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Televisione. Che sia regina!

Giuseppe Di Pirro

30 Marzo 2014

[Tempo di lettura: 8 minuti]

L’età dell’oro della televisione

tvUn paio di anni fa un executive di una grande casa editrice americana, alla domanda se temeva gli ebook, rispose: “No per niente. Ma ho paura lo stesso”. La sua preoccupazione vera era ed è la concorrenza degli altri media nell’arte dello storytelling, una concorrenza che eroderà lo spazio del libro come l’innalzamento delle acque quello delle spiagge. In poche parole il lettore si sta trasformando in spettatore, spettatore attivo e non passivo. Le storie raccontate con le immagini in movimento sono più attraenti di quelle raccontate con le parole.

E sta succedendo proprio questo, come ci racconta David Carr, columnist media del “NYTimes”, il quale, osservando se stesso (che è sempre un buon esercizio, come dice Freud), nota che consuma una quantità vergognosa di televisione sui vari schermi mentre le riviste si ammassano sul tavolo, la pila dei libri da leggere aumenta sul comodino e l’ultimo film che ha visto in sala risale a qualche mese prima. Neanche sente più il bisogno di andare al cinema

Davvero la televisione, o meglio la smart TV, sta cannibalizzando gli altri media? Certo è che nel nuovo ambiente digitale il video furoreggia con incrementi da followers di Lady Gaga. Gli americani stanno guardando 15 ore di televisione in differita al mese, due ore in più del 2012. Può esserci posto per qualcos’altro? Che cosa sta succedendo? Prova a dircelo proprio David Carr che sta in un osservatorio che meglio non esiste: lavora a qualche isolato dal Rockefeller Center.

Di seguito, nella traduzione e adattamento di Giuseppe di Pirro, offriamo ai lettori di ebookextra un articolo dal titolo “Barely Keeping Up in TV’s New Golden Age” (Riesco a stento a tenere il passo nella nuova età dell’oro della televisione). Succede anche a voi? Se vi succede, non state regredendo, siete semplicemente in linea con lo Zeitgeist.

 

*  *  *

Oltre la scatola idiota

Comedy CentralNon molto tempo fa, un amico al lavoro mi ha detto che assolutamente, indiscutibilmente avrei dovuto guardare “Broad City” su Comedy Central, affermando che possedeva una comicità intrisa di indolenza.

La mia reazione? Oh no, un’altra no!

Il vasto panorama desolato della televisione è stato sostituito da una sovrabbondanza di eccellenza che sta sostanzialmente alterando la mia dieta a base di media e sta minacciando di logorare all’interno di tale processo la mia vita da sveglio. Non sono solo. Persino quando le alternative proliferano e le persone rinunciano alla tv via cavo, essi continuano a trascorrere sempre più tempo davanti alla TV senza un briciolo di imbarazzo.

Non sono mai stato una di quelle persone snob pronte ad affermare di non possedere un televisore allorquando dovesse saltar fuori l’argomento, ma nel complesso ero più un lettore che uno spettatore. Questo avveniva prima che l’esplosione della televisione di qualità mi rovesciasse addosso una spinta frenetica a guardare la televisione.

Gli altri schermi
Da sinistra verso destra, tre dispositivi che trasformano la televisione in uno dei tanti device connessi alla rete: Apple TV, Cromecast e Roku.
Da sinistra verso destra, tre dispositivi che trasformano la televisione in uno dei tanti device connessi alla rete: Apple TV, Cromecast e Roku.

Qualcosa di tangibile, e di tecnico, è all’opera. L’aggiunta di dispositivi ausiliari in quella che era stata una scatola stupida ci ha reso i padroni della programmazione dei nostri personali universi. Includendovi il decoder – con la funzione di video on demand ed il video registratore digitale – e Apple TV, Chromecast, PlayStation, Roku, Wii ed Xbox, quell’universo si espande costantemente. La funzione di time-shifting non solo permette una maggiore flessibilità, ma ha accresciuto il consumo. Secondo Nielsen, gli americani hanno guardato quasi 15 ore di televisione in differita al mese nel 2013, due ore in più al mese rispetto all’anno precedente.

