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Via libera a Google Libri (Google Books)

Mario Mancini

25 Novembre 2013

[Tempo di lettura: 7 minuti]

Parola di giudice

Google Libri“Anche ammettendo che la motivazione principale di Google sia il profitto, il fatto è che Google Libri serve molti importanti scopi educativi… Fa progredire le arti e le scienze, rispettando i diritti degli autori e degli altri creativi senza impattare negativamente i diritti dei titolari del copyright. È diventato uno strumento di ricerca insostituibile per gli studenti, gli insegnanti, i bibliotecari che possono identificare e reperire in modo più efficiente i libri di cui necessitano. Ha dato agli studiosi la possibilità, per la prima volta, di effettuare ricerche full-text su decine di milioni di libri. Ha la funzione di conservare libri fuori catalogo e testi dimenticati nelle biblioteche, dandogli una nuova vita. Facilita l’accesso ai libri da parte dei disabili e delle popolazioni che vivono in luoghi remoti o difficilmente raggiungibili. Crea un pubblico nuovo e produce ulteriori fonti di guadagno per gli autori e gli editori. Infatti, tutta la società ne beneficia.”

Il giudice Denny Chin della Corte d’Appello della seconda circoscrizione del distretto sud di New York ha risolto una causa che durava da 8 anni, quella di Google Books. Nel 2009 aveva presieduto la corte che aveva condannato a 150 anni di carcere l’ideatore del più grande schema Ponzi della storia, Bernie Madoff.

Queste sono le parole contenute nella sentenza del 14 novembre 2013 di 30 pagine redatta del giudice Denny Chin della Corte d’Appello della seconda circoscrizione del distretto sud di New York che ha dato ragione a Google nella causa Gilda degli scrittori americani (The Authors Guild, Inc)  vs. Google per il progetto Google Books. Il giudice ha anche ammesso che il suo stesso ufficio utilizza Google Books per le ricerche, sottintendendo così che il servizio è una benedizione anche per il suo lavoro. La Gilda degli autori ha dichiarato che ricorrerà in appello contro la sentenza. I suoi legali hanno dichiarato che la disponibilità di estratti reperiti attraverso una ricerca dagli utenti di Google, potrebbe danneggiare la possibilità di acquisto del libro, poiché appagati da quanto trovato. Il giudice ha invece negato che l’assemblaggio di piccoli brani trovati nella ricerca, renda superfluo l’acquisto del libro.

Google, da parte sua, ha tirato un sospiro di sollievo: la causa si trascinava dal 2005 e aveva portato un sacco di tensioni tra il motore di ricerca e tutto il mondo dell’editoria libraria, autori ed editori lancia in resta, che da quel momento avevano cominciato ad abbaiare contro Google a prescindere.

Naturalmente Google aveva messo in atto il suo abituale metodo disruptivo, unilaterale e irriverente proprio del giocatore d’azzardo che si potrebbe etichettare come “metodo del fatto compiuto”; un metodo molto diffuso nei paesi totalitari.

Larry Page, CEO di Google, e grande sponsor di Google Books.

Ritenendo, a ragione, che ricercare il consenso dei titolari dei diritti sarebbe stato come attraversare lo Stige, Google aveva iniziato a farsi mandare direttamente dalle biblioteche, che avevano aderito al progetto, bancali di libri da scannerizzare in un hangar nella baia di San Francisco. Le pagine dei libri digitalizzati finivano sui server di Google ed erano raggiungibili dal pubblico attraverso una ricerca per parola o per espressione dalla home page. Le pagine dei libri che contenevano le occorrenze della parola ricercata erano elencate, così come accade per le pagine web, nella lista dei risultati. Le pagine dei libri a stampa venivano indicizzate insieme alle pagine web, raccogliendo così in un enorme database la conoscenza scritta universale. Un disegno del co-fondatore di Google e attuale CEO, Larry Page, che non riusciva a farsi una ragione che nei libri ci fosse più conoscenza che sul web e che questa conoscenza sfuggisse a Google.

