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Verso il futuro: l’economia polifonica

Polifonia d’impresa: l’impresa pubblica e l’impresa cooperativa

Giulio Sapelli

14 Novembre 2019 13 minuti

L’impresa come soggetto storico

Giulio Sapelli, ormai è acclarato, è uno dei più importanti studiosi a livello mondiale di storia e di teoria dell’impresa. L’International Bibliography of Business History (UK) ha collocato il nostro Giulio tra i fondatori della storia dell’impresa a livello mondiale.

Da pochi giorni l’editore Macmillan (uno dei big five mondiali) ha pubblicato un suo libro dal titolo Beyond Capitalism. Machines, Work and Property (edito in Italia con lo stesso titolo da Guerini/goWare nel 2018; l’edizione inglese ha però contenuti aggiuntivi che presto saranno resi disponibili al pubblico italiano).

Sapelli, con Enrico Quintavalle che lavora nel campo delle PMI, ha pubblicato, sempre nel 2018 e sempre con Guerini/goWare, un libro di grande interesse sul sistema delle PMI italiane, Nulla è come prima. Le piccole imprese nel decennio della grande trasformazione. La grande recessione e la rivoluzione tecnologica hanno fatto emergere nella piccola e media imprenditoria i tratti di un nuovo paradigma concettuale e operativo. Il libro discute proprio questo tema sul piano teorico e pratico.

L’ambito di lavoro di Sapelli

La copertina della recente pubblicazione di Macmillan dell’ultimo lavoro di Giulio Sapelli.
La copertina della recente pubblicazione di Macmillan dell’ultimo lavoro di Giulio Sapelli.

Una volta peregrina negli studi storici, la storia dell’impresa sta diventando mainstream, non solo nei paesi di tradizione anglosassone, ma ovunque ci sia ancora la Storia con la “S” maiuscola.

Che gli studi di Sapelli possano avere una valenza internazionale può meravigliare solo qualche sprovveduto. L’intellettuale torinese si muove con l’agio dello specialista tra economia, storia, sociologia, relazioni internazionali, storia della cultura, dottrine politiche. Difficile trovare una polifonia simile in un panorama di studiosi sempre più strutturato a silos.

Inoltre Sapelli conosce, per esperienza diretta, non solo l’Italia e l’Europa, ma anche altre regioni del mondo come il Sud America, un’area di sviluppo umano che in genere manca nei curricula di molti analisti e studiosi delle faccende internazionali e delle economie non interamente capitalistiche.

Sapelli non parla delle imprese solo per erudizione libraria o per averne sentito parlare. È proprio un insider. Ha lavorato a vari livelli nelle imprese svolgendo attività sia prettamente operative che manageriali e dirigenziali. La sua attività giovanile in Olivetti, dove è arrivato da un’esperienza nel sindacato torinese, ha segnato in senso umanistico la sua intera visione del mondo, dell’economia e del lavoro.

Oltre l’impresa capitalistica neoclassica

Il recente libro di Sapelli con Enrico Quintavalle sulle piccole e medie imprese nel decennio della grande recessione.
Il recente libro di Sapelli con Enrico Quintavalle sulle piccole e medie imprese nel decennio della grande recessione.

Una visione che è tornata prepotentemente alla ribalta in tutti gli ambienti che contano anche nella finanza dei fondi speculativi e nell’industria tecnologica. Ray Dalio fondatore di Bridgewater Associates e testa pensante, ha detto recentemente a CNBC che l’impresa capitalistica modellata sul pensiero di Milton Friedman è un treno lanciato verso Cassandra Crossing.

Marc Benioff, fondatore di Salesforce, in un lungo intervento sul “New York Times” ha scritto l’elogio funebre di quel tipo di capitalismo, invitando il mondo degli affari a diventare più inclusivo e aperto verso le comunità. Istanze che non devono essere lasciate solo alla politica, ma permeare la natura stessa del fare impresa. È una sorta di imperativo etico che avvolge l‘involucro stesso dell’impresa capitalistica moderna.

La Business Roundtable, un club che associa i leader della corporate America come Mary Barra, Tim Cook, Jeff Bezos, Jamie Dimon e tanti altri, ha decretato, appena qualche mese fa, la fine del primato degli azionisti e posto obiettivi nuovi al ruolo dell’impresa nel mondo di oggi.

L’economia polifonica

Guerini con goWare hanno recentemente ripubblicato questo saggio di Sapelli del 1999. Un saggio che potrebbe essere stato scritto oggi a 20 anni di distanza.
Guerini con goWare hanno recentemente ripubblicato questo saggio di Sapelli del 1999. Un saggio che potrebbe essere stato scritto oggi a 20 anni di distanza.

