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Da Londra al mondo, lo 007 dei quotidiani

The GuardianVorremmo segnalare ai lettori di ebookextra un ottimo articolo dal titolo “Modello Guardian” di Alessandro Giglioli apparso su “L’Espresso” del 24 ottobre 2013 nella sezione cultura.

Si può leggere l’articolo sulla rassegna stampa della RAI e v’invitiamo a farlo senza indugi se siete interessati al giornalismo e al destino della stampa quotidiana.

In quest’articolo, ben informato e analitico, Giglioli racconta l’esperienza esemplare del quotidiano britannico “The Guardian” e il modo in cui questa testata “british” ha saputo trasformarsi in un brand globale in lingua inglese di notizie, approfondimenti, analisi e giornalismo d’inchiesta come non si vedeva più da decenni. Nella vicenda di WikiLeaks, nel caso Snowden-Nsa, nello scandalo delle intercettazioni della stampa scandalistica inglese c’è sempre lo zampino del “Guardian” e del suo inperturbabile direttore Alan Rusbridger che rischia di diventare per i governi “persona non grata” al pari di Assange o addirittura di Bin Laden. Il potere teme il “Guardian”, come una volta tutti gli uomini del presidente Nixon tremavano aprendo, al mattino, il “Washington Post”. La  connotazione anti-establishment di “The Guardian” è molto vicina al mood del web. Già nel nome c’ė la propria missione di cane da guardia.

Alan Rusbridger, direttore del “Guardian”, è un sostenitore immarcescibile del modello gratuito delle notizie online. Il “Guardian mobile” da fine settembre 2013 è passato a un modello freemium derogando dallo schema totalmente gratuito che lo ha sempre caratterizzato. “Non siamo fondamentalisti del gratis” ha detto Alan.

L’edizione del “Guardian”, impaginata anche in modo speciale, che svela il programma Prism della NSA, un caso che ha fatto tremare il mondo politico americano con risvolti diplomatici globali di grandissimo impatto.

“Una storia quasi perfetta” commenta Giglioli nel suo articolo. Dopo il “Daily Mail” – altra testata britannica che viene dall’esperienza dei quotidiani popolari – e il NYTimes, il “Guardian”, con i suoi 85 milioni di visitatori unici giornalieri, è la testata più visitata del web. È totalmente gratis, interamente accessibile con un browser, con le applicazioni per mobile o con un dispositivo connesso. Si finanzia, si fa per dire, con la pubblicità. Solo recentemente è stato introdotto un modello freemium per il “Guardian mobile” che riguarda sia l’accesso da web, sia dalle applicazioni specifiche. La barriera della completa gratuità è stata quindi abbattuta.

Il modello economico

La testata del “Guardian” ha un bel colore blu intenso, ma il colore dei suoi bilanci è il profondo rosso. Perde soldi da 9 anni e nel 2012 ha perso 50 milioni di dollari. Stando così le cose, con l’invidiabile aplomb british, Andrew Miller, CEO del Guardian Media Group, ha dichiarato che ci sono soldi per tre anni, poi è finita. È evidente che il modello pubblicitario non è sufficiente ad alimentare una struttura articolata, complessa e diversificata come quella del “Guardian”. Il quotidiano ha 583 giornalisti, 150 sviluppatori ed ingegneri e altri 800 dipendenti. Il compenso del direttore è stato di 480mila euro nel 2012. Il compenso medio dei giornalisti può superare facilmente i 100 mila euro all’anno. Per dire che il giornalismo di qualità costa, costa quanto produrre un bene di lusso. Rusbridger ritiene che l’obiettivo sia quello di rimanere in perdite sostenibili, poi si vedrà. Miller è più preoccupato.

Jeff Jarvis, autore di questo ebook per i lettori italiani, è una delle 100 persone più influenti dell’industria dei media secondo il World Economic Forum di Davos. Il suo consiglio al “Guardian” è di abbandonare l’edizione a stampa e buttare tutte le risorse sull’online. La prospettiva non è condivisa da Rusbridger che ritiene che l’abbandono della stampa avverrà in 5-10 anni.

