[Tempo di lettura: 18 minuti]

Cos’è una mappa?

londra_1850Cosa evoca nella nostra mente questo termine? In molti presumibilmente una qualche carta geografica. Alcuni, più fantasiosi, potrebbero immaginare la mappa di un fantomatico tesoro. Altri, più concreti, ricorrerebbero forse alle ben più famigerate mappe catastali.

Come ricorda Wikipedia, «Una mappa è una rappresentazione semplificata dello spazio che evidenzia relazioni tra componenti (oggetti, regioni) di quello spazio». Quindi, lo scopo e la funzione di quest’ultima non si limita a una mera rappresentazione spaziale, bensì ci permette di cogliere anche le eventuali relazioni tra le varie componenti presenti al suo interno.

Ma possiamo collegare una mappa anche a qualcosa di assolutamente immateriale come dei sentimenti o delle emozioni? È possibile costruire una mappa di uno spazio geografico o un luogo fisico sulla base di esse?

La risposta è sì. È quanto ha fatto un progetto dello Stanford Literary Lab, parte del Center for Spatial and Textual Analysis (CESTA) della Stanford University, in collaborazione con Historypin, una piattaforma online «per condividere piccoli scorci del passato e costruire il racconto della storia umana attraverso la geolocalizzazione delle immagini e delle storie», finanziato dalla Andrew W. Mellon Foundation: Mapping Emotions of Victorian London.

La ricerca si propone di associare ai luoghi della Londra Vittoriana i connotati emotivi ed emozionali contenuti in alcune migliaia di citazioni (4363) di oltre mille romanzi (1402), dei secoli XVIII e XIX (ma in buona parte ottocenteschi). A tale scopo, per illustrare e coadiuvare i risultati dell’indagine, grazie al lavoro dell’Ordinance Survey, è stata utilizzata una mappa della Londra della fine del XIX secolo (1893-1896), fornita dalla National Library of Scotland. Vi si trovano ben 167 luoghi, ciascuno contrassegnato da uno “spillo” (pin) digitale, cliccando sul quale si ha accesso alle citazioni che interessano le suddette locazioni. I ricercatori hanno chiesto infatti a dei «partecipanti anonimi di annotare se i brani tratti dai romanzi … rappresentassero i luoghi di Londra in modo terribile, felice, o emotivamente neutro».

A corollario della mappa si trovano dunque tre grandi contenitori, rispettivamente: Dreadful London (Londra Terribile), London in the light (Londra Sfavillante) e A day in the life of old London(Un giorno nella vita della vecchia Londra), i quali accolgono tutti i riferimenti afferenti ad un medesimo connotato emotivo.

Nello specifico, il progetto si concentra sulle emozioni associate a particolari luoghi urbani di Londra nel corso del XIX secolo, dove “il sistema narrativo si complica, diventa instabile, e la città si trasforma in una gigantesca roulette, dove amici e avversari si combinano nei modi più strani.

La disciplina preposta a questa tipologia d’indagine, relativamente giovane, è una sorta di ibrido, a metà tra geografia e letteratura: la geografia letteraria.

Nell’ambito dell’emergente sub-disciplina della geografia letteraria, il progetto si propone di analizzare i modi in cui lo spazio fisico e le costruzioni immaginarie dei luoghi hanno lavorato per organizzare e rappresentare le esperienze mutevoli della Londra dei secoli XVIII e XIX, un periodo caratterizzato sia da una rapida urbanizzazione che dall’ascesa del romanzo. Nello specifico, il progetto si propone di mappare le emozioni associate a particolari spazi urbani nella narrativa relativa a Londra.

Mappe artistiche e atlanti letterari
Franco Moretti, direttore dello Stanford Literary Lab, e precursore di questo tipo di studi quantitativi.

Franco Moretti, direttore dello Stanford Literary Lab, e precursore di questo tipo di studi quantitativi.

Franco Moretti, direttore dello Stanford Literary Lab, in un suo libro del 1997 (Einaudi), Atlante del romanzo europeo (1800-1900), auspicava già un simile esito: «Un atlante del romanzo. Dietro questo titolo, c’è un’idea molto semplice: che la geografia sia un aspetto decisivo dello sviluppo e dell’invenzione letteraria: una forza attiva, concreta, che lascia le sue tracce sui testi, sugli intrecci, sui sistemi di aspettative. E dunque, mettere in rapporto geografia e letteratura – cioè, fare una carta geografica della letteratura, poiché una carta è appunto un rapporto, tra un dato spazio e un dato fenomeno – è cosa che porterà alla luce degli aspetti del campo letterario che fin qui ci sono rimasti nascosti».