Sapelli ha saputo da tempo interpretare e farsi portavoce dello spirito del nostro tempo in una continuità di pensiero e di azione che mostra l’indipendenza intellettuale e l’originalità dello studioso torinese.

In questi giorni Guerini e goWare hanno ripubblicato uno studio del 1999. Perché esistono le imprese e come sono fatte risale a prima della bolla di Internet e prima della grande recessione. A distanza di 20 anni, in questo studio vi sono delle analisi di una grande modernità i cui riverberi si possono rintracciare nel dibattito attuale a livello internazionale sulla crisi del capitalismo.

Pubblichiamo di seguito il capitolo 6 dedicato a quella che Sapelli chiama l’economia polifonica, che sarà l’economia del futuro. In questo futuro imprese private, imprese pubbliche, imprese cooperative e il terzo settore convivranno fianco a fianco dando luogo a quel circolo virtuoso che oggi è assente nel panorama mondiale.

Lo studioso torinese traccia i connotati di una delle componenti dell’economia polifonica, l’impresa cooperativa. Di fronte alle difficoltà delle imprese private e pubbliche a rispondere alla sfida del nostro tempo, che è quella di livellare le disuguaglianze, molti guardano alla forma cooperativa in modo diverso dal passato. Forse è veramente la forma più moderna d’impresa, anche nel settore della tecnologia avanzata. Una forma che Sapelli studia da 40 anni.

Buona lettura e ispiratevi!

. . .

Il modello dell’impresa cooperativa

Un altro fenomeno storicamente determinante che riassume bene la polifonia della musica che promana dall’emergere dell’impresa come fenomeno della modernità è la crescita che ha caratterizzato tra la seconda metà dell’Ottocento e il Novecento. Cioè le imprese a ragione sociale non tanto fondate sui capitali, quanto, piuttosto, sulle persone, quali sono le imprese cooperative.

A mio parere la vera alterità o la vera alternativa storica che si è presentata nell’agone dei mercati e delle solidarietà politiche non è stata quella, come comunemente si crede, dell’impresa pubblica. Anche l’impresa pubblica, infatti, si è storicamente configurata, in ogni dove e ogni qualvolta essa si è manifestata con più o meno spiccata irreversibilità, come impresa di capitali. Un’impresa sovradeterminata dall’imperativo del profitto e della redditività, sia in condizioni di monopolio sia in condizioni di competizione.

Il modello dell’impresa pubblica

Storicamente essa si è accentrata, nei primi tempi della crescita economica novecentesca, seguendo i modelli della distribuzione dei diritti di proprietà e della più o meno forte prevalenza delle economie di mercato dispiegato.

I monopoli naturali sono il nucleo fondativo dell’impresa pubblica, che affonda le proprie radici nelle esperienze europee del mercantilismo e dell’assolutismo seicentesco e settecentesco. Essa si sviluppa dapprima in Europa e poi in Sudamerica negli anni Trenta (che sono quelli, non dimentichiamolo, della grande depressione).

In Africa e in Asia si sviluppa nel secondo dopoguerra, sotto la spinta sia dei potenti nazionalismi economici che crescono nel XX secolo, sia delle pressioni politiche delle forze socialiste e socialcristiane e populistiche che conquistano il potere politico a livello nazionale o municipale.

Le forze storiche che ne sovradeterminano la costituzione sono lo spirito di potenza nazionale e la circolazione delle élite politiche che governano la distribuzione e redistribuzione dell’imposta e del contributo che ai cittadini si chiede, o si impone, in democrazia o nei regimi autoritari.

L’impresa pubblica come impresa politica

Quanto alla sua morfogenesi, l’impresa pubblica è un’«impresa politica». Cioè ripartisce più o meno coattivamente i costi di alcune produzioni atte a ottenere beni o servizi sui componenti dell’unità di popolo, che può essere lo Stato o il municipio. La forza coattiva necessaria per raggiungere questo scopo è il potere politico.

Senonché la società per azioni a maggioranza pubblica o l’ente pubblico, che di norma controlla grappoli di società per azioni, deve agire, e in molti casi ha agito, secondo i processi tipici della gestione razionale d’impresa, secondo modelli e logiche di comportamento assimilabili a quelli delle imprese private.

Il ruolo imposto all’impresa pubblica

Storicamente in paesi caratterizzati dalla prevalenza delle piccole imprese o di imprese arretrate gestionalmente, l’impresa pubblica ha diffuso, per le sue grandi dimensioni di scala e per il suo collocarsi in posizioni strategiche di produzione di beni primari e strumentali, conoscenze manageriali e gestionali e input a basso costo alle industrie private dei rispettivi paesi.

