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Uber Alles?

kalanickGià il nome trasmette una certa inquietudine. Über è una parola con il peso specifico del piombo (…über alles, überlegen, Übermench). È una preposizione della lingua tedesca che significa sopra, oltre … supremo e su a salire. Una parola il cui uso decontestualizzato trasuda di egemonismo. Ed è proprio quello che Uber, l’app che vuole riconfigurare il trasporto, sviluppa nella propria cultura e nella propria azione. In sé non c’è niente di male e infatti Uber è la start up più ammirata del mondo. Meglio dire, lo era. Era Il bello e l’orrido della Silicon Valley. Ora è solo l’orrido, il bello è evaporato.

Uber sta al tal punto mettendo a soqquadro un settore fondamentale dell’economia, come quello del trasporto, che l’Economist ha coniato l’espressione “Uber economy”, per descriverne gli effetti. Nella Uber economy “si mangia quel che si caccia”. Ritorno dell’homo oeconomicus L’azione di Uber rispecchia la visione del suo co-fondatore, Travis Kalanick, 40 anni. Nell’ufficio di Travis pende un ritratto di Ayn Rand e sul suo tavolo difficilmente mancano Atlas Shrugged e The Fountainhead, i due capolavori della scrittrice di origine russe. Ayn è la teorica della meritocrazia estrema, non mediata da azioni equalizzatrici, quale fondamento del moderno capitalismo. La meritocrazia può essere un buon principio per tenere in forma il business, ma Uber va ben oltre, così come andava oltre Gordon Gekko.

Homo homini lupus

Al lepido “muoviti veloce e rompi tutto” di Facebook”, Uber sostituisce dei sinistri gridi di guerra come “Pesta i piedi”, “Sgomita!”, “Accelera a tavoletta” e altri messaggi gladiatori che i manager lanciano alle decine di migliaia di contractor che lavorano per loro. L’ambiente di lavoro è decisamente hobbesiano e biecamente macho. Lo stile comunicativo è aggressivo e ricercatamente conflittuale, il rispetto delle regole è considerato un’opzione penalizzante e paralizzante.

Si tratta un approccio che sembrava aver funzionato bene, visto che il servizio offerto da Uber, un servizio tra l’altro di pubblica utilità, è ineccepibile per il cliente: facile da attivare, efficiente, economico e finalmente impattante sui bisogni primari di una comunità, come quello, appunto, di muoversi. “Il nostro principale obiettivo – ha dichiarato Kalanick – è portare il costo di Uber sotto quello di possedere un’auto”. Una missione da premio Nobel per la pace.

In conseguenza di questa business eseguito benissimo,  il valore di Uber, sul mercato privato dei capitali, è stimato intorno ai 70 miliardi di dollari. Una capitalizzazione enorme, superiore al valore borsistico di General Motors e Fiat Chrysler messe insieme. Il business va a gonfie vele, ma la reputazione di Uber è adesso a pezzi. Colpa di Tavis Kalanick del suo team di manager che è meglio conosciuto come Team A.

I travagli di Travis

Una tempesta perfetta ha colpito il bastimento di Travis che inizia ad imbarcare acqua da tutte le parti. La situazione è imbarazzante a tal punto che molti azionisti di Uber si sentono a disagio persino a salire su un mezzo che espone sul cruscotto la “U”. Molti di loro prendono gli antiquati taxi o si rivolgono alla concorrenza di Lyft, che fa salire sul sedile anteriore il cliente che subito scambia un pugnetto di benvenuto con il conducente. L’altra faccia della luna. Farhad Manjoo, Il tech critic del “New York Times”, ha scritto che l’unico modo per rimettere Uber in carreggiata è quello di boicottare il suo servizio. Misura estrema… che cosa è mai successo per giustificarla?

Si è iniziato con la minaccia del capo della comunicazione di scavare nella vita privata dei giornalisti avversi a Uber, poi si è avuta la mancata adesione di Uber allo sciopero di un’ora dei Taxi a New York contro il bando antimmigrazione di Trump, poi c’è stata la sfuriata – diventata virale– di Kalanick contro un conducente, quindi l’azione legale di Google per appropriazione di segreti industriali relativi al progetto di macchina senza conducente, poi la denuncia di molestie sessuali tollerate e addirittura incoraggiate dal management delle risorse umane che ha portato a un’inchiesta interna condotta da Eric Holder (già ministro della giustizia di Obama) e costata il posto a 20 top-manager. Alla fine si è aperto il vaso di Pandora con la rivolta degli azionisti e le dimissioni di Kalanick da CEO di Uber.

Una parata di scandali e di disastri comunicativi che sembrano concepiti dalla banda Tony Soprano più che da una manciata di pugnaci giovani nerd della Silicon Valley.

Onestamente bisogna ammettere che c’è stato un certo accanimento dei media, soprattutto liberal, nei confronti di Kalanick. Visto che non possono più fermare Trump, si concentrano sui cuccioli del trumpismo secondo il principio che se li neutralizzi da piccoli, da adulti nuocciono di meno. Travis ha perduto da poco la madre in un incidente nautico (in cui è rimasto ferito anche il padre) e questo fatto meriterebbe più rispetto e compassione pubblica, come lo meritava la malattia di Steve Jobs che invece ricevette poco di tutto questo. Ma spesso si raccoglie quello che si semina anche nelle più tragiche circostanze personali. E Kalanick ha veramente seminato tempesta con la sua reputazione da incendiario. E alla fine ha raccolto tempesta.