Le mappe, le carte geografiche, smettono così di essere, come spesso accade, delle mere appendici, degli strumenti tecnici, per divenire «… strumenti analitici: che smontano l’opera in modo diverso dal solito, e impongono al ragionamento critico dei compiti nuovi».

La visualizzazione e la dislocazione sulla mappa costringe a valutare o riconsiderare rapporti ed elementi ignorati o sminuiti in precedenza, oppure ne evidenzia di nuovi. Essa apre altre strade, pone nuovi interrogativi, fornisce differenti punti di vista e inusitate prospettive d’esplorazione.

Secondo Moretti le «carte letterarie» ci forniscono due importanti terreni d’indagine: in primo luogo «dimostrano la natura ortgebunden, legata-al-luogo, della letteratura», e inoltre «le carte mettono in luce la logica interna della narrazione: lo spazio semiotico, di intreccio, intorno al quale essa si auto-organizza».

La creazione degli atlanti letterari, pertanto, non rappresenta certo il punto d’arrivo della ricerca, bensì una sorta di stadio preliminare, eppure essenziale, che presiede all’inizio dell’indagine vera e propria:

Collocare un fenomeno letterario nello spazio suo proprio non è infatti la conclusione del lavoro geografico, ma solo il suo inizio. A quel punto comincia anzi la parte più bella (e difficile) della faccenda: si guarda la carta geografica, e ci si ragiona su.

Le sfide dell’indagine quantitativa e le opportunità offerte dal digitale
Incamerare, analizzare e condividere i dati contenuti nei libri è una delle grande sfide della cultura moderna.

Incamerare, analizzare e condividere i dati contenuti nei libri è una delle grande sfide della cultura contemporanea.

Moretti evidenzia poi un altro elemento fondamentale: una tale tipologia di analisi ha bisogno di dati, tanti dati. «È, questa, una delle frontiere della storia letteraria: la sfida della quantità – di quel 99% di letteratura che si è perso nel nulla, e che nessuno si sogna di rivendicare».

Pertanto l’analisi diviene quantitativa, anche per delle fonti che, di primo acchito, parrebbero non essere particolarmente idonee. In quest’ottica i consueti paradigmi vengono rovesciati. I libri divengono una sorta di contenitori di dati e le carte geografiche, costruite grazie ad essi, lo strumento per leggerli e analizzarli. Estrapolare una serie di elementi o informazioni per analisi quantitative e statistiche conduce a una migliore comprensione del quadro d’insieme e offre prospettive e angolature d’osservazione singolari:

L’esperimento riusciva, cioè, se poggiava su un processo preliminare di astrazione e quantificazione: serie regolari, coerenti, ampie, dove il significato d’insieme di una determinata forma è sempre di più della somma dei singoli testi.

La diffusione del software, i suoi costi accessibili, l’odierna capacità di memorizzazione e di elaborazione, permettono ormai di utilizzare le opere letterarie, anche quelle più trascurate, come una sorta di miniera di dati. Dati da estrarre, archiviare, classificare, analizzare e comporre in un quadro coerente.

Maggiore sarà la mole dei dati a disposizione, più accurati saranno i risultati dell’indagine. Le carte letterarie acquisterebbero così la funzione di restituirci «… una figura, un pattern, una trama spaziale che si prestasse all’interpretazione: e che peraltro, mi accorsi ben presto, era tanto più chiara quanto più semplici e numerosi erano i dati su cui si fondava».

La metamorfosi a cui assistiamo è appena ad uno stadio iniziale ed è suscettibile di sviluppi futuri, tanto notevoli quanto imprevedibili. Fabio Ciotti (Il testo e l’automa, Aracne ed.) sottolinea i molteplici mutamenti imposti alle scienze umane dalle nuove tecnologie:

Come già avvenuto nel passato, il passaggio dall’era di Gutenberg a quella di Turing e von Neuman determina inevitabilmente profonde trasformazioni nelle pratiche sociali e scientifiche che hanno per oggetto o fine i testi. Ci si trova di fronte così due obiettivi, altrettanto importanti e impegnativi.