Basta pensare all’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta del XX secolo e alla Turchia di Atatürk del periodo tra le due guerre mondiali, o al Brasile degli ultimi cinquant’anni.

Senonché le classi politiche hanno imposto di norma alle imprese pubbliche finalità extraeconomiche non compatibili con le finalità economiche, secondo un processo per comprendere il quale è più utile studiare Vilfredo Pareto e Gaetano Mosca (i miei più cari maestri) che gli economisti delle «teorie dei giochi» o «dell’agenzia».

Le conseguenze di questo stato di cose

Così facendo le classi politiche hanno aggravato la coazione d’imposta sulla collettività e in primis sulle generazioni future, schiacciate dal debito pubblico in virtù del deficit di tali imprese. Lo Stato voluta e le classi politiche hanno ricapitalizzato continuamente le imprese pubbliche.

Non è un caso che, quando questo fenomeno appare, lo Stato amministrativo legal-razionale si trasforma nello Stato dei partiti consensual-clientelare. Le imprese pubbliche non sono più, in tal modo, governate da manager. Bensì è una «tecnostruttura mista», ossia fedele non tanto all’impresa e allo Stato legal-razionale, che le governa.

Come lo sono pure i clan partitici che ne determinano l’ascesa nel sistema aziendale, corrompendo nel profondo l’istituzionalizzazione e quindi l’autonomia dell’impresa medesima.

La reazione liberista

Questo fenomeno storico, molto pervasivo, ha determinato negli ultimi trent’anni un’ondata di reazione liberista. Non a caso essa ha coinciso con la crisi delle economie fondate sulla sostituzione delle importazioni, sulle barriere doganali, sul prevalere del nazionalismo economico rispetto alla competizione del mercato internazionale dispiegato.

L’erosione crescente della sovranità economica statual-nazionale, del resto, ha ampiamente messo in discussione l’esperienza novecentesca dell’impresa pubblica.

Tutti fenomeni, questi, che hanno provocato la privatizzazione o una profonda riclassificazione della sua influenza economica e politica. Ciò è determinato, inoltre, dai nuovi tassi di crescita del commercio mondiale degli ultimi vent’anni, che hanno allontanato dall’industria privata i venti della crisi.

Dopo la crisi del 29

Gli stessi venti che, invece, in molti paesi l’avevano portata, negli anni Trenta, al fallimento e allo scacco che non a caso hanno coinciso non solo in Europa con l’ascesa della mano pubblica in economia nei settori strategici del credito e dei beni primari.

Dopo la grande depressione del 1929, infatti, nei paesi a più forti tradizioni stataliste e mercantiliste, la creazione di complessi di imprese controllate e possedute dallo Stato si è affermata ereditando e razionalizzando i fallimenti della mano privata. Ciò è avvenuto sotto la spinta di ragioni tanto nazionalistiche quanto sociali e quindi collegate con le ragioni del consenso politico.

Le radici dell’impresa cooperativa

L’impresa che, invece, si presenta storicamente come la più radicalmente alternativa rispetto all’impresa privata perché non fondata sui diritti individualistici di proprietà, è l’impresa cooperativa. Essa segue nella sua storia il progredire del sistema capitalistico. Ciò avviene dal Regno Unito (e dal Commonwealth) e dall’Europa più industrializzata dell’Ottocento, alle due Americhe dell’Ottocento e del Novecento, all’Africa e all’Asia coloniali, prima, e contrassegnate poi dalla decolonizzazione e dallo sviluppo capitalistico dopo la Seconda guerra mondiale.

L’impresa cooperativa si diffonde scaturendo da motivazioni ideali religiose e politiche, assumendo alle sue origini soprattutto l’aspetto di uno dei più interessanti fenomeni della «questione sociale». Questa affonda le sue radici nell’utopismo socialista, nel profetismo messianico ebraico, nella teodicea protestante e cattolica, nel filantropismo liberale.

La natura dell’impresa cooperativa

La cooperativa è una società di persone, non di capitali, e risponde ai fallimenti sia del mercato sia dell’impresa capitalistica. Persegue in forma associata il raggiungimento di beni (lavoro, consumi, crediti, assistenza) che non sarebbero raggiungibili in forma individualistica. Essa rende manifesta un’alterità anche rispetto all’impresa pubblica. La cooperativa è espressione della proprietà collettiva di gruppi più o meno vasti. Non è il frutto di una decisione della sovranità politica, come nel caso, appunto, delle diversificate forme dell’impresa pubblica.

