internet.

Tara Isabella Burton, una giovane autrice cresciuta con Internet.

Nonostante le incertezze, i nuovi scrittori continuano a sgomitare per vedere la luce e per emergere dall’irrilevanza. Tara Isabella Burton, di New York, è una pupilla di Kavenna, una scrittrice e studentessa di teologia che ha appena inviato al suo agente il romanzo A thief in the night. Burton, nata nel 1990, è figlia dell’era digitale.

Non ha conosciuto il mondo senza computer e dice di “aver sempre voluto scrivere fin dall’infanzia”. Ha iniziato lavorando come ghost writer freelance; con questa attività  arrotondava lo stipendio con scritti di viaggio e recensioni di libri per magazine come “The Spectator”, “New Statesman” e “The Atlantic”.

Dice Burton con filosofia:

C’è molto da aspettare per farsi ascoltare e pagare. Ora sono diventata molto più capace a trattare direttamente un compenso.

Burton si adopra per farsi pagare tutto quello che scrive:

È un brutto precedente dire: “lo faccio per passione”. Non si può prendere un lavoro sul serio se lo fai gratis.

Come vede allora il suo futuro?

Mi piacerebbe continuare a fare tutto, ma non posso permettermi di farlo gratis. Almeno internet abbatte i limiti di spazio e di tempo. Mi è successo di stare in una montagna in Georgia e scrivere per una rivista di Los Angeles.

Questa libertà per Kavenna giustifica un certo ottimismo sul futuro:

L’era digitale – dice – comporta una straordinaria rivoluzione nella consapevolezza. Sono cresciuta con i modernisti – Joyce e gli altri – che si confrontavano con gli enormi sviluppi tecnologici dell’inizio del Novecento. L’età digitale è altrettanto significativa. Stiamo sviluppando un differente tipo di consapevolezza. Così l’era digitale che comporta nuove sfide per gli scrittori.

Kavenna riconosce poi nuove opportunità incoraggianti: le riviste letterarie, come “Spolia”, che condivide i suoi guadagni con i collaboratori, o “Are”, che pubblica una versione online supertecnologica abbinata a una versione cartacea esteticamente molto accattivante. Ma questi, ovviamente, sono solo formati. La creatività ha inizio da un impulso genuino, un desiderio attivo di scrivere, comporre ecc. C’è poi la questione di come la società valuta gli artisti. Considera queste iniziative importanti e degne di considerazione o, come nel caso dell’ipercapitalismo, lascia al mercato la decisione di chi vivrà o perirà? È a questo punto che i più oscuri timori della notte si materializzano.

Incubi notturni
Uno dei peggiori incubi degli scrittori rovinati dalla crisi è quello di non poter continuare a scrivere.

Uno dei peggiori incubi degli scrittori rovinati dalla crisi è quello di non poter continuare a scrivere.

Rupert Thomson ammette che la sua paura peggiore è “dover cessare di scrivere. È qualcosa con cui ho dovuto misurarmi nel 2013”. Poi però si rilassa. C’è la soffitta da finire e nuove cose da mettere su carta. “Non riesco nemmeno a immaginare una vita senza scrittura. Mi resta quest’assurda fede che in un modo o nell’altro sarò capace di andare avanti. È tutto quello che desidero”. Per un attimo Thomson può quasi sentire nelle sue parole l’eco di quelle di Micawber: “Benvenuta povertà! Benvenuta miseria, benvenuta notte sotto le stelle, benvenuti fame, stracci, tempesta e mendicanza! La fiducia reciproca ci sosterrà fino alla fine”.

Kavenna ha un modo meno romantico per remare controcorrente:

Ho l’impressione che la gente ne abbia abbastanza di essere presa in giro dai governi e dalle multinazionali. Gli scrittori non hanno nient’altro che la loro integrità. Sono fuori dal giro. Possono dire la verità. Ci sarà sempre la possibilità di avere un pubblico finché qualcuno sarà in grado di farlo attraverso un manufatto come un libro cartonato o un ebook. Non scrivi se non nutri questa speranza. E la speranza non muore mai.

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