In primo luogo dotarsi degli strumenti idonei a catalogare, gestire, interrogare una notevole mole di dati. Trasformare un semplice testo in testo e software (nell’accezione più ampia e completa del termine) ai fini dell’indagine scientifica, con tutto ciò che questo comporta e che da ciò ne consegue, non è un’operazione banale o scontata, anzi è cosa affatto complessa. Prevede e impone l’incontro, il concorso, la contaminazione, di più ambiti e più discipline.

Dall’altro occorre darsi un metodo, che consenta di studiare e analizzare i dati in maniera rigorosa e scientifica. Osserva ancora Moretti:

Le carte geografiche non mi interessano come oggetti da “leggere” tale e quale un romanzo: ma come strumenti analisi che cambino il mio modo di leggere. La sfida vera, per me, è il metodo.

L’analisi quantitativa, essenzialmente in campo storico, in minor misura in quello letterario, non è una novità, così come non lo è l’incontro tra le scienze umane e il computer. Quello che c’è di nuovo è rappresentato dalle possibilità e dalle potenzialità che offre oggi il progresso degli strumenti di analisi software.

Una storia quantitativa – La scuola delle Annales
Fernand Braudel è uno dei maggiori storici del '900 che ha ampiamente utilizzato li merodi quantitativi per ricostruire la storia di lungo periodo di intere civiltà.

Fernand Braudel è uno dei maggiori storici del ’900. Nelle sue opere ha ampiamente utilizzato li merodi quantitativi per ricostruire la storia di lungo periodo di intere civiltà.

Moretti ci svela anche da dove proviene l’ispirazione alla base del suo libro: «L’idea di questo lavoro mi venne per caso, da una pagina del Mediterraneo di Fernando Braudel che continuava a tornarmi in mente durante un lungo viaggio in macchina, nell’estate del 1991: non abbiamo atlanti artistici, non abbiamo atlanti artistici, non abbiamo atlanti letterari … E allora, perché non provare a farlo?».

La citazione di Braudel e del suo monumentale lavoro, Civiltà e Imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, (prima edizione 1949) è assolutamente ricca di significato. Sono molteplici, invero, le affinità tra quanto propone Moretti e l’opera di Braudel e della scuola storiografica a cui afferiva lo storico francese.

Fernand Braudel, è stato uno degli esponenti più eminenti della Ecole des Annales, una corrente storiografica francese, talvolta controversa, che ha avuto un rilevante, indubbio, impatto sugli studi storici. Essa prende il nome dalla rivista Annales d’histoire économique et sociale, nata nel 1929 grazie a Lucien Febvre e Marc Bloch. I due fondatori (come si evince anche dal titolo) si proponevano di favorire una collaborazione (rivoluzionaria per l’epoca) tra le varie discipline attinenti le scienze sociali: la storia e l’economia in primo luogo, ma anche la statistica, la sociologia, la psicologia, la geografia, etc.

Ecco una prima analogia con quanto abbiamo sinora discusso: un’indagine condotta in concorso e con il contributo di tutte le discipline comprese all’interno delle cosiddette scienze umane. Particolare fu anche l’attenzione rivolta alla geografia. Fu Fevbre, tra l’altro, a coniare il termine di “possibilismo geografico”, per indicare «il complesso di abitudini e di concezioni organizzate e sistematiche», che caratterizzano il rapporto tra l’uomo e l’ambiente naturale.

Un secondo punto di contatto è rappresentato da uno degli indirizzi che tale storiografia ha intrapreso, soprattutto tra gli anni ’60 e ’70: la storia quantitativa. In verità sarebbe più corretto parlare «… di storie quantitative al plurale, tutte accomunate dall’uso del computer e dall’introduzione di metodologie vicine alle scienze sociali».

Indagine quantitativa e computer
L'IBM 360, uno dei più diffusi mainframe.

L’IBM 360, uno dei più diffusi mainframe.

Dunque, un ulteriore elemento comune: l’utilizzo del computer. «Il computer permise, infatti, di proseguire gli studi di storia seriale avviati ad inizio secolo ed estesi alle scienze sociali attraverso il confronto con documentazione non necessariamente quantitativa, da cui estrarre una serie di dati utili a definire fenomeni e tendenze di lungo periodo su economia, società e “sistemi culturali” nel loro complesso».