Nel 2011 gli editori si erano accordati extra giudizialmente con Google e anche la gilda degli autori aveva infine trovato un accordo per una compensazione di 125 milioni di dollari da parte di Google, ma tale accordo era stato respinto dallo stesso giudice Chin dopo che si erano avute delle proteste sul fatto che l’accordo violava i diritti degli editori e degli autori fuori dal territorio degli Stati Uniti e anche il Dipartimento della Giustizia avevo obiettato sulla possibile natura anti-concorrenziale dell’accordo.

Il programma Google Libri
Dizionario del Cinema Italiano
Uno dei volumi del Dizionario del Cinema Italiano edito da Gremese entrato nel programma Google Libri che ha restituito al pubblico internazionale questo grande repertorio dell’arte e della cultura italiana.

Ad aprile 2013 Google aveva acquisito tramite scanner con software di riconoscimento ottico dei caratteri (OCR) trenta milioni di libri, la maggior parte dei quali fuori diritto o fuori catalogo. Secondo Leonid Taycher, che lavora al progetto Google Libri, nel mondo sono stati pubblicati 130 milioni di libri che Google si propone di digitalizzare in dieci anni. L’unilateralità del progetto si era molto ammorbidita nel corso degli anni e Google aveva compiuto dei passi importanti nei confronti delle controparti; per esempio biblioteche ed editori che aderiscono al programma Google Libri possono ricevere, a costo zero e non in regime di esclusiva, una copia digitale del libro acquisito dai macchinari di Google. Gli editori, impoveriti dalla crisi, possono così ricostruire, con un investimento quasi nullo, il loro catalogo in digitale. Per esempio l’editore italiano Gremese ha potuto digitalizzare un patrimonio immenso del proprio catalogo e della cultura italiana: quel Dizionario del cinema italiano in moltissimi volumi che differentemente sarebbe rimasto inchiostro su carta a causa del costo di scansione e controllo del testo composto da decine di milioni di caratteri.

Anche gli editori francesi che avevano scavato un fosso profondo intorno al loro fortino, convincendo il governo francese a varare un progetto concorrente a Google Libri, hanno gettato giù il ponte levatoio per far entrare gli scanner di Google. L’Associazione degli editori francesi ha oggi un accordo soddisfacente con il motore di ricerca nel senso che gli editori mantengono controllo (ancora il mantra del controllo) sui titoli da includere o da escludere dal programma, una decisione che Google si impegna a rispettare.

A chi è particolarmente curioso, consiglio la lettura della voce “Google Books” in lingua inglese su Wikipedia.

Viva il fair use

Google Libri è un bell’esempio di fair use, un principio legislativo presente nel titolo 107 § 107 del Copyright Act degli Stati Uniti d’America accolto anche nella legislazione europea seppur in una definizione più generica. Il fair use è il cavallo di battaglia di Google e Co. che indicizzano, aggregano e distribuiscono contenuti di terzi parti senza che esista uno specifico contratto tra le parti per l’utilizzo di quei contenuti. Il fair use è un principio validissimo per lo sviluppo della conoscenza e della cultura… ma, con il modello di business del tutto gratis sul web, è diventato la foglia di fico per coprire la vergogna dell’accaparramento di qualsiasi contenuto trasformato da un esercito di nuovi soggetti in legna da ardere per la pubblicità. È un peccato che il fair use sia diventato la bandiera di azioni che alle volte sono parte di un modello opinabile di business. Però senza la dottrina del fair use, probabilmente, non esisterebbe neppure il web come lo conosciamo.

In realtà la disposizione legislativa del fair use postula quattro condizioni che devono tutte verificarsi perché si possa riconoscere la leicità d’uso di un contenuto protetto da copyright: 1) la natura non commerciale e didattica dell’uso; 2) la natura dell’opera utilizzata e protetta copyright; 3) la quantità e l’importanza della porzione utilizzata e 4) le conseguenze dell’iniziativa sul valore di mercato dell’opera usata.