E che festa. In questo momento, sono al secondo episodio della seconda stagione di “House of Cards” (Netflix), sono in pari con “Girls” (HBO) e sto gustando ogni episodio di “Justified” (FX). Posso essere un po’ indietro con “The Walking Dead” (AMC) e “Nashville” (ABC) e ho appena iniziato “The Americans” (FX), ma sono più o meno al passo con commedie come “Modern Family” (ABC ) ed “Archer” (FX), e come tutti quelli che conosco, muoio dalla voglia di vedere come si conclude “True Detective” (HBO). Oh, e la quarta stagione di “Game of Thrones” (HBO) inizia il mese prossimo.

Accidenti. Figuriamoci il riuscire a contenere contemporaneamente nella mia testa tutte queste serie, come può mai esserci spazio per qualcos’altro? Finora, i maggiori sconfitti in questa lotta per accaparrarsi delle quote di cervello non sono il mio datore di lavoro o i miei cari, ma altre tipologie di media.

La polvere su riviste e libri
Da lettore a spettatore. Ecco quello che sta succedendo a David Carr. Sempre meno tempo sulla carta stampata, sempre più tempo con la TV.
Da lettore a spettatore. Ecco quello che sta succedendo a David Carr. Sempre meno tempo sulla carta stampata, sempre più tempo con la TV.

Le mie riviste un tempo adorate giacciono in una pila abbandonata, aspettando pazientemente il proprio turno di comparire davanti ai miei occhi. La televisione ora appaga molte delle esigenze soddisfatte in precedenza da quella pila. Devo ancora leggere “The big heave on Amazon” su “The New Yorker”, o “The feature on the pathology of contemporary fraternities” nel numero di marzo di “The Atlantic”, e sebbene nutra un amore malsano per il cibo di strada, non ho divorato l’indagine di Lucky Peach sull’argomento. Lo stesso dicasi per quello che sembra un’incredibile resoconto in prima persona su Mother Jones da parte dei giovani americani rapiti in Iran nel 2009. Sono un grande appassionato delle riviste di settore che stanno risollevandosi come “Adweek” e “The Hollywood Reporter”, tuttavia guardare i prodotti che di solito descrivono ha la meglio sul leggere in merito ad essi. Le riviste in generale, hanno avuto un anno difficile, con vendite nelle edicola in calo di oltre l’11 per cento, ha affermato John Harrington, analista del settore che ne segue la diffusione.

E poi ci sono i libri. Ho una gerarchia: i libri che mi piacerebbe leggere, i libri che dovrei leggere, i libri che dovrei leggere per i miei amici e i libri che dovrei leggere per gli amici che è probabile che incontri. Rimangono tutti in lista d’attesa. Il fatto che i tablet adesso contengano ogni sorta di storie magnifiche che si dà il caso vengano raccontate in video, piuttosto che a mezzo stampa, potrebbe essere in parte il motivo per il quale le vendite di e-book si siano ridotte lo scorso anno.

La connessione ti segue dovunque
Con la possibilità di connettersi anche in aereo, il tempo di viaggio dedicato alla lettura dei libri, comincia ad subire una riduzione drammatica.
Con la possibilità di connettersi anche in aereo, il tempo di viaggio dedicato alla lettura dei libri, comincia a subire una riduzione drammatica.

Dopo una giornata di lettura online che mi ha immerso all’interno del flusso delle informazioni, quando ho un po’ di tempo per me, di solito preferisco premere qualche tasto su uno dei miei tre telecomandi – cavo, Apple, Roku – e guardare le meraviglie che mi si dischiudono.

Ritenevo che avrei potuto perlomeno utilizzare il tempo di viaggio per recuperare terreno nella lettura, ma ormai gli aerei sono forniti di servizi, come pure di ambienti cablati. E persino quando arrivo in un albergo o in un luogo di vacanza, la mia biblioteca multimediale viene con me. Questa estate, ho utilizzato una piccola essenziale connessione DSL nella mia capanna nel bosco per guardare “The Newsroom” su HBO Go.