Fine della cooperazione non è il profitto e l’appropriazione del sovrappiù, ma il perseguimento del profitto come strumento regolatore di una gestione. Ha di mira la continuità del perseguimento associato dei beni del lavoro, del consumo, del credito e dell’assistenza. Fine della cooperazione è la conservazione e l’ampliamento del legame sociale che ha dato vita all’impresa. Una solidarietà specifica che sovradetermina ogni performance della cooperazione.

Un nesso non sindacale, perché mira a creare un’organizzazione che agisce stabilmente sui mercati. Una liaison non semplicemente «benevola» e non semplicemente non-profit quanto a struttura della sua regolazione economica e sociale.

La co-operativa è una forma specifica d’impresa, socialmente diretta e dalle finalità sociali, che non può accomunarsi alle cosiddette attività di quelle organizzazioni che si chiamano «terzo settore» o economia sociale.

La gestione della cooperativa

L’elemento del dono, della gratuità dello scambio, è innestato, nell’impresa cooperativa, in un meccanismo di gestione delicatissimo e preziosissimo. La partecipazione alle decisioni avviene tramite sistemi democratici di designazione dei dirigenti (cosa che non può avvenire nell’impresa capitalistica) e di controllo meritocratico e tecnocratico della loro gestione da parte dei proprietari collettivi di gruppo: i soci.

Tali meccanismi di gestione richiedono il confronto con il mercato e nel mercato per cambiarne la fisionomia, non per sottrarsi a esso lasciandolo in tal modo agire, e fallire, indisturbato, relegando così la cooperazione in un ruolo marginale.

Impresa e movimento sociale al contempo

Per questi motivi la cooperazione è sia impresa sia movimento sociale. La solidarietà, l’ispirazione ideale, la continuità solidale sono elementi non secondari, ma connaturati alla forma specifica della sua gestione.

La cooperazione impresa e movimento sociale è la prova che l’economia è frutto della storicità personalistica. È un complesso di relazioni tra le persone piuttosto che tra le merci, reificanti e alienanti. E codesto complesso è polifonico e non monofonico: diversi strumenti possono concorrere a configurare i mercati e le regole che li determinano.

La «rapida crescita dell’impresa cooperativa nello sviluppo capitalistico» ha avuto come effetto l’ampliamento delle sue dimensioni di scala e delle quote di presenza sul mercato.

Tutto ciò è avvenuto in un lasso di tempo spesso così concentrato, in tutto il mondo, da non permettere una formazione equilibrata di tutte le funzioni direttive . Non ha permesso neppure un rapporto efficace e democratico tra queste e l’insieme dei soci.

I diversi tipi di impresa cooperativa

La cooperazione può raggiungere efficacia e democrazia perché al suo interno non sussistono i conflitti sociali di natura proprietaria presenti nell’impresa capitalistica. I conflitti sociali hanno natura organizzativa, funzionale e meritocratica e possono perciò essere risolti ampliando e non restringendo la partecipazione.

Questa situazione, comune a tutta l’Europa in particolare, ma anche alla cooperazione extra-euro-pea, connota in maniera diversa i vari paesi. La cooperazione non può e non potrà non risentirne. La trasformazione più evidente che fin da oggi è possibile ipotizzare è una ridefinizione delle classificazioni tradizionali delle imprese cooperative.

A fianco, o meglio, al di sotto della suddivisione tradizionale (produzione, consumo, servizi, credito) se ne sta affermando un’altra nell’economia reale. Quella che provvisoriamente definirei tra cooperative tradizionali, cooperative ereditarie e cooperative emergenti. Le prime sono quelle che siamo stati abituati a veder crescere e operare sotto i nostri occhi nel secondo dopoguerra, quale che sia il settore in cui esse agiscono.

Le cooperative ereditarie

Le cooperative ereditarie sono il prodotto della crisi e del conseguente passaggio da impresa capitalistica a impresa cooperativa. Il patrimonio della precedente forma sociale si trasmette alla cooperativa. Essa eredita, più che le virtù, i vizi dell’impresa capitalistica e con essa i suoi problemi interni e di collocazione di mercato.

Le strettoie della situazione impongono alle imprese co-operative di accelerare e di perseguire, pena la mortalità diffusa, una via di razionalizzazione «impietosa» delle risorse. Così facendo queste cooperative sono l’incarnazione della sfida che la co-operazione rivolge al mondo dell’impresa.

Cioè quella di rendere praticabile una «strategia democratico — parteci-pativa di conseguimento dell’efficienza e dell’efficacia».