Ed ecco la sua proposta indecente: una tassa di due sterline su ciascun abbonamento ADSL da destinare ai giornali, in quanto i giornali sono un patrimonio dell’umanità e come tali devono essere salvaguardati. Si tratta di un’opinione condivisa da molti non ultimi, agli antipodi, Jurgen Habermas e Warren Buffett. È una soluzione con cui flirta anche il presidente francese François Hollande che però la vuol far pagare alle multinazionali USA e non ai contribuenti e ai provider francesi. Potrebbe essere un’idea? È però difficile che sia una buona idea.

Jeff Jarvis, professore di media e giornalismo alla New York University, consigliere di Rusbridger e autore di molti studi uno dei quali disponibili anche in Italiano, pensa che il “Guardan” dovrebbe abbandonare l’edizione a stampa, o ridurla a una o due uscite settimanali in edicola, così da limitare le perdite e concentrarsi unicamente sull’online mantenendo il modello di giornalismo indipendente e irriverente tipico della testata.

L’articolo di Alessandro Giglioli discute le varie opzioni economiche che sono all’attenzione dei giornali, delle proprietà e degli azionisti.

Di seguito offriamo il testo di un riquadro che affianca l’articolo, un box dal titolo “Basta che funzioni”, dopodiché vi consigliamo di continuare la lettura dell’articolo sul web, nella rassegna stampa della RAI. Insieme all’articolo di Giglioli, per chi sa leggere l’inglese, segnialiamo anche un esteso articlo di Ken Auletta sul “New Yorker” dal significativo titolo “Freedom of information. A British newspaper wants to take its aggressive investigations global, but money is running out“.

 

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Basta che funzioni

di Alessandro Giglioli

Il 95 per cento della comunicazione prodotta dalle testate di news è ormai “fungibile”, cioè sostituibile (per il consumatore) con i siti sociali, con i video su YouTube, con i blog, con i forum o con altre forme di “quasi giornalismo” che comunque, per l’utente, sono gratis. Quindi l’unica strada per le testate giornalistiche è concentrarsi su quel 5-10 per cento di contenuti che non possono essere “fungibili” con altri servizi. È la tesi, molto dura, di un architetto dell’informazione del “Guardian”, Stijin Debrouwere, ripresa anche in Italia da diversi blog. In altre parole, solo riacquistando un territorio proprio, non ricoperto da altri, i media professionali ritroveranno anche una ragion d’essere e un modello di business.

La stampa tedesca è quella che meglio di tutti ha retto l’impatto dei cambiamenti del web a prova del fatto che la Germania è un Paese a parte e che i modelli tradizionali sono molto più resilienti che nei paesi dell’area anglosassone o latina.

Che cosa ne consegue? Le strade possibili sono diverse e quella scelta finora dallo stesso “Guardian” non è l’unica. Ad esempio il tedesco Thomas Schultz-Homberg, capo della divisione digitale del “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, immagina un quotidiano online di alta qualità e di opinione, per PC e tablet, solo a pagamento ma totalmente privo di pubblicità. Secondo Schultz-Homberg, si raggiungerebbe il pareggio chiedendo un’ottantina di euro l’anno a ogni sottoscrittore. È il cosiddetto modello “ad-free premium”, quasi una sfida al caos aperto del Web.

Completamente diverso, se non opposto, è l’esperimento che stanno conducendo a “Forbes”, dove si punta invece sulla pubblicità e sulla sezione “most popular”, costantemente aggiornata attraverso algoritmi proprietari che misurano non solo i clic, ma anche le condivisioni sui social, i “mi piace”, i commenti, le conversazioni online che da ogni pezzo scaturiscono. Qui la chiave di “non fungibilità” è (o dovrebbe essere) la tecnologia della piattaforma. Che non solo è in grado di piazzare i link di “Forbes” tra i primi di Google (la classica funzione dei Seo, siano essi umani o robotici), ma soprattutto decide la gerarchia dei contenuti soppesando i feed-back conversazionali. Così “Forbes” arriva a pagare i collaboratori in proporzione ai risultati ottenuti dal loro articolo, valutati sempre in base all’algoritmo di misurazione del suo successo online.

… continua a leggere nella rassegna stampa Rai.

 

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