Il ricorso al computer permette di lavorare con una grande mole di dati, altrimenti di difficile utilizzo. All’epoca venivano impiegati degli elaboratori giganteschi, «… il famoso mainframe, dall’IBM 360 ai nazionali prodotti dell’Olivetti, un enorme macchinario ospitato in centri appositi dotati di personale specializzato». L’inserimento dei dati era affatto particolare, si procedeva «… attraverso schede perforate (schede IBM a 80 colonne) avveniva per lotti contestualmente al caricamento dei programmi di elaborazione». Le limitazioni imposte alla ricerca erano notevoli: «… limiti di rigido filtraggio necessario per la scelta degli elementi di ricerca e la formazione tecnica del personale addetto … mancanza di interoperabilità tra storico ed elaboratore e dall’impossibilità di intervenire per modificare parametri preimpostati». A questi limiti intrinseci, si dovevano aggiungere gli ingenti costi che si accompagnavano all’utilizzo dei mainframe per l’elaborazione dei dati. A motivo di ciò, i progetti di ricerca che li vedevano coinvolti erano spesso di grandi dimensioni e, a fronte di investimenti cospicui, non sempre furono coronati da risultati ritenuti soddisfacenti.

«Furono dunque la scarsa flessibilità dello strumento informatico e la mancanza di “feedback con le fonti” … i maggiori imputati dello stallo che il rapporto tra storia e computer vide alla fine degli anni Settanta». Senza dimenticare, inoltre, la carenza di fondi, a causa della quale diversi progetti, nel corso degli anni ’70, furono abbandonati.

Oggi, molti di quei limiti sono venuti meno o si sono notevolmente ridimensionati. Nondimeno permangono delle criticità nell’utilizzo degli strumenti informatici per la ricerca, dettate in primo luogo dalla difficoltà di “adattamento” della macchina alle esigenze e alle forme di pensiero umano. L’interazione tra uomo e macchina richiede ancora un grande sforzo in sede di progettazione, laddove l’essere umano deve cercare di sfruttare e approssimare quanto più possibile le opportunità offerte dal software alle proprie necessità mentre, parimenti, deve compiere uno sforzo di “accomodamento” delle proprie categorie mentali con la logica del software.

In ultimo, anche da un punto di vista dei costi, l’utilizzo di computer e di software specifici, oggi non appare più limitata e vincolata a pochi grandi progetti, ma risulta alla portata delle più svariate tipologie di indagine, dai percorsi più ampi e impegnativi a quelli maggiormente mirati e parcellizzati.

Il Crowdsourcing e la Rete

Eppure, nonostante l’utilizzo di computer di ultima generazione, di software presumibilmente all’avanguardia e di ogni altra meraviglia tecnologica oggi disponibile, il contributo dell’uomo rimane indispensabile. La mappatura letterario-emozionale della Londra vittoriana non sarebbe stata possibile senza l’apporto ineludibile di individui in carne e ossa, in grado di assolvere al lavoro (compiti spesso banali, secondo parametri “umani”) che le macchine non sono (ancora?) in grado di svolgere.

La mappatura emozionale della Londra vittoriana è un progetto di crowdsourcing destinato ad ampliare le possibilità di ricerca nelle discipline umanistiche. Il progetto ha invitato dei partecipanti anonimi ad annotare se brani tratti da romanzi, pubblicati soprattutto in epoca vittoriana, rappresentassero i luoghi di Londra in modo pauroso, felice, o privo di emozioni.

La scelta di assegnare una determinata connotazione emotiva ad un brano, a discapito delle macchine, è una prerogativa ancora ad esclusivo appannaggio dell’uomo. Lo strumento scelto per espletare un simile compito è stato quello del crowdsourcing.

Il crowdsourcing è uno strumento alquanto controverso, esaltato dai sostenitori, denigrato dai detrattori. Tratto questo argomento in un altro post. Qui mi preme però sottolineare in questa sede un importante fattore: il ruolo giocato dalla rete.