L’orientamento al mercato diventa la cultura da innestare saldamente in queste ereditarie unità economiche. Ciò non può non essere fatto anche con una conflittualità organizzativa elevata, che spesso coinvolge direttamente gli stessi fautori della scelta cooperativa.

Le cooperative emergenti

Le cooperative emergenti sono la scommessa «del futuro» in una società fondata sulla centralità che andranno via via assumendo la forza-lavoro complessa, l’alta intensità del valore (non della quantità!) del capitale fisso, la flessibilità organizzativa. Anche socialmente esse avranno nuovi protagonisti. Sono i tecnici, i quadri e la gioventù altamente qualificata, che si orienta a un lavoro fortemente responsabilizzato e creativo.

Il terziario avanzato può essere cooperativo? Questa è l’altra sfida insita in questa strutturale mutazione genetica del mondo cooperativo.

E l’altra sfida è quella che promana dalle terribili prove che deve subire la vita umana associata nelle difficili condizioni di sopravvivenza in cui la persona si dibatte in gran parte del mondo non sviluppato o troppo inegualmente sviluppato. Lì la cooperativa è più movimento sociale che impresa, più azione collettiva solidaristica che azione economica irreversibile sui mercati imperfetti. Nondimeno il ruolo che il movimento cooperativo può svolgere è importantissimo, per lo sviluppo dell’azione sociale e per la crescita economica insieme.

Una forma efficiente ed equa

Essenziale è la presenza, anche in queste nuove forme cooperative d’impresa, del fatto che il sovrappiù o profitto cooperativo è ripartito sotto forma di ristorni, salari e investimenti di capitale fisso, e diviene una condizione di sopravvivenza prima e di sviluppo poi dell’impresa.

Infatti essa è geneticamente frutto del trasferimento delle tensioni dalla mobilitazione collettiva alla creazione di unità economiche che massimizzano la continuità organizzativa. Ciò avviene in presenza dell’unificazione sociale (non funzionale, beninteso) di proprietà (l’assemblea dei soci) e di controllo (la tecnostruttura). È il bene dell’occupazione o dell’acquisizione di prodotti o di crediti l’utilità da raggiungersi a qualunque costo, attraverso la ripartizione del sovrappiù, a discapito dei ristorni e dei salari e a vantaggio degli investimenti.

Un processo tutt’affatto diverso da quello della massimizzazione del reddito a discapito dell’occupazione. Oppure, a livello macroeconomico, della prevalenza dello sviluppo dell’occupazione cooperativa soltanto in presenza di recessione. Gli investimenti programmati sono in tal modo definiti come quelli necessari alla sopravvivenza dell’impresa e al suo sviluppo nella fase di crescita.

Ciò avviene precipuamente per il fatto che la disponibilità dei mezzi di produzione non è tutta cristallizzata in una risorsa allocabile sulla base di scelte che possono essere esterne alla struttura dell’impresa stessa (come nel caso del capitale delle società per azioni), quanto, invece, in una risorsa che è essa stessa fondamento della struttura. È il lavoro dei soci proprietari dei mezzi di produzione.

La sfida cooperativa

Economia e politica, dunque, sono inscindibilmente uniti nella storia e nella teoria dell’impresa cooperativa. Nel senso che la sua costituzione è fondata su una forma specifica di proprietà collettiva. Essa costituisce il carattere precipuo di questa forma d’impresa, come aveva colto benissimo la riflessione sviluppatasi nell’Ottocento.

In questo carattere precipuo stava la causa di quel «turbamento» e «disorientamento» delle menti degli economisti liberisti. Su tale carattere discussero a cavallo del XX secolo alcuni tra gli interpreti di questo fenomeno sociale, ancora insuperati per profondità analitica, non oscurata dalla passione con la quale caldeggiavano (o osteggiavano!) la cooperazione.

La cooperazione incorpora le proprietà tipiche del «capitalismo manageriale», nonostante l’identità sociale di proprietà e controllo. Del resto non è forse il carattere fondativo, «appropriazione dei mezzi materiali e di produzione da parte di gruppi di lavoratori», a generare i presupposti politico-organizzativi della cooperazione?

Penso al voto per testa e al sistema di rappresentanza sindacale a predominanza subculturale-politica. QUuesti interagiscono per garantire la partecipazione democratica alle decisioni (che si identifica impropriamente con l’autogestione) e la continuità della solidarietà organica internalizzata come risorsa.

La «sfida cooperativa» all’impresa capitalistica sta ora per affrontare il suo più importante e difficile periodo storico. Quello che si è aperto al finire del XX secolo con la globalizzazione dell’economia e la mondializzazione delle società. Saprà reggere, l’economia polifonica, a questa prova?

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