Il nuovo logo di Google con la grafica a mattonella priva di ogni ornamento. Anche Google sta dando l’addio a quel poco di scheumorfismo rimasto nella sua grafica sulle orme di Microsoft e Apple.

Con Google Libri c’è però un problema: il programma è gestito da un’impresa commerciale che cerca di monetizzare materiale coperto da copyright; fatto che collide con il primo dei quattro capisaldi su cui si basa il fair use. Anche se Google non vende direttamente i libri, li visualizza solo parzialmente e neppure, dal 2011, passa annunci pubblicitari di qualsiasi genere sulle pagine dove sono visualizzati gli estrattii, è certo che Google beneficia commercialmente dal traffico e dalle visite che il servizio Google Libri stimola. Questo però, e qui sta lo strappo compiuto da giudice Chin, non è considerato essere un elemento in contravvenzione del primo dei quattro capisaldi del fair use. Perché il giudice Chin è giusto a questa conclusione? Perché come scrive nella sentenza:

“In questa epoca di commercio online, ci possono essere pochi dubbi sul fatto che Google Books aumenta le vendite dei libri … senza sostituire o soppiantare i medesimi perché non è uno strumento per leggere i libri”.

Si riconosce qui il valore aggiunto del servizio per tutto l’ecosistema dell’industria del libro. La sua valenza trasformativa è quindi in accordo con il Copyright Act.

L’impatto delle sentenza

Che impatto avrà questa sentenza? Nessuno: Google continuerà con il suo programma, altri soggetti cloneranno il servizio, gli editori cercheranno degli accordi che gli garantiscano il controllo sui titoli, mentre andrà a risoluzione, sempre nella direzione del fair use, l’annosa questione dei libri orfani cioè di quei libri di cui non si riesce più a rintracciare il tirolare del diritto. Molte di queste opere sono ancora nell’oscurità totale e meritano di essere riportate a portata di clic dei lettori e dei ricercatori. Nessuno ne resterà danneggiato, anzi ci potrà essere anche un beneficio economico per gli autori dimenticati o dispersi che con la rinnovata disponibilità della loro opera nei nuovi formati potranno beneficiare della legge della coda lunga di Internet che funziona per il fatto stesso che un prodotto esista e sia discretamente indicizzato.

Il fenomeno della coda lunga nelle ricerche si manifesta in presenza di un numero elevato di parole chiave con volume di ricerca inferiore (e tasso di conversione superiore) rispetto a un numero limitato di parole chiave con un alto volume di ricerca. Trattandosi di titoli che affrontano argomenti di basso interesse generale possono realizzare, in base a questa legge, un numero interessante di conversioni.

Come scrive Timothy B. Lee sul “Washington Post” la sentenza a favore di Google è un’enorme vittoria per l’innovazione tecnologica e la dottrina del fair use. Scrive Lee:

“Se la sentenza viene confermata in appello, essa rappresenterà un trionfo significativo per Google. Ancor più importante, questa estensione del fair use andrà a beneficio di molte altre società tecnologiche. Molte tecnologie innovative nel campo dei media aggregano o indicizzano contenuti protetti da copyright. Questa sentenza è la più chiara affermazione che tali progetti sono una giusta interpretazione del fair use”.

Una vittoria di Google e una sconfitta dei talebani del diritto d’autore che vorrebbero ibernare lo staus quo inibendo ogni azione trasformativa del medesimo.

Certo Google Libri è un piccolo tassello del disegno di Google e contribuisce alla propagazione di questo disegno: ci porta dei benefici ma consegna a Google maggiore potere che un giorno potrebbe rivelarsi non così benigno per la società. Più che il diritto d’autore dovrebbe far paura quest’ultimo dilemma: dove sta andando Google?

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