Questo processo [crowdsourcing] viene favorito dagli strumenti che mette a disposizione il web. Solitamente il meccanismo delle open call viene reso disponibile attraverso dei portali presenti sulla rete internet. (Wikipedia)

È la rete il tessuto connettivo sul quale si innestano le nuove modalità di aggregazione e partecipazione, ed è attraverso la rete e grazie a essa che queste acquistano importanza e amplificano la propria valenza ed efficacia. «Gran parte di questi progetti, infatti, passano per le piattaforme Web, strumenti ideali per diffondere un’idea e aggregare gruppi di persone uniti dalle stesse passioni». (Wired)

La rete, dunque, come strumento che permette e veicola forme e modalità altamente flessibili e liquide di collaborazione, consente di allargare la platea dei potenziali contributori all’intero universo del web e permette lo scambio di dati e risultanze in maniera veloce ed economica. Paradossalmente Internet annulla in un click quelle limitazioni e quelle costrizioni, dettate proprio dalla geografia, che sino ad oggi hanno influenzato e condizionato l’agire dell’uomo. Quelle relazioni geografiche, spaziali e culturali, legate ai luoghi e rinsaldate dalle distanze, vengono d’incanto cancellate e, forse, ridisegnate. Siamo appena all’inizio di un profondo processo di trasformazione che procede a una velocità mai vista sinora, quali saranno gli esiti futuri e le conseguenze che esso apporterà, nel bene e nel male, è difficile da prevedere.

La rete e la rivoluzione digitale in atto, ad un tempo rappresentano uno strumento formidabile, così come offrono opportunità preziose e per certi versi tuttora inesplorate. D’altro canto, sovente le promesse e le speranze che hanno accompagnato l’innovazione e la crescita del web sono state disattese. Le insidie che la rete presenta sono innumerevoli, la sua pervasività sconcertante, a tal punto che c’è chi ritiene che possa rappresentare una seria minaccia alla nostra libertà. Federico Rampini (Rete padrona, Feltrinelli) rileva come gli intendimenti di coloro i quali hanno avviato una tale rivoluzione erano ben altri dagli esiti che oggi osserviamo: «Ma la Rete padrona ha gettato la maschera. La sua realtà quotidiana è molto diversa dalle visioni degli idealisti libertari che progettavano un nuovo mondo di sapere e opportunità alla portata di tutti … il tecno-totalitarismo che avanza non è neutroinnocente». Anche sulla rete e per la rete la storia sembra ripetersi, immutabile: «… tutti promettono, all’inizio, di inventare un capitalismo nuovo. Disdegnano il profitto. Finché scopri che stanno creando una società diseguale quanto il vecchio capitalismo newyorchese. Perseguono gli stessi disegni egemonici, monopolistici».

Il fenomeno del crowdsorcing, con le sue enormi potenzialità e le auspicabili ricadute positive, a fronte di esiti finali o declinazioni, talvolta sconcertanti e deprecabili, rappresenta anch’esso un piccolo paradigma delle contraddizioni, delle problematiche e dei pericoli che l’era di internet racchiude. Ma questa è un’altra storia …

Di seguito per il lettore di ebookextra riproduciamo, nella traduzione italiana di Giuseppe de Pirro, l’articolo che Ralph Blumenthal ha dedicato alla ricerca dello Stanford Literary Lab sulle colonne del “New York Times”.

* * *

Le nuove frontiere dell’analisi letteraria
I pin marcano i siti emozionali della mappa di Londra del 1890 (National Library of Scotland) usata nel progetto

I pin marcano i siti emozionali della mappa di Londra del 1890 (National Library of Scotland) usata nel progetto “Mapping Emotions in Victorian London”.

Cosa si nasconde dietro i luoghi storici letterari della Londra Vittoriana? Paura? Gioia? Ambiguità?

In un nuovo progetto di data mining, una ricerca collettiva della Stanford University ha cercato di mappare la “geografia emozionale” della capitale britannica catalogando quali sentimenti o sensazioni trasmettano le usuali ambientazioni dei romanzi di Charles Dickens, William Thackeray, Jean Austen e altri 738 autori per lo più del XIX secolo.

Il lavoro, “Mappatura delle Emozioni nella Londra Vittoriana“, recentemente pubblicato online, è parte di un movimento in crescita nelle discipline umanistiche che mira a sfruttare il software ai fini dell’analisi culturale,  come ad esempio trattare i libri come dati per creare una “geografia letteraria“.

Per il suo progetto, lo Stanford Literary Lab, che utilizza la “critica computazionale” per analizzare la letteratura in modo statistico, ha chiesto a partecipanti anonimi di giudicare se i 167 luoghi che sono menzionati in 4.363 brani letterari di 1.402 libri comunicassero una “Londra Terribile“, una “Londra Sfavillante“, o “Un giorno nella vita della Vecchia Londra“, tra le altre categorie.