La domanda che adesso tutti si fanno è: tornerà Travis Kalanick? Succederà come alla Apple di Steve Jobs? O la sua uscita sarà definitiva?

 Ecco che arriva Arianna Huffington

Arianna, 66 anni, siede nel CDA di Uber chiamatavi dallo stesso Kalanick nel 2016 dopo un incontro folgorante a una conferenza tecnologica a Monaco di Baviera. Adesso il Cda sta guardando proprio alla Huffington come possibile fixer anche per il suo rapporto con Kalanick che con le sue azioni privilegiate controlla ancora la società. Sembra che la Huffington abbia la capacità di far uscire la componente apollinea della personalità del giovane imprenditore di San Francisco.

Liberal, empatica, disponibile, spontaneamente influencer Arianna ha una lunga storia come imprenditrice. Nel 2005 ha co-fondato l’Huffington Post, la testata che più di tutte ha contribuito a definire il canone del giornalismo sul web. Come insider conosce bene il nerdismo nelle sue forme più patologiche e ha preso coscienza dei meccanismi mentali e comportamentali delle start up improvvisamente investite di un’attenzione, un potere e una ricchezza fuori dall’ordinario. In una recente intervista ha dato una definizione piuttosto introspettiva di leadership. Ha detto: “Sapere gestire le crisi senza esserne sopraffatti, non perdere la testa quando tutti intorno a te la perdono, è la più importante qualità della leadership”. Come si può raggiungere questo status personale che rende la propria leadership di qualità superiore? Con il sonno e la meditazione.

Una scoperta che lei ha fatto pressoché casualmente proprio sulla sua pelle.

 

L’epifania della Huffington
La camera da letto di Arianna Huffington

La camera da letto di Arianna Huffington

Nel 2007 Arianna si ruppe malamente lo zigomo sbattendo sul tavolo della redazione dopo un mancamento improvviso. Quella caduta fu una sorta di epifania e la indirizzò verso uno stile di vita e un modello di lavoro completamente nuovi. Ha raccolto le esperienze e le idee maturate dopo questo evento in un libro dal titolo “The Sleep Revolution” a cui poi è seguita una vera e propria iniziativa denominata “Thrive Golbal” che si prefigge di indicare delle exit sostenibili dallo stress del lavoro e delle responsabilità.

Arianna è oggi una missionaria della disconnessione e si propone di diffondere la sua pratica di rilassamento di 30 minuti da attuare prima di prendere sonno. Questa pratica consiste in un bagno rilassante in vasca, nell’indossare un particolare pigiama per la notte e nella lettura di qualche pagina di un libro di un genere che non ha niente a che vedere con il lavoro (poesia, filosofia, religione ecc.). Anche la camera è un ambiente speciale, una sorta di “santuario” dove non sono ammessi dispositivi elettronici, animali domestici e particolari tecnologie sostituite da candelabri e quadri plein air.

Riposare bene, otto ore in totale relax, aiuta a prendere le decisioni corrette, predispone all’ascolto e caccia l’impulsività. A guardare Trump, che dorme dalle 1 di notte alle 5 di mattina, sembra che sia proprio così, visto che il presidente difetta proprio di tutte queste qualità

La meditazione

Il perno di questo cambiamento è la meditazione che avvia un lavoro introspettivo fondamentale e conduce a un cambiamento definitivo, irreversibile che si manifesterà proprio nella leadership. È il consiglio che la Hufimgton ha dato a Kalanick e che il giovane imprenditore ha deciso di seguire. Arianna ha comunicato al CDA di Uber che Travis ha iniziato una pratica di meditazione nella sala di allattamento della sede di San Francisco, mancando in questa un locale apposito per la meditazione che è qualcosa di assolutamente necessario. In ogni caso, per tutte le imprese americane con più di 50 dipendenti la sala di allettamento è uno spazio obbligatorio. Alla fine di questo percorso, ha promesso la Huffington al CDA, Kalanick tornerà completamente differente da quella persona che si è manifestata fino ad adesso.

Purtroppo questa rassicurazione non sembra avere del tutto convinto il CDA e tanto meno alcuni azionisti che, invece, hanno raggiunto Kalanick a Chicago e lo hanno costretto alle dimissioni da CEO. Uno sbocco sensazionale che ha inebetito tutta la Silicon Valley e acceso l’immaginazione della stampa americana che da giorni sta commentando copiosamente questa vicenda. L’estromissione clamorosa di una figura del calibro del fondatore di Uber si può far risalire solo a quella di Steve Jobs dalla Apple 30 anni fa.

Non ci resta che augurare a Travis Kalanick di ripetere il percorso di Jobs che, a sua volta, a distanza di tanti anni avrebbe consigliato al giovane Mark Zuckerberg, che aveva ricercato il suo parere sulla leadership: “Mark, pack your bags for India”.

“Travis pack your bags, meditate, and be back”.

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