In passato, i grandi spettacoli, intere stagioni, erano soliti sfrecciarmi accanto sibilando. Ora sono sempre lì, in attesa che io prema il tasto play. Come il mio cane, sono affabili e tendono a seguirmi qua e là ricercando la mia attenzione.

Sempre meno cinema. La migrazione dei talenti verso la TV
Il regista david Fincher è uno dei tanti talenti di Hollywood che sta preferendo lo studio televisivo a Hollywood. Che lo show business si trasferisca da Los Angeles a New York?
Il regista David Fincher è uno dei tanti talenti di Hollywood che sta preferendo lo studio televisivo a Hollywood. Che lo show business si trasferisca da Los Angeles a New York?

Ciò significa che le persone come me finiscono con l’andare sempre meno al cinema. Potendo stare seduto a casa con una grande, vibrante quantità d’intrattenimento di qualità ed un vecchio schermo gigante su cui vederla, ho davvero voglia di spendere 12 dollari per sedere accanto ad uno sconosciuto, guardare più pubblicità di quanto faccia a casa – non puoi saltarla in un cinema – e sperare che quanto vedrò sullo schermo sia valso la pena rispetto a dover guidare una macchina fredda e doversi contendere un parcheggio e dei posti a sedere?

Tutte le nuove vetrine per i contenuti hanno creato un’immigrazione d’interesse creativo. David Fincher, uno dei registi più concupiti di Hollywood, ha fatto seguito alla produzione di “House of Cards“, firmando per la creazione di una serie per la HBO chiamata “Utopia”. Guillermo del Toro, regista di grosso calibro, ha creato una serie dal titolo “The Strain “per FX. Oliver Stone ha investito una grande quantità di tempo per produrre un programma di storia su “Showtime” ed ora gira voce che Robert Redford stia facendo dei documentari per la CNN.

Persino agli Oscar, la notte più importante a Hollywood, la TV sembrava il personaggio alla moda della festa. La conduzione alla mano di Ellen DeGeneres ha trattato celebrità sfavillanti come se fossero persone normali che amano mangiare pizza e stare in televisione. Il vincitore del premio per il miglior attore, Matthew McConaughey, ha generato anche una grande sensazione in TV con “True Detective”.

Il valore intellettuale della televisione
Non più
Non più “The Idiot Box”.

Ad una tavola rotonda sulla televisione durante il fine settimana al convegno South by Southwest ad Austin, in Texas, che ho moderato, Kathleen McCaffrey di HBO ha affermato che la televisione è entrata nella vita delle persone mettendo da parte la prassi di medici e avvocati e raccontando storie di persone autentiche, spesso con dei difetti. “Gran parte della conversazione proviene da drammi fortemente serializzati inerenti la vita delle persone e la maniera in cui queste li vivono,” ha dichiarato.

Il crescente valore intellettuale della televisione ha alterato il discorso culturale in modo fondamentale. Il ciarlare attorno al refrigeratore dell’acqua è ormai un’attività intellettualmente elevata, non solo un modo per passare il tempo al lavoro. La sitcom con tre telecamere con delle risate registrate è stata sostituita da spettacoli televisivi che sono molto più simili a libri – narrazioni intricate piene di testo, sottotesto e spunti.

A margine della partita di calcio dei bambini, o a cena con gli amici, è possibile impostare l’orologio su quanto tempo occorra prima che ciascuno scopra un qualche show in comune. Nel breve lasso di tempo di cinque anni, i discorsi a tavola si sono spostati, almeno tra le persone che frequento, dai libri e dai film alla televisione. La scatola idiota ha guadagnato peso e credibilità intellettuale al punto che passi per uno stupido se non la guardi.

Tutte queste ricchezze inducono piacere, senza neppure una piccola dose di senso di colpa. Sono una persona spregevole perché non ho seguito “Top of the Lake” sul canale Sundance?

L’età d’oro della televisione è anche una gabbia dorata, un ecosistema sempre in funzione di immense ricchezze che mi lascia la sensazione non tanto di essere il padrone del mio personale universo, quanto ed in maggior misura come se ne fossi circondato.

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