Perché? Perché, grazie all’odierna tecnologia e al sofware, ciò è possibile. Ma una risposta migliore, a detta degli studiosi, è che questo è un modo di esplorare le possibilità quasi illimitate dei computer ai fini dell’analisi testuale, che troverà future applicazioni sempre più preziose.

«Esso consente in generale la raccolta di informazioni e una responsabilizzazione del pubblico per condurre un tipo di ricerca altrimenti impossibile», ha affermato Gabriel Wolfenstein, uno storico della Stanford in merito al progetto.

In uno degli impieghi principali di tale tecnologia di cui indicava la strada anzitempo nel 1999, Franco Moretti, direttore dello Stanford Literary Lab, ha pubblicato Atlante del Romanzo Europeo 1800-1900, dove traccia le relazioni tra la letteratura e la geografia.

Le differenti “Londre”
Old Bailey Courthouse di Londra alla fine del XIX secolo associata a un sentimento di paura nella mappa emozionale dei luoghi letterari della Londra vittoriana.

Old Bailey Courthouse di Londra alla fine del XIX secolo associata a un sentimento di paura nella mappa emozionale dei luoghi letterari della Londra vittoriana.

In “Mappatura delle Emozioni nella Londra Vittoriana“, cliccate, ad esempio, su un pin [spillo] digitale che contrassegna il sito dell’Old Bailey Courthouse, la corte criminale centrale di Londra dal 1673 al 1913, e si apre questa citazione di A Tale of Two Cities [Le due città] di Dickens del 1859:

“Deposto il morto, la folla, sentendo la necessità di procacciarsi qualche altro divertimento, trovò un altro brillante genio (o forse lo stesso di prima) che le suggerì la bellissima idea di accusare gli eventuali passanti come spie dell’Old Bailey e di vendicarsi su di essi”. [Charles Dickens, Le due città, Newton Compton 2012]

Chiaramente, Old Bailey appartiene alla “Dreadful Londra” [Londra Terribile].

Ma cliccate su un altro pin sulla mappa, a Belgrave Square, e leggerete questa citazione ben più radiosa da Sposati o single? del 1895 di Bithia Mary Croker:

Grazie a queste favorevoli circostanze, scoprì presto ciò di cui aveva bisogno. Una superba residenza in Belgrave Square, con un vasto insieme di sale da ricevimento, venti camere da letto, acqua calda e fredda, luce elettrica, telefono, stallaggio per dodici cavalli, e, insomma, per citare la pubblicità, “con tutto ciò che la famiglia di un nobile o un gentiluomo possa desiderare.

Senza dubbio, “Londra Sfavillante“.

Lo Stanford Literary Lab
Historypin ha fornito la tecnologia per la mappatura di Londra del 1890 effettuata dallo Stanford Literary Lab.

Historypin ha fornito la tecnologia per la mappatura di Londra del 1890 effettuata dallo Stanford Literary Lab.

Lo Stanford Literary Lab è stato fondato nel 2010 nell’ambito del Centro Territoriale di analisi spaziale e testuale, ed è finanziato dalla Fondazione Andrew W. Mellon. La “Mappatura delle Emozioni nella Londra Vittoriana” utilizza una piattaforma, Historypin, che è stata sviluppata da un’organizzazione londinese senza scopo di lucro denominata Shift, con il sostegno iniziale da parte di Google, al fine di creare un archivio globale in cui gli utenti possono pubblicare e condividere fotografie e altri dati storici.

Ci sono state alcune sorprese nella ricerca su Londra, ha affermato Ryan Heuser, direttore associato della ricerca per lo Stanford Literary Lab. «Ritenevamo che la paura sarebbe stata associata alla povertà», ha dichiarato Heuser. Ma i settori più poveri della città, nella letteratura non se la cavano particolarmente male. «La paura era maggiormente associata ai vecchi mercati e alle prigioni», ha aggiunto.

Il crowdsourcing per il progetto – i lavoratori anonimi che hanno classificato i riferimenti letterari – è stato assolto mediante Amazon Mechanical Turk, una forza lavoro online, di cui ci occuperemo in un prossimo post.

